Furti d’Arte, gesti estremi del malessere sociale

Furti_D_Arte_Gesti_Estremi_Del_Malessere_02Il 22 Agosto 2004 il museo di Oslo diviene lo scenario di un’incredibile episodio, due tra le sue opere più famose “ L’Urlo” e la “ Madonna “ vengono sottratti con estrema facilità.
A pochi mesi di distanza, il lussuoso hotel ”Refsnes Gods” di Moss, nel sud della Norvegia, è il secondo luogo dove un‘ombra ignota fa sparire, con sorprendente perizia e disinvoltura, altri tre straordinari capolavori.
Il perché di tanto accanimento verso l’artista norvegese, può essere ricercato nell’alto valore simbolico della sua opera.
Munch, è un pittore che interpreta il nostro presente con un linguaggio concreto, elemento costitutivo di una concezione che non lascia spazio all’inconsistenza di effimeri abbellimenti.
La usa poetica, le sue opere, il suo percorso artistico sono l’immagine riflessa del malessere quotidiano.
L’incertezza, il vuoto, l’inesistenza, sono sintomi latenti di una depressione esistenziale che s’insinua nei labirinti del vivere sociale.
Sintomi perfettamente riconoscibili nelle pennellate dense, nei tratti scuri, nelle atmosfere cupe dei suoi dipinti.
Opere quanto mai attuali, simboliche, tormentante e inquietanti che emanano tutto il disagio in una retrospettiva della realtà, essenziale, difficile e dura.
Una realtà lacerata, privata dei valori dell’arte e dal potere della bellezza viene incarnata proprio dal “ L’Urlo “, straziante incisività del malessere soffocato nella solitudine rielaborata in angoscia.
La disumanizzazione della società, la crisi etica e spirituale, oltre ha trapelare dalla sua poetica, traspare nella metamorfosi del dolore in aggressività contro il simbolo, gesto estremo per affermare la propria esistenza.
Edvard Munch, figura che ha anticipato l’espressionismo, interpreta oggi come ieri, il segno dei tempi che cambiano con un linguaggio tratto dai drammi di Ibsen e Strindberg, dalla filosofia esistenzialista di Kierkegaard e dalla psicanalisi di Sigmund Freud.
Oggi come ieri, la sconcertante lucidità di un’artista ci conduce nel disarmante vuoto esistenziale, devastante perdita d’identità che porta all’oblio.

Antonella Iozzo