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Giuseppe Celi

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  Presentazione

Giuseppe Celi"La pittura è già tutta nella pittura, non altrove" (M. Goldin, Scrivere di pittura. Artisti italiani del Novecento, Venezia 1997, p. 6).
La parola nel tentare di spiegare, o semplicemente di descrivere, un'opera visiva verifica i propri limiti. La creazione artistica, riuscendo a conciliare elementi e percezioni inconciliabili, attinge alle categorie del "magico" e del "miracoloso"; pertanto, dare atto di come l'arte si compia non può che essere riduttivo. Le mie parole "smozzicate" non avranno altra pretesa che quella di partecipare l'emozione che in me suscitano le tele di Celi. La sua pittura lega a sé l'osservatore, invitandolo a intraprendere un viaggio che dalle realtà più abituali lo conduce per gradi, senza che quasi se ne accorga, al di là del fenomenico. L'artista, attraverso un percorso difficile e tortuoso, ha elaborato una sua forma artistica personale, espressione di un mondo intcriore sensibile e vibrante. Dagli inizi incentrati sull'osservazione della sua terra d'origine, dopo una lunga pausa, è pervenuto ad una pittura non più chiusa negli angusti confini regionali, rappresentando paesaggi non fisici ma dell'anima. I confronti più immediati per la pittura di Celi si possono trovare nel realismo dello spagnolo Antonio Garcìa Lopez, nell'oggetivismo degli americani Andrew Wyeth e Grégory Gillespie e nell'immagine bloccata di Gianfranco Ferroni. Le sue ultime opere, che si articolano in nature morte e vedute paesaggistiche, sono caratterizzate da un linguaggio nitido, esatto, da sicurezza e padronanza nell'uso degli strumenti pittorici. Celi decodifica la realtà lontano dai rumori del mondo, appartato nel silenzio del suo studio che diventa l'orizzonte entro cui si muove la sua pittura Nelle tele il reale si spoglia di ogni clamore e ritrova un'atmosfera riservata e intimista tra oggetti consueti e confidenziali. La scelta di uno spazio circoscritto e limitato non soffoca la sua arte che, anzi, nel cogliere oggetti prosaici e impoetici, secondo una concezione classicheggiante dell'arte, si carica di significati ulteriori. La tensione descrittiva e la volontà di determinazione plastica degli elementi all'intemo di una salda costruzione prospettica connotano l'iper-percettività della visione realistica dell'artista, il cui sguardo, distolto dalla contemplazione di spazi macroscopici, guadagna nella percezione del particolare. Ma è proprio l'approccio iper-percettivo che svela gli aspetti più inquietanti del reale; quanto più attenta e puntuale è l'analisi descrittiva tanto più sfuggente è la significanza della rappresentazione. L'accumulo di particolari evidenzia paradossalmente l'evanescenza degli oggetti rappresentati che, decontestualizzati e sconnessi, diventano simbolo di una realtà indecifrabile, chiusa nella sua incomunicabilità. L'intenzionale giustapposizione di oggetti appartenenti a diverse sfere della quotidianità comporta, inoltre, la defunzionalizzazione di ogni singolo elemento scarnificato e ridotto alla sua pura esistenza. L'osservatore è volutamente posto in una irrisolta ambiguità: disorientato dall'accostamento inusuale degli elementi compositivi è, allo stesso tempo, rassicurato dalla familiarità degli oggetti rappresentati e dalle tonalità non aggressive della tavolozza. Laddove si scontrano elementi diversi e contraddittori, senza un terreno solido su cui poggiare i piedi, scaturisce improvvisa l'emozione e l'arte può operare il miracolo L'operazione pittorica supera l'estraneamente, ricomponendo ciò che la realtà scompone. Il rigoroso ritmo compositivo, in un ritrovato equilibrio tra vuoti e pieni, restituisce unitarietà alla realtà frantumata. Gli oggetti rappresentati (la macchina da scrivere, la macchina fotografica, il telefono, le matite colorate, le lettere accatastate), sebbene siano già di per sé, intrinsecamente, pregni di una forte istanza comunicativa avvertita in tutta la sua urgenza, risultano accidentali, marginali all'emozione che trova il suo canale espressivo nell'insieme compositivo. I paesaggi vivono della stessa tensione spirituale delle nature morte. L'artista ci presenta l'ambiente metropolitano in un istante di rarefatta immobilità, svuotato della sua realtà antropica; il paesaggio urbano si configura, infatti, come una tridimensionalequinta teatrale che, su un palcoscenico disertato da attori, diventa protagonista assoluto dellarappresentazione. L'unico segno di vita -vita percepita come movimento- è un'automobile in corsa che, però, spostandosi in dirczione contraria al punto di osservazione del quadro, si carica di significati inquietanti, divenendo simbolo del viaggio -che tutta l'umanità compie- verso l'ignoto. Celi, che rivela una sensibilità quasi crepuscolare nel rendere oggetto di rappresentazione artistica i particolari più dimessi e giornalieri, carica sia le nature morte che i frammenti di realtà urbana di una tensione conoscitiva e metafìsica. Interni ed estemi sono investiti da una luminosità translucida che viene configurando un'atmosfera di abbandono delle cose, di sospensione presaga; è questo l'istante della tregua, dell'occasione di percepire, attraverso un improvviso varco nel mondo empirico rappresentato (la montaliana "maglia rotta nella rete"), la verità altra. Ma è solo l'illusione di un momento. La pittura di Celi si nutre di contraddizioni irrisolte tesa nello sforzo di evocare quel momento magico di trasfigurazione è, comunque, consapevole che il momento rappresentato è una pausa che non da nient'altro che l'illusione di cogliere il senso riposto delle cose. L'artista, tuttavia, cosciente dei suoi mezzi espressivi, non si tira indietro e mette in gioco la sua arte, la sua credibilità, pur sapendo che il confronto con la realtà è sempre un rischio. Crede nella pittura non in quanto mezzo per poter giungere alle verità ultime, ma come lavoro paziente, quotidiano che gli consente di attingere a brandelli di senso

BARBARA ROTUNDO


Biografia

Nasce a Catanzaro nel 1947. Comincia a dipingere i primi quadri all'inizio degli anni '60, mentre frequenta il Liceo Artistico di Reggio Calabria.
Si diploma successivamente al Liceo Artistico di Catanzaro. Si iscrive alla Facoltà di Architettura di Reggio Calabria, ma abbandona presto gli studi universitari, per dedicarsi esclusivamente alla pittura.
Si è recato spesso all'estero,oltre che in Italia, per studiare le opere dei contemporanei rispetto ai quali ha sempre avvertito maggiore attrazione e affinità: Antonio Lòpez Garcìa, Andrew Wyeth, Lucian Freud, Renzo Vespignani, Gianfranco Ferroni.
Nel 1965 vince il primo premio alla mostra d'arte organizzata dalla Federazione Universitari Cattolici Italiani, in giuria, tra gli altri, Emilia Zinzi.
Soggiorna dapprima a Venezia, dove frequenta i corsi di Calcografia Sperimentale della Scuola Internazionale di Grafica, sotto la guida di Antony Guibé. Successivamente è a Urbino, dove, guidato da Carlo Ceci dell'Accademia Raffaello, apprende la tecnica della litografia.
È importante, in questa fase, il sodalizio che nasce fra Giuseppe Celi e Renzo Biasion. Si inserisce così, su invito, in rassegne nazionali e internazionali con gruppi di opere. Le personali si susseguono, quindi, periodicamente nelle maggiori città italiane ed europee.
La pittura di Celi ha attirato, sin dalle prime mostre, l'attenzione della critica più qualificata. Fin dagli anni '60 si colloca con successo nell'ambiente artistico-culturale di cui tuttora costituisce fattiva presenza.
La sua "voce" è segnalata in numerose pubblicazioni d'arte specializzate, nonché presso l'Archivio Storico d'Arte Contemporanea della Biennale di Venezia.
Celi può annoverarsi tra i più intensi pittori figurativi italiani. Egli si è reso interprete della realtà, sia essa costituita da "paesaggi" che da "periferie", ed ha saputo coniugare una straordinaria maestria con una particolare sensibilità poetica. I suoi "interni" si caratterizzano per una apparente caoticità, accompagnata da un sentimento predominante, quello dell'attesa. Questi interni, assieme alle periferie "allucinate e neometafisiche", più che rilevare di per sé, tendono, così, a trascendersi per assurgere a metafore, per rendere un'unica idea di "natura silente", di un silenzio di fondo, quasi di una luce soffusa, di un'attesa, appunto, che permea di sé l'intera opera.
Nel corso della sua attività pittorica, Celi si è soffermato anche sull'analisi del territorio calabrese, realizzando sulla sua città natale alcune opere appartenenti ad un ciclo denominato "Omaggio a Catanzaro".
Nelle ultime opere, ormai pienamente maturo, si registra un ritorno a certe prime esperienze. Ora la pittura di Celi è dichiaratamente figurativa, una pittura che della realtà esprime una visione attenta e poetica. È la linea su cui si è sviluppata fino ad ora la sua ricerca.
Dal 1974 al 1982 Celi ha insegnato Discipline Geometriche e Architettoniche nei licei artistici di Catanzaro e Cosenza.
Attualmente vive a Catanzaro, dove insegna Educazione Artistica.
Ha due figlie: Alessandra e Tiziana.

 

Giuseppe Celi - Opera 1
"Violino incartato"
2003, cm 50x80
olio su tela
Giuseppe Celi - Opera 2
"Valigia e cianfrusaglie"
2004 cm 70x90
olio su tela
Giuseppe Celi - Opera 3
"Conchiglia, lettere e foglie"
2003, cm 80x60
olio su tela


Contatti

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