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Prestigio di Brera



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  Prestigio di Brera

Bramante - Gesu Cristo alla colonna Non si vuole certo sminuire la fama degli illustri Istituti di scienza e di cultura che hanno sede in uno stesso palazzo con la Pinacoteca, se si riconosce che il nome di Brera è oggi familiare ad ogni persona colta, in Italia e si può dire nel mondo, soprattutto in grazia della celebre galleria di pittura.
Museo principe di Lombardia, la pinacoteca braidense prende infatti posto, di pieno diritto, nel novero ristrettissimo delle nostre maggiori gallerie di notorietà e rango internazionali, accanto agli Uffizi e a Pitti, all’Accademia di Venezia, alla Pinacoteca nazionale di Napoli e alla Borghese di Roma.
Se ne distingue poi per le particolari vicende della sua formazione, che cadendo tra la fine del Sette ed i primi dell'Ottocento coincide con le origini della concezione moderna, democraticamente intesa, del museo: per cui la società come un tutto, impersonata nell'organismo statale, viene ad assumere “la proprietà e la gestione di opere d'arte dapprima detenute da più ristretti gruppi sociali”, svincolandole, al tempo stesso, dalla loro primitiva funzione.
E' a tutti noto come, dopo un modesto esordio quale raccolta didattica al servigio dell'Accademia, Brera abbia conseguito la dignità di grande istituto d'arte in epoca napoleonica ed in seguito al profondo rivolgimento operato dalla Rivoluzione francese.
Da qui la sua originaria configurazione di museo laico, dovuto alla diretta iniziativa dello Stato, e tuttavia composto soprattutto di dipinti da chiesa e da altare; giacché l'attuale dotazione di quadri «da cavalletto» e di argomento profano è da considerarsi in gran parte posteriore, sopraggiunta secondo un processo di lento ma continuo accrescimento di cui si da conto in altre pagine di questo volume.
Cosi, mentre a Torino come a Napoli, a Roma come a Firenze, Modena e Parma il nucleo e il nerbo delle gallerie locali appare costituito dalle grandi raccolte principesche - surrogate in epoca più prossima a noi dalle illuminate iniziative dei privati collezionisti fondatori di musei, quali il bergamasco Conte Giacomo Carrara e il milanese Poldi-Pezzoli -, la struttura primaria della Pinacoteca braidense risulta formata da un imponente complesso di dipinti sacri provenienti da chiese e congregazioni religiose soppresse in più regioni dell'Italia centro-settentrionale.
Ad una tradizione di collezionismo aristocratico, orientata verso dirette commissioni agli artisti o libere scelte di gusto, si sostituiva insomma una sorta di collezionismo di Stato, procedente per imposizioni giuridiche, il quale, mentre tendeva a rivendicare alla totalità dei cittadini il possesso di opere d'arte di destinazione ecclesiastica e di pregio insigne, o comunque di rilevante interesse artistico, veniva al tempo stesso a fornire una incomparabile storia per immagini della pietà e del sentimento religioso del popolo italiano.
In tale comune vicenda la formazione di Brera assunse un significato esemplare, accompagnandosi a quella del tutto analoga e cronologicamente parallela delle veneziane Gallerie dell'Accademia; nei cui confronti, tuttavia, la pinacoteca milanese poté avvantaggiarsi non poco quanto a varietà e larghezza di documentazione, per merito precipuo dei suoi veri fondatori: il geniale segretario-pittore Giuseppe Bossi e l'influentissimo commissario Andrea Appiani.
Come ha scritto Fernanda Wittgens, «vista nel suo assieme, Brera si presenta come l'unica galleria nazionale italiana: l'unica cioè dedicata anche alle scuole provinciali che fiorirono in Italia con varietà e ricchezza di cui non è esempio nelle altre nazioni. La grande scuola toscana è illustrata da Pitti e Uffizi, quella veneta dalle Gallerie dell'Accademia; Brera, in omaggio a un principio innovatore di educazione popolare, fu concepita, già in età napoleonica, come galleria didattica complementare delle gallerie di Firenze».
Giova infatti riconoscere che, tranne la grave lacuna dei toscani - non sufficientemente sanata da pochi esemplari pur di alto o addirittura altissimo livello qualitativo -, quasi tutti gli aspetti e i nodi più vitali della civiltà pittorica italiana, durante i cinque secoli della sua maggior fioritura, trovano a Brera una esemplificazione diretta e non di rado affidata a capolavori di prima grandezza.
Come non ricordare anzitutto, tra essi, le opere più popolarmente famose: il Cristo morto del Mantegna, la Pietà di Giovanni Bellini, lo Sposalizio di Raffaello? Son queste immagini che si direbbero logorate e consunte, per il tramite di infinite riproduzioni in nero e a colori, da una troppo assidua consuetudine visuale; eppure la loro fisica, irradiante presenza nelle sale di Brera rinnova ogni volta in noi l'impressione, analizzata proprio a proposito dello Sposalizio raffaellesco da un filosofo amico della pittura, Étienne Gilson, di «essere ammessi in una sala da udienza in cui qualche principe si degni di ricevere i suoi visitatori».
Vi è poi un'altra classe di capi d'opera che il gusto attuale, in quanto espressione non già di pochi intenditori ma di una cerchia assai larga di pubblico colto, tende ormai a porre sullo stesso piano delle opere già ricordate: tipico ed illustre esempio la pala urbinate di Piero della Francesca.
Circa venticinque anni fa, in una pagina del suo fortunatissimo «Saper vedere», il mio maestro Matteo Marangoni rilevava la preminenza data nel vecchio ordinamento di Brera allo Sposalizio della Vergine nei confronti della solenne Sacra conversazione pierfrancescana e formulava, ma con scarsa fiducia, per il gusto avvenire l'augurio che un giorno l'opinione pubblica potesse reclamare al posto d'onore la tavola di Piero.
Non vorrò certo asserire che oggi la pubblica opinione mostri di preoccuparsi troppo di simili argomenti; ma almeno una t, constatazione può farsi e cioè che Piero ormai attira quanto, se non più di Raffaello, moltissimi tra i visitatori di Brera.
Restano infine da considerare opere altrettanto assolute ma di più difficile accesso, autentiche «perle nere» della pittura, ancor precluse all'ammirazione del pubblico comune: e tra queste vorrei porre, a titolo indicativo, la tavola con la Madonna e Santi del grande ferrarese Ercole de' Roberti, prodigiosa sintesi di classica orditura compositiva e, nei singoli particolari, di immaginose indicibili sottigliezze.
Ma lasciando questa casistica, non priva tuttavia di qualche interesse per la storia del gusto e delle sue sempre mutevoli vicende e oscillazioni, è ormai tempo di tracciare un sommario, rapidissimo inventario delle ricchezze di Brera.
Se, abbandonando per un momento la tradizionale partizione per scuole ancor oggi seguita nell'ordinamento della Galleria, ci proviamo a ricomporne le opere secondo un'unica linea di progressione cronologica, in parallelo con la sequenza delle tavole di questo libro, ci imbattiamo anzitutto nel non folto manipolo delle opere trecentesche.
Un esempio senese di splendida elezione - la Madonna di Ambrogio Lorenzetti - vi fa spicco accanto agli accenti Veneto-padani di Barnaba da Modena, di Giovanni da Bologna e di Lorenzo Veneziano ed alle tre rarissime e affascinanti tavolette riminesi con le Storie di Santa Colomba ultimamente acquisite, per munifica donazione, alla Pinacoteca e che qui figurano riprodotte quali preziose primizie.
Manca purtroppo il maggior maestro locale, Giovanni da Milano; ma, a compenso, l'intero ciclo murale di Mocchirolo, tanto vicino ai modi di lui, rappresenta in maniera cospicua l'alta, florida cultura degli affreschi coevi di Lombardia.
Nel trapasso al Quattrocento la visuale si apre in più direzioni e lo spettacolo diviene sempre più ricco e complesso.
All'alta dignità iconica, alla casta semplicità del linguaggio trecentesco sottentrano la profana ricchezza, le minute curiosità naturalistiche e le calligrafiche eleganze del «gotico internazionale».
Assente il maggior campione lombardo della nuova poetica, il purtroppo rarissimo Michelino, non mancano però nelle sale di Brera ne Gentile da Fabriano col giovanile polittico di Valle Romita, tanto ricco di venature lombarde, ne Stefano da Verona la cui tarda Adorazione dei Magi, satura di fiabeschi umori e di floreali delicatezze, già s'intona all'arte del Pisanello.
L'estenuata eleganza dei due Santi cortesi del cremonese Bonifacio Bembo rappresenta, in una direzione affine, un traguardo estremo da cui prenderà l'avvio, ma per volgersi a esiti ben diversi, il caposcuola lombardo Vincenzo Foppa; mentre l'attenuarsi degli aspetti più decadenti e fastosi del gusto tardo-gotico nella pittura veneziana attorno al 1440 si fa palese nelle Vergini dolcemente regali, plasmate di alabastro e di cera, del più anziano dei Bellini, Jacopo, e del muranese Antonio Vivarini.
Soltanto una tavoletta di predella, il Miracolo di San Domenico di Benozzo Gozzoli, riecheggia nella sua esigua misura e piegandole per di più alle inclinazioni di un fiorito racconto le grandi novatrici idee del primo Quattrocento fiorentino.
Con forte rilievo è per contro documentata a Brera la cultura urbinate, che s'illustra anzitutto del gran nome dell'umbro-toscano Piero.

Gian Alberto Dell’Acqua
 
 

Caravaggio - La cena di Emmaus
Il Caravaggio (Michelangelo Merisi)
"La cena di Emmaus"
particolare

Informazioni

Copertina
Tratto dal Libro:
"La Pinacoteca di Brera"
introduzione di
Gian Alberto Dell'Acqua e Franco Russoli
Ed. Cassa di Risparmio Provincie Lombarde
1960
 
 
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