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L'ordine monastico
dei Cistercensi
Ai primi di marzo del 1098 Roberto di Molesme (altipiani di Langres
in Borgogna) visti inutili gli sforzi di riportare l'osservanza della
Regola in quell'Abbazia che lui stesso aveva fondato (1075), se ne
andò.
Con il Priore Alberico, il Sottopriore Stefano Harding e 21 monaci
che ne condividevano le aspirazioni ad una vita più austera,
cercò un luogo adatto per una nuova fondazione.
Il 21.III.1098, festa di S.Benedetto padre del monachesimo occidentale,
si fermò a 20 km a sud di Digione in una località paludosa
detta Citeaux, latino Cistercium, donde i suoi seguaci saranno chiamati
i “Cistercensi”.
Mentre fervono i lavori per ultimare la prima misera residenza, Roberto,
richiamato dai monaci pentiti, dietro invito anche di papa Urbano
II, dopo solo 18 mesi deve tornare a Molesme (dove morirà a
84 anni il 17.III.1111).
Torna però solo.
Gli altri rimangono sotto la guida di Alberico, che ottiene da papa
Pasquale II ( 15.X.1100) l'approvazione di Citeaux.
Devoto alla Madonna, Le dedicò la nuova Chiesa, iniziando una
tradizione.
In seguito ad una visione cambiò l'abito nero in bianco e perciò
i Cistercensi vengono subito soprannominati i “monaci bianchi”.
Alla sua morte (26.1.1108) gli succede l'inglese Stefano Harding.
La vita della nuova Abbazia è difficile, la povertà
estrema, mancano le vocazioni.
Quando sembra che l'esperimento sia prossimo a fallire interviene
- grandiosa! - la Provvidenza.
Poco prima della Pasqua del 1112 giunge a Citeaux Bernardo (nato a
Fontaines, sobborgo di Digione, nel 1090).
Dotato di una straordinaria capacità di affascinare e di trascinare,
che sarà sua dote precipua per tutta la vita, il giovane cavaliere
borgognone si presenta a Stefano con una trentina di altri aspiranti
fra cui i suoi cinque fratelli, uno zio, cugini ed amici.
Più tardi lo raggiungerà anche suo padre Tescelino,
ufficiale di corte del duca di Borgogna.
Per Citeaux è la salvezza ed è l'esplosione! Ben presto
altri ne giungono; ed ora sono troppi.
Necessita sciamare. 1113, prima filiazione: La Ferté (Firmitas);
1114, Pontigny; 1115, Clairvaux, fondata da Bernardo, Abate a soli
25 anni; nello stesso anno Moiremont.
In soli due anni Citeaux ha costruito in Borgogna il solido quadrato
su cui si innalzerà, enorme, l'edificio Cistercense.
Stefano, mente pratica, è il grande legislatore: la sua “Carta
di Carità” è la vera Costituzione dell'Ordine.
Ma il fiore più bello, il più efficace propagandista
è Bernardo.
Tanto che i Cistercensi saranno spesso chiamati anche i “monaci
di S.Bernardo”.
Basti pensare che Clairvaux nei 38 anni che l'ebbe Abate fece ben
due nuove fondazioni ogni anno.
Alla sua morte, 20.VIII.1153, Bernardo era Padre di ben 68 Abbazie,
alle quali bisogna aggiungere quelle benedettine e cluniacensi che
spontaneamente erano passate sotto la sua direzione, ossia un totale
di 164: quasi la metà di quelle che contava in quel momento
tutto l'Ordine (350).
L'ordinamento monastico benedettino, anche nella grande riforma di
Cluny (910), era stato fino allora, per così dire, orizzontale.
Ogni Abbazia cioè era pressoché autonoma e perciò
isolata; l'unico legame, o quasi, era costituito dalla comune regola
di S.Benedetto, che tuttavia veniva interpretata, più che osservata,
secondo le mentalità ed esigenze locali; col tempo queste avevano
determinato differenze anche notevoli.
La “Carta di Carità” riunisce, invece, le Abbazie
in ordine gerarchico, verticale.
Al sommo l'Abate di Citeaux, assistito ma anche controllato dai “primi
4 Padri”, gli Abati cioè di La Ferté, Pontigny,
Clairvaux e Moiremont.
Queste prime cinque sono le matriarche di tutte le Abbazie, che spesso
ne prenderanno il nome (Chiaravalle, Moribondo, ecc.).
La dipendenza fra madre-figlia-nipote e così via, crea uniformità
non solo generica, ma anche nei dettagli, nonostante le distanze e
gli ambienti diversi.
I Capitoli Generali (assemblee di tutti gli Abati) che si tengono
ogni anno a Citeaux, speciali visitatori nominati in quella circostanza,
e l'obbligo dell'Abate fondatore di una visita annuale alle “figlie”,
sono i mezzi giuridici per vigilare sull'unità in tutto: dall'orario
della comunità, al tempo di lavoro e di preghiera; dal rito
al canto; dalla povertà (i Cistercensi devono vivere e fare
beneficenza solo con i proventi del loro lavoro) alla costruzione
degli edifici.
La “Carta di Carità” era riuscita ad evitare una
centralizzazione soffocante, ma anche una troppo grande indipendenza
dei singoli Abati.
Partendo per una nuova fondazione (sempre 12 monaci come gli Apostoli,
più l'Abate che, come dice la Regola di S.Benedetto, “gerère
vices Christi in monasterio creditur”) portavano con sé
non solo la Regola di S.Benedetto e le Costituzioni proprie, ma anche
le “piante” precise in ogni dettaglio, ed il “loro
ufficio tecnico collaudatissimo nelle arti del costruire e del dissodare”
(F.Peggiori: “L'Abbazia di Chiaravalle”, 1970).
E saranno dei formidabili costruttori; porteranno in tutta l'Europa
ed oltre lo stile cosiddetto “borgognone” dalla regione
delle cinque Abbazie-madri.
Non sono studiosi di architettura, non fanno ricerche formali nuove,
ma sfruttano, alternandoli, elementi già noti, come quelli
romanici della volta a botte, degli archi, portali e finestre a tutto
sesto; e quelli più recenti, “francesi”, dell'arco
a sesto acuto, dell'ogiva, dei contrafforti evidenziati.
Solo la sintesi è nuova e nasce dal desiderio di povertà,
semplicità, funzionalità.
Elemento - base il chiostro: un quadrato o un rettangolo porticato,
sui lati del quale sono disposti i luoghi “comunitari”
per eccellenza.
Logicamente la massima cura è per la Chiesa collocata sempre
sul lato nord.
Perfettamente orientata est- ovest; a croce latina con tre navate,
quella centrale sopraelevata sulle laterali ad evidenziare la croce
stessa; niente cappelle sulle navi laterali ma solo allineate, parallele
a quella del presbiterio, in genere due, a volte tre per lato; robusti
contrafforti scandiscono i muri perimetrali lineari; abolite tutte
le curvature anche nelle absidi (“linea recta brevissima”
sembra il motto non solo della spiritualità ma anche della
primitiva architettura), niente torre-campanaria simbolo di ricchezza
e di potenza (si pensi ai Cluniacensi) ma innalzamento della copertura
all'incrocio delle due assi della croce, ad accogliere un'unica campana,
la cui corda pende direttamente in chiesa: invitare alla preghiera
o segnalarne i momenti principali è atto liturgico.
Molto curato anche l'edificio del Capitolo sul lato est del chiostro
e quindi prossimo alla sacrestia ed alla chiesa. Sopra al Capitolo
i dormitori.
Sul lato del transetto sud si diparte una scala: dai dormitori, di
notte, i monaci scendono direttamente in chiesa.
Il refettorio è a sud; però non è disposto in
modo parallelo (come la chiesa a nord) ma se ne diparte radialmente,
si appoggia cioè al chiostro con un lato minore del grande
rettangolo che lo costituisce.
Subito davanti al suo ingresso fuori del porticato del chiostro, ma
ad esso unito, vi è un grande lavabo coperto: talvolta i monaci
giungono dal lavoro dei campi.
Il lato occidentale, che si ricongiunge alla facciata della chiesa,
è sede dei Fratelli Conversi.
Attorno al chiostro, collegati ad esso con naturali e facili accessi,
sorgono le dispense, i granai, i forni, le stalle, i fienili, i mulini
e via via tutti gli altri servizi necessari a quella perfetta azienda
agricola che è l'Abbazia Cistercense. È noto che
il chiostro, cuore della cittadella monastica, ha la sua origine dalla
prima generazione benedettina, che a sua volta non ne inventa la pianta
ma la deduce da quella dell'antica casa romana.
S.Bernardo - oggi la critica storica gli ascrive anche questo merito
- riprendendo il tema, lo semplifica.
Più tardi gli edifici cistercensi subiscono modifiche anche
notevoli in pianta, in alzato, in ornato.
Ed è difficile a volte nelle Abbazie rinascimentali o barocche
scorgere la centrale importanza del “primo” chiostro.
Difficile, ma nemmeno tanto, perché evidenziato o no tale chiostro
è sempre rimasto con le sue originarie funzioni: punto da cui
si irradiano ed a cui convergono tutte le altre costruzioni.
...
(P.Angelo M.Caccin O.P.) |
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Lo stemma dell'Abbazia di Chiaravalle fin dal secolo XV è costituito
da una cicogna che stringe nel becco il pastorale sul quale si annoda
un nastro bianco a modo di cartiglio (per il nome dell'Abbate o un
motto programmatico); accanto la mitra abbaziale.
Una leggenda vuole che molte cicogne si fermassero qui nelle loro
migrazioni, ed alcune non ripartissero più, conquistate dalla
mitezza di quei bianchi, silenziosi lavoratori dei campi.
Leggenda? Forse si: ma quanto simbolica!
Informazioni
Tratto dal Libro: "L'Abbazia di Chiaravalle milanese
- Il Monastero e la Chiesa - Storia e Arte"
di P.Angelo M.Caccin O.P.
Ed. Moneta
Milano
1979 |
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