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Presentazione
"La
pittura è già tutta nella pittura, non altrove"
(M. Goldin, Scrivere di pittura. Artisti italiani del Novecento, Venezia
1997, p. 6).
La parola nel tentare di spiegare, o semplicemente di descrivere,
un'opera visiva verifica i propri limiti. La creazione artistica,
riuscendo a conciliare elementi e percezioni inconciliabili, attinge
alle categorie del "magico" e del "miracoloso";
pertanto, dare atto di come l'arte si compia non può che essere
riduttivo. Le mie parole "smozzicate" non avranno altra
pretesa che quella di partecipare l'emozione che in me suscitano le
tele di Celi. La sua pittura lega a sé l'osservatore, invitandolo
a intraprendere un viaggio che dalle realtà più abituali
lo conduce per gradi, senza che quasi se ne accorga, al di là
del fenomenico. L'artista, attraverso un percorso difficile e tortuoso,
ha elaborato una sua forma artistica personale, espressione di un
mondo intcriore sensibile e vibrante. Dagli inizi incentrati sull'osservazione
della sua terra d'origine, dopo una lunga pausa, è pervenuto
ad una pittura non più chiusa negli angusti confini regionali,
rappresentando paesaggi non fisici ma dell'anima. I confronti più
immediati per la pittura di Celi si possono trovare nel realismo dello
spagnolo Antonio Garcìa Lopez, nell'oggetivismo degli americani
Andrew Wyeth e Grégory Gillespie e nell'immagine bloccata di
Gianfranco Ferroni. Le sue ultime opere, che si articolano in nature
morte e vedute paesaggistiche, sono caratterizzate da un linguaggio
nitido, esatto, da sicurezza e padronanza nell'uso degli strumenti
pittorici. Celi decodifica la realtà lontano dai rumori del
mondo, appartato nel silenzio del suo studio che diventa l'orizzonte
entro cui si muove la sua pittura Nelle tele il reale si spoglia di
ogni clamore e ritrova un'atmosfera riservata e intimista tra oggetti
consueti e confidenziali. La scelta di uno spazio circoscritto e limitato
non soffoca la sua arte che, anzi, nel cogliere oggetti prosaici e
impoetici, secondo una concezione classicheggiante dell'arte, si carica
di significati ulteriori. La tensione descrittiva e la volontà
di determinazione plastica degli elementi all'intemo di una salda
costruzione prospettica connotano l'iper-percettività della
visione realistica dell'artista, il cui sguardo, distolto dalla contemplazione
di spazi macroscopici, guadagna nella percezione del particolare.
Ma è proprio l'approccio iper-percettivo che svela gli aspetti
più inquietanti del reale; quanto più attenta e puntuale
è l'analisi descrittiva tanto più sfuggente è
la significanza della rappresentazione. L'accumulo di particolari
evidenzia paradossalmente l'evanescenza degli oggetti rappresentati
che, decontestualizzati e sconnessi, diventano simbolo di una realtà
indecifrabile, chiusa nella sua incomunicabilità. L'intenzionale
giustapposizione di oggetti appartenenti a diverse sfere della quotidianità
comporta, inoltre, la defunzionalizzazione di ogni singolo elemento
scarnificato e ridotto alla sua pura esistenza. L'osservatore è
volutamente posto in una irrisolta ambiguità: disorientato
dall'accostamento inusuale degli elementi compositivi è, allo
stesso tempo, rassicurato dalla familiarità degli oggetti rappresentati
e dalle tonalità non aggressive della tavolozza. Laddove si
scontrano elementi diversi e contraddittori, senza un terreno solido
su cui poggiare i piedi, scaturisce improvvisa l'emozione e l'arte
può operare il miracolo L'operazione pittorica supera l'estraneamente,
ricomponendo ciò che la realtà scompone. Il rigoroso
ritmo compositivo, in un ritrovato equilibrio tra vuoti e pieni, restituisce
unitarietà alla realtà frantumata. Gli oggetti rappresentati
(la macchina da scrivere, la macchina fotografica, il telefono, le
matite colorate, le lettere accatastate), sebbene siano già
di per sé, intrinsecamente, pregni di una forte istanza comunicativa
avvertita in tutta la sua urgenza, risultano accidentali, marginali
all'emozione che trova il suo canale espressivo nell'insieme compositivo.
I paesaggi vivono della stessa tensione spirituale delle nature morte.
L'artista ci presenta l'ambiente metropolitano in un istante di rarefatta
immobilità, svuotato della sua realtà antropica; il
paesaggio urbano si configura, infatti, come una tridimensionalequinta
teatrale che, su un palcoscenico disertato da attori, diventa protagonista
assoluto dellarappresentazione. L'unico segno di vita -vita percepita
come movimento- è un'automobile in corsa che, però,
spostandosi in dirczione contraria al punto di osservazione del quadro,
si carica di significati inquietanti, divenendo simbolo del viaggio
-che tutta l'umanità compie- verso l'ignoto. Celi, che rivela
una sensibilità quasi crepuscolare nel rendere oggetto di rappresentazione
artistica i particolari più dimessi e giornalieri, carica sia
le nature morte che i frammenti di realtà urbana di una tensione
conoscitiva e metafìsica. Interni ed estemi sono investiti
da una luminosità translucida che viene configurando un'atmosfera
di abbandono delle cose, di sospensione presaga; è questo l'istante
della tregua, dell'occasione di percepire, attraverso un improvviso
varco nel mondo empirico rappresentato (la montaliana "maglia
rotta nella rete"), la verità altra. Ma è solo
l'illusione di un momento. La pittura di Celi si nutre di contraddizioni
irrisolte tesa nello sforzo di evocare quel momento magico di trasfigurazione
è, comunque, consapevole che il momento rappresentato è
una pausa che non da nient'altro che l'illusione di cogliere il senso
riposto delle cose. L'artista, tuttavia, cosciente dei suoi mezzi
espressivi, non si tira indietro e mette in gioco la sua arte, la
sua credibilità, pur sapendo che il confronto con la realtà
è sempre un rischio. Crede nella pittura non in quanto mezzo
per poter giungere alle verità ultime, ma come lavoro paziente,
quotidiano che gli consente di attingere a brandelli di senso
BARBARA ROTUNDO
Biografia
Nasce a Catanzaro nel 1947. Comincia a dipingere i primi quadri
all'inizio degli anni '60, mentre frequenta il Liceo Artistico di
Reggio Calabria.
Si diploma successivamente al Liceo Artistico di Catanzaro. Si iscrive
alla Facoltà di Architettura di Reggio Calabria, ma abbandona
presto gli studi universitari, per dedicarsi esclusivamente alla
pittura.
Si è recato spesso all'estero,oltre che in Italia, per studiare
le opere dei contemporanei rispetto ai quali ha sempre avvertito
maggiore attrazione e affinità: Antonio Lòpez Garcìa,
Andrew Wyeth, Lucian Freud, Renzo Vespignani, Gianfranco Ferroni.
Nel 1965 vince il primo premio alla mostra d'arte organizzata dalla
Federazione Universitari Cattolici Italiani, in giuria, tra gli
altri, Emilia Zinzi.
Soggiorna dapprima a Venezia, dove frequenta i corsi di Calcografia
Sperimentale della Scuola Internazionale di Grafica, sotto la guida
di Antony Guibé. Successivamente è a Urbino, dove,
guidato da Carlo Ceci dell'Accademia Raffaello, apprende la tecnica
della litografia.
È importante, in questa fase, il sodalizio che nasce fra
Giuseppe Celi e Renzo Biasion. Si inserisce così, su invito,
in rassegne nazionali e internazionali con gruppi di opere. Le personali
si susseguono, quindi, periodicamente nelle maggiori città
italiane ed europee.
La pittura di Celi ha attirato, sin dalle prime mostre, l'attenzione
della critica più qualificata. Fin dagli anni '60 si colloca
con successo nell'ambiente artistico-culturale di cui tuttora costituisce
fattiva presenza.
La sua "voce" è segnalata in numerose pubblicazioni
d'arte specializzate, nonché presso l'Archivio Storico d'Arte
Contemporanea della Biennale di Venezia.
Celi può annoverarsi tra i più intensi pittori figurativi
italiani. Egli si è reso interprete della realtà,
sia essa costituita da "paesaggi" che da "periferie",
ed ha saputo coniugare una straordinaria maestria con una particolare
sensibilità poetica. I suoi "interni" si caratterizzano
per una apparente caoticità, accompagnata da un sentimento
predominante, quello dell'attesa. Questi interni, assieme alle periferie
"allucinate e neometafisiche", più che rilevare
di per sé, tendono, così, a trascendersi per assurgere
a metafore, per rendere un'unica idea di "natura silente",
di un silenzio di fondo, quasi di una luce soffusa, di un'attesa,
appunto, che permea di sé l'intera opera.
Nel corso della sua attività pittorica, Celi si è
soffermato anche sull'analisi del territorio calabrese, realizzando
sulla sua città natale alcune opere appartenenti ad un ciclo
denominato "Omaggio a Catanzaro".
Nelle ultime opere, ormai pienamente maturo, si registra un ritorno
a certe prime esperienze. Ora la pittura di Celi è dichiaratamente
figurativa, una pittura che della realtà esprime una visione
attenta e poetica. È la linea su cui si è sviluppata
fino ad ora la sua ricerca.
Dal 1974 al 1982 Celi ha insegnato Discipline Geometriche e Architettoniche
nei licei artistici di Catanzaro e Cosenza.
Attualmente vive a Catanzaro, dove insegna Educazione Artistica.
Ha due figlie: Alessandra e Tiziana. |
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"Violino incartato"
2003, cm 50x80
olio su tela 
"Valigia e cianfrusaglie"
2004 cm 70x90
olio su tela
"Conchiglia, lettere e foglie"
2003, cm 80x60
olio su tela
Contatti
Per contattare l'Artista o per richiedere informazioni sulle
opere presentate in questa pagina:
e-mail
www.giuseppeceli.it
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