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Lanfranco Antonello

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Lanfranco Antonello - FotoPur con tutti i rischi che comporta l'uso della parola "caso" nel discorrere sui fatti dell'arte, mai termine più adatto ci sembra nei confronti dell'opera di Lanfranco Antonello che "dipinge" i suoi quadri soltanto con le foglie. Nessuno prima di lui l'ha fatto, ne credo che nessuno lo farà mai nell'avvenire.
Ma non si tratta di bizzarria, di una trovata gratuita, d'uno scherzo equivoco, bensì di una complessa operazione che coinvolge l'intero suo essere e quell'insolito mezzo da lui usato per esprimersi in termini figurativi in un modo inscindibile, dal sapore tra il magico e lo stregonesco pur sotto le apparenze di una cordiale, rustica e umorosa schiettezza di modi e di accenti.
Ma come e quando gli è nata l'idea di usare il colore naturale delle foglie secche anziché quello materico fornito dai tubi per dipingere ad olio o ad acquarello e steso sulla tela o sulla tavola o sulla carta, pratica antica e ancor sempre valida, anche se insidiata dalle moderne, artificiose tecnologie, lui stesso non sa fornirci notizie precise, come succede in genere per i fatti poetici, nati da inspiegabili quanto fatali folgorazioni.
Sappiamo peraltro che egli è di remoto ceppo contadino, della stessa radice dell' "omo selvatico" mitizzato dagli strapaesani Mino Maccari e Romano Bilenchi, d'una cultura fondata su quella Bibbia dei poveri che sono i proverbi e le massime trasmessi per via orale da padre a figlio oppue eternati sui "lunari", un altro testo divinatorio per tutto ciò che riguarda i lavori campestri.
Comunque, sin da bambino, quando vagava da solo in autunno per le campagne o partecipava, adolescente, all'aratura, lo affascinavano le foglie cadute dagli alberi che formavano un tappeto multicolore ai loro piedi, screziato di giallo oro, di bruno, di marrone e di qualche verde smeraldino in via di estinguersi.
Fu l'incontro casuale in una mostra d'un quadro fatto di "collage" di pezzi di carta, frammenti di giornale commisti a tratti ad olio o a tempera, di cui Picasso e Braque e i nostri Soffici, Carrà e Severini nel primo decennio del '900 ci avevano offerto memorabili esempi con le loro "nature morte", che l'indusse a passare dalla fase puramente contemplativa a quella sperimentale, e cioè a comporre dei "collages" usando le amatissime foglie al posto della carta, e non più relegate nel ruolo subalterno di elementi complementari o aggiuntivi, ma bensì innalzate al ruolo di uniche protagoniste nel dar forma all'immagine, lasciato "al naturale", intatto, il colore d'origine.
Ma non tutte le foglie si prestano a questo fine, e si rese necessario compiere una scelta fra i tanti esempi di cui è prodigo l'autunno.E delle moltissime passate al vaglio, quelle del pero, dell'orno, del platano, del pioppo, si rivelarono le più idonee, alle quali ha aggiunto da qualche anno, per arricchire la gamma dei colori disponibili, l'avorio delle croccanti foglie avvolgenti le pannocchie del granoturco e il marrone bruciato dei petali d'un bianco carnoso dei fiori della magnolia allorché virano in morbida pelle di camoscio poco prima di staccarsi corolla.
Si aggiungano poi i segreti artifizii a cui tutte le foglie vengono sottoposte dopo la loro raccolta, che obbedisce a tempi obbligati in rapporto alle lunazioni, alle nebbie, alle piogge, ecc., come l'esperie per alcune ore alla rugiada notturna, un autentico toccasana per assicurare ad esse una lunghissima vita quando vengono racchiuse in tante scatole, una per ciascun tipo di foglia, diventate in tal modo la sua tavolozza a cui attingere al momento cruciale dell'avvio all'operazione-quadro.
La quale consiste nel fissare sulla superficie d'una tavola i vari frammenti di queste foglie, grandi o piccoli, a seconda delle necessità compositive, come fossero le tessere d'un mosaico, seguendo la traccia di un sommario disegno preparatorio a matita, paragonabile alla sinopia d'un affresco.
È il suo un lavoro lento, di enorme pazienza e di sorvegliatissimo calcolo, d'alto artigianato, che non conosce gli scatti e l'impeto della pennellata ma la calma e i tempi lunghi degli anonimi mosaicisti calati da Bisanzio a Venezia a ornare la cupola e gli archi della Basilica di San Marco, ai quali Antonello sembra abbia rapito le tonalità dorate, dai rattenuti fulgori, che Paolo Rizzi non esita a definire d'impostazione morandiana.
Così, dopo quanto si è detto, ci sembra del tutto ovvio mettere in luce che la tematica a lui più congeniale rimane e rimarrà quella della vita campestre, colta e fissata nei suoi aspetti più tipici e salienti.
Un'epopea rurale, di cui egli è il cantastorie appassionato, il popolare aedo, spinto quasi dall'ansia, dal tremore e direi dal furore di afferrarne l'arcana bellezza che sta per sfuggirci di mano e sprofondare nel nulla.

Giuseppe Mesirca
 

Lanfranco Antonello - Opera
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Lanfranco Antonello - Opera
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"Casa de campagna" Lanfranco Antonello - Opera
"Il forno dei Santini" Lanfranco Antonello - Opera
...
Lanfranco Antonello - Opera
"L'aratura"

INFORMAZIONI

Testo ed immagini tratte da
"Le foglie secche di Lanfranco Antonello"
Mostra allestita da
Città di Marostica - Assessorato alla Cultura
testi di Giuseppe Mesirca, Ivo Prandin, Bino Rebellato
e da "Lanfranco Antonello"
estratto da "Annuario 1983" - Comed Edizioni Milano
 
 
 
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