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Con la benedizione
di Thanatos Ricorda
un alchimista folle e dissoluto Vincenzo Busà, con quel suo
modo di rappresentare trasfigurando, di sciogliere e trasformare la
materia e il colore, versandoli dal crogiolo ribollente delle sue
disillusioni direttamente sulla tela. E’ qui che appaiono i
suoi torbidi soggetti femminili -spietatamente alterati, nella loro
realtà, dalla sua evocazione - grazie ai colori, appunto, alle
spatole e agli acidi, ma soprattutto alla sua irrefrenabile attrazione
verso l’Abisso. Donne-fenomeno, prodigi del suo immaginario,
luciferine messaline che sembrano reduci dal lungo esercizio del meretricio
o dal mefistofelico accordo, comunque, prelevate direttamente dalla
città di Dite, poste poi a guardia di grandi zone di colore
estese e compatte - vedi i rossi furibondi - variate solo nella loro
intensità cromatica.
Nascono contornate da un segno nero, grezzo e assoluto le donne sconsacrate
di Busà, riempite poi solo dalla forza vibrante del colore
puro, successivamente diluito e dilaniato da sostanze acide e svernicianti
che ci mostreranno la carne liquida, svelando non il loro, ma il suo
mondo di oscure, splendide ossessioni.
Un modo di procedere disordinato, come tentativo sperimentale di decostruzione
carnale - confessione immediata del proprio animo così ineluttabilmente
sedotto nei riguardi del Caos -, un’arte antieroica e antierotica,
giacché muove da nessun desiderio, se non da illeciti turbamenti.
Ma tutto ciò non gli (ci) impedisce di gustarne la nuova e
morbosa organicità. Ogni suo ritratto femminile è come
un passo di un lungo cammino mistico verso il raggiungimento del fondo
della perdizione, dell’Abisso, del Caos. Eccessive, esuberanti,
donne dallo sguardo sardonicamente ieratico, ipnotizzato e ipnotizzante,
ci rendono una weltanshauung della stessa esattamente come la magnifica
e infeconda castratrice della notte dei tempi.
Qui l’essere umano interessa solo come oggetto da osservare,
quasi fosse un ritrovamento archeologico proveniente dal centro tellurico,
ma emblema dell’impossibilità del piacere.
Eva nasce pura ma muore solennemente corrotta nelle opere di Busà;
ogni virtù è piegata e sottomessa, tutto è coerentemente
asservito alla creazione del suo ideale estetico del post umano, riportato
col più profondo rispetto per le sproporzioni - come Arte Contemporanea
vuole - e non manca di ricordarci l’inevitabilità della
decadenza e della morte, ma l’autore è manifestamente
compiacente con questa prospettiva.
L’eros è decaduto, è il dramma di un’antica,
vetusta lussuria; le donne di Busà sono lo scheletro del tempo
e l’archetipo di un eccitante orrore.
Resa con il suo stile espressionistico e nutrita esclusivamente da
atti spontanei, l’arte di Busà rivela quale rapporto
di alienazione l’autore intrattiene col Femminile, mentre un’inquietudine
annichilente ne rivela ossessioni e paure nascoste, proprie di un
certo uomo contemporaneo.
Hary Daqua - (curatore indipendente) Cenni
biografici
Vincenzo Busà, nato ad Acireale (CT) nel 1960. Si laurea in
Architettura, presso la Facoltà di Architettura di Reggio Calabria,
sin dal 1986 lavora nell’ambito dei progetti di catalogazione
dei Beni Culturali. Ha alternato, sin dall’87, l’attività
dei concorsi d’architettura a quella delle mostre di pittura.
Nel 1992, ha ottenuto il primo premio di Concorso Nazionale di design
“Immagine per un camino” indetto dalla Edilkamin (MI).
Nel 1996 ha ottenuto il quinto premio per il Trofeo Medusa Aurea conferito
dall’Accademia Internazionale d’Arte Moderna di Roma (AIAM).
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"La solita domanda"
Tecnica mista su tela cm (100 x 150)
2005 
"Spogliarellista"
Tecnica mista su tela cm (100 x 150)
2004
"Vecchio concetto"
Tecnica mista su tela cm (70 x 100)
2003
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