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Presentazione
C'è
un filo sottile che lega il romanticismo e l'ultimo naturalismo',
le 'Nuvole' di Constable, i bozzetti di Delacroix, 'L'Onda' di Courbet,
le Ninfèe di Monet e la 'carne della pittura' dell'Informale:
un filo sottile che rivela la "quintessenza della sostanza naturale"
con Fautrier e s'inabissa negli agili gorghi di pittura a vista di
Morlotti.
Poi... poi il magma, l'impuro della pittura scoperta, sabbia mobile
per la luce, esce dal campo di Marte ed entra nella Storia.
Oggi, ricorrere ad un discorso critico a base 'informale' per la pittura
di Luciano Bonello, è suggestivo e melodioso, è di maniera,
rientra nella 'tecnologia dolce' della seduzione linguistica, nella
"sfogliatura libidica dei discorsi" (Baudrillard) che si
fermano all'incanto delle apparenze.
Se una parentela esiste, è perché il movente essenziale
rimane quello, esteticamente ambiguo, degli ultimi naturalisti: da
un lato la natura, dall'altro la pittura, "...ma già la
natura li assedia nella memoria, nell'eco di sé che va a frugare
le loro stanze, già li sta riassorbendo nel suo grande grembo
infinito..." (Arcangeli).
E la pittura, dal canto suo, si dispone ineffabile nel delicato e
mutevole equilibrio tra la vista, che ha generato anche la memoria
e la varietà delle sue emozioni, e la fisicità fusionale,
indistinta, quel grado zero di prospettiva che impedisce la messa
a fuoco delle figure. Entrambe queste linee di affondo nel 'paesaggio
della pittura' appartengono alla esperienza artistica di Luciano Bonello:
nella loro continua, inquieta relazione risiede il carattere più
originale della sua pittura.
Da una parte dunque la distanza che serve per 'vedere', distinguere
spazi e tessere orizzonti, dall'altra un crescendo di eruzioni cromatiche,
di franchi e pastosi colori che smottano su falde improvvise, minate
da solide ombre o da bordi di luce. Come richiamati da un ordine della
memoria, sospinti da venti sotterranei, accorrono flussi cromatici
corti, pani di nebbie, soffici e ricchi di avvio, che si accalcano
in spazi ridotti, incalzati da traiettorie brevi e prowisorie; si
affiancano tra loro come smembrate tessere di una S.Victoire percossa
da un'ondata di calore, illuminata da una franosa pittura a olio.
Si tratta dunque di uno sguardo doppio, interno ed esterno.
Un pennello che ha conosciuto l'abbrivio cromatico di De Pisis (infatuato
della forma ma, di più, del vuoto) e la tremula tettonica dei
paesaggi di Sironi, stabilisce nuclei di maggior evocazione narrativa,
echi di forme, embrioni di figure che affiorano nel mezzo di impalpabili
'rovine circolari', di nebulose d'aria e di terra.
Barlumi di paesaggio, scaturigini di somiglianze, vaganti come reperti
incorporei appartenuti ad un ordine cosmico passato, appaiono in quei
punti in cui il colore varia e la direziono del piano si scompiglia;
queste 'presenze' assalgono la stesura dei colori con l'impazienza
di un ricordo non più sopportabile, e si manifestano come una
malattia della pittura che ne muta il corso.
Eppure le tele di Bonello suggeriscono l'esistenza di un remoto bisogno
di ordine, di equilibrio, quasi un desiderio di sottoporre l'insostenibile
attrazione che su di lui esercita il caos, ad un'operazione di ingegneria
dionisiaca disposta intorno a dei fuochi interni alla pittura.
Questi centri apparenti sono in grado di produrre un equilibrio momentaneo
fedele alle leggi della rappresentazione di paesaggio tra cui, in
primo luogo, il prevalere dell'orizzontalità nel dispiegarsi
di una successione che sale dal basso verso l'alto intendendo procedere
dalla superficie verso la profondità. Le proprietà 'calde',
come trattenute, implosive eppure lievitanti, del colore ad olio,
sgranano l'intreccio tra la pittura come materia di colore e la pittura
come forma di figura. Nascono così orti diurni e orti notturni,
seminati da ombre e densi chiarori, onde vischiose e balenanti grafie,
tracce di bordi e rugosi pendii che si dispiegano nel libero universo
della superficie. I fuochi, quei centri di prowisoria gravitazione,
ipotesi di un possibile equilibrio, appartengono all'ordine della
vista, della percezione, alludono alla natura della rappresentazione
minata dalle intemperanze, dagli effluvi dei colori e dalla 'visibilità'
del gesto, rimandano debolmente ad un regno di 'figure' quale garanzia
di tramontate corrispondenze, un regno antico dove era possibile riposare,
cullati dall'evidenza.
Poi le 'cose' si sono dissolte, sono trapassate, lasciando al suolo
la viva, lenta macchia del loro élan vital mentre lo spirito
(la forma) si è volatilizzata, è svanita: il fantasma
delle 'cose' riappare di tanto in tanto nel rumore di un'onda, nel
sussulto vaporoso di una luce colorata. In Bonello, infatti, non si
compie mai interamente l'approdo al "crebrum', pasta vivente
secondo il principio dell'informalità (Pasini).
L'indistinto sgorgante e materico non ha mai il sopravvento, pur se
ad esso è rivolta la rapita inquietudine dell'artista.
Le opere più recenti raccontano, appunto, dell'ultimo stadio
di questa appassionata e irrinunciabile lotta tra le ragioni dell'ordine
del visibile e il desiderio di regressus al regno della materia, di
naufragio nel caos, nell'immanenza di uno sguardo che si è
avvicinato troppo alla bocca iridescente della materia e rischia di
perdere la vista.
Anche quando la fisicità non mimetizzata e nemmeno domata dal
verso dei flussi dei segni, dilaga sulla tela, ne occupa indistintamente
tutto lo spazio, ciò nondimeno, assistiamo a deboli affioramenti
di luci, a vaghe apparizioni di immagini laddove la materia ha una
contrazione, per un attimo si ritira e si lascia impressionare (come
per il piccolo bianco di una luna, o per quell'impronta di croce-
albero-zampillo...).
Come in una favola di Borges, l'immagine torna alla terra che l'ha
generata: i cartografi dell'Impero avevano approntato una carta che
ricopriva con la massima precisione tutto il territorio, e che finirà
col decomporsi insieme all'Impero stesso.
Torna alla sostanza del suolo, si confonde con la terra dell'Impero,
come un'astrazione tornata ad impastarsi con la materia: solo qualche
brandello della passata simulazione è ancora rintracciabile
in qualche luogo remoto, affiora di tanto in tanto, solitario, nel
cuore del deserto.
Virginia Baradel |
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"Il gabbiano"
olio su tela
80x60 - 1980 
"Festa"
olio su tela
100x120 - 1988 
"Mio padre"
olio su tela
60x50 - 1985
INFORMAZIONI
Tratto da: "Luciano Bonello. Paesaggi dell'anima",
edizioni Panda, stampato in occasione della mostra che si è
svolta dal 15 maggio al 1° giugno 1991
presso il Centro Culturale d'Arte S.Michele di Milano.
Testo di Virginia Baradel. |
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