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Innovazione e senso
dell'antico Quando
osservo le opere di Orazio Barbagallo la mia mente corre a Jaccques
Lipchitz, Alexandr Archipenko, Joseph Czaky e, soprattutto, ad Ossip
Zadkine. Mi spiego: con ciò non voglio affermare che i referenti
dell'artista vadano ricercati fra i rappresentanti della scultura
cubista; è vero però che Barbagallo indulge ad una stilizzazione
che fa della scomposizione dei piani e dei volumi il suo punto caratterizzante.
Nessun problema visuale, tipico del cubismo, in qualche modo collegato
alla visione simultanea; e nemmeno risoluzioni spaziali di natura
concettuale. In Barbagallo tutto ciò è pura ricerca
formale, caratterizzazione volumetrica con cui giungere a precisi
esiti espressivi e ad una poetica che, mentre si dimostra sensibile
ai temi di ricerca della modernità, lancia uno guardo interessato
a tutto ciò che è arcaico, primitivo e molto lontano
nel tempo e nello spazio.
E' per questo che le sue immagini risultano così monumentali,
anche quando le dimensioni delle opere monumentali non sono; è
per questo che le figure hanno quell'aspetto così maestoso
e, insieme, ieratico, come sacerdoti dell'antico Egitto o come idoli
magici di qualche altra remota civiltà.
Barbagallo è in bilico fra passato e presente, fra memoria
storica e conoscenza di tutte quelle ricerche espressive che sono
il vero patrimonio del divenire delle arti plastiche. Da questa posizione,
assunta non tanto per via intellettuale quanto per conformazioni di
sensibilità proprie, è pervenuto a soluzioni di sintesi
coniugando armoniosamente stile e contenuto, dato emozionale e ragioni
della coscienza, intuizione ispirativa ed elaborazione poetica.
Le sue volumetrie seguono movimenti ondulari ascensionali interrotte
da angolarità improvvise (richieste da un'attitudine costante
per la geometrizzazione) spesso sinanche brusche e taglienti; volumetrie
che appaiono fra le aggettanze e le rientranze delle masse plastiche
e che inglobano in sè anche i vuoti: come faceva Henry Moore,
anche Barbagallo utilizza le assenze plastiche come elementi di "attraversamento"
spaziale, come punti in cui la luce può esprimere il suo massimo
contenuto ed esaltare i contrasti ciaroscurali e pittorici.
Tutte le opere dell'artista sono intrise di spiritualità non
contingente, esaltata da un moto verticalizzante che sembra voler
proiettare le figure verso il cielo, verso i misteri del cosmo. Il
punto centrale della sua poetica è l'uomo, coi suoi drammi
interiori ed esistenziali, non ripresentati mai in maniera diretta,
didascalica, ma attraverso un sottile gioco di ambiguità, di
"doppiezze" che costituiscono il nucleo di un apparato ideativo
enigmatico e, dunque, pieno di fascino sottile. E' un gioco di assonanze
psicologiche, di lievi sottolineature e di generali approssimazioni
(l'uso subliminale di forme archetipiche o di pertinenza magica) che
rendono le immagini di Barbagallo mai scontate, mai fini a se stesse
o declinanti verso mere soluzioni estetizzanti, ma ricche di quella
(apparente) indecifrabilità contenutistica che solo l'appello
al senso del mistero può così misteriosamente generare.
Febbraio 2002
Franco Migliaccio Note Biografiche
Orazio Barbagallo nasce a Monza il 17 febbraio 1961 da una famiglia
in cui il mestiere dello scalpellino era tramandato di padre in figlio.
A quattordici anni s’iscrive all’istituto statale d’arte
di Monza e successivamente all’accademia di Brera.
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"Donna seduta" 
"In posa"
"La famiglia"
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