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Jutka Csakanyi
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Jutka CsakanyiPlasmare la terra è l’azione che alla materia dà forme immaginate, in una sorta di visione fabbrile, che alle figure accorda un accento magico. Nella modellatura, la creta si aggiunge via via, con sporgenze e dinamismi in cui le forme si plasmano man mano, prive di riferimenti a una struttura, o a una composizione ideata razionalmente, legate piuttosto all’atto stesso in cui viene a crearsi l’immagine che appartiene all’oggetto plastico.
La maggior parte delle sculture di Jutka Csakanyi consiste di figurazioni umane, o comunque antropomorfe, talvolta frammentarie, come teste busti ed anche composizioni verticali che sembrano alludere all’elevazione di totem o di steli. E in questa costante costellazione figurativa, i lavori vedono un’evoluzione, e passaggi significativi, dalle immagini meccaniche di teste e corpi (come quelli dei guerrieri) fino all’attuale ricerca sulla germinazione delle forme, quasi una sostanza organica, all’interno del processo creativo.

Il riferimento ad immagini naturali, unitarie, ad una presupposta interezza, avviene per suggestione, nel momento in cui l’opera si guarda, e a volte rimanda non a realtà ma a simulacri umani, a immagini che sono parte di un vasto bagaglio iconografico, fatto di memorie ancestrali e storiche fino alle più attuali e ironiche rappresentazioni del fumetto. Ma è un’operazione posteriore, che l’artista “dimentica” nel suo lavoro, per recuperare poi, quando l’opera è completata e si presta all’indagine dell’osservazione.
E così, è a un luogo enigmatico che riportano le sculture di Jutka Csakanyi, indecifrabile razionalmente: dichiarano un’assenza di sintassi, l’impossibilità di una narrazione per figure, e piuttosto reclamano una forza originaria, singolare, che si avvale anche, e forse soprattutto, dei “generi” minori della scultura.
Se con questi si intendono gli oggetti, i manufatti. Le misure delle sculture di Jutka Csakanyi rimandano a una dimensione quotidiana, abitata da prodotti di piccolo formato e perciò manipolabili, seppure le immagini evocano un’impressione di realtà mitiche ed arcaiche, ed una surreale lontananza del tempo.

La dialettica interna allo svolgersi dell’apparizione è essenziale in questi lavori di scultura. Le terrecotte sono quasi tutte dipinte, la patinatura è indispensabile, e il colore che le opere assumono dice, per Jutka Csakanyi, del significato di maschera della scultura, di un valore aggiunto di immagine all’immagine. La finzione continua anche con la simulazione dei materiali, non solo in contesa con la pittura, ma con i procedimenti della scultura stessa, e la terracotta assume nello strato superficiale le parvenze del bronzo o dei metalli. “Maschera” sta però non tanto per “simulazione”, ma per atteggiamento espressivo, per disposizione di pensiero. Maschera, allora, come pratica, abito, o involucro, quasi un baccello, dove le forme si dispongono eloquenti, attive, come protagoniste di un enigmatico spettacolo, assurgono al valore di figure espressive, finalmente soggetti.

Diverse opere, in particolare le verticali, sia quelle più figurative, sia le astratte, segnate da vortici lineari dinamici, possiedono una vocazione monumentale, come embrioni di altri, maggiori sviluppi. Suggeriscono però sempre una dimensione umana, abitabile, una possibile dislocazione in luoghi in cui dialogare con la vita concreta, senza darsi come immagini puramente mentali, mai isolate in un proprio nucleo intangibile. In ogni caso, allora, i lavori di Jutka Csakanyi si propongono come presenze appartenenti al mondo, dichiarando che proprio nella vita reale si svolge questa manifestazione di immagini che reclamano un legame con simboli profondi e mitici.

E sembra significativo, per comprendere il momento della attuale produzione di Jutka Csakanyi, seguire lo sviluppo che ha visto, negli ultimi anni, l’immagine del soldato, un’immagine sempre legata a figure antropomorfe, e quindi al tema classico, per eccellenza, della scultura, quello del corpo. E che nel motivo del guerriero trova accenti di modernità, un motivo che è, si può dire, un archetipo tra i più frequentati dall’arte del nostro secolo. Il guerriero incarna la drammaticità dolente dell’uomo contemporaneo, il demone, e l’angoscia di una disgregazione psichica. E’ un costume, ancora una volta una maschera, perturbante, che reca la morte, ma può a sua volta esplodere. E’ l’immagine di un’ossessione, o di una nostalgia, che dice di un ricordo della figura umana, della natura del corpo, e della negazione della realtà umana.

Le parti in rilievo della creta, dialogano con i vuoti interni alla superficie, con le concavità, le ombre, con le linee dei solchi scavati dentro l’oggetto, come una scabrosità che vuole essere inglobata dal processo di emersione della figura, ma a sua volta tenta di offuscare e di annegare il dinamismo pulsante, estroflesso, vitale della materia che si dà in immagine. Le forme plasmate rimandano così all’atto stesso in cui vengono create, al processo concreto in cui s’è svolto il lavoro di aggiunta e disegno, alla stessa modellazione, come ad un procedimento dove l’artista scopre in gioco energie magiche, in grado di rivitalizzare un primitivo serbatoio di immagini.
Jutka Csakanyi spezza con forza i suoi primi guerrieri, frammentati come in un lavoro di intaglio, con linee rette e dure che evidenziano la dissociazione delle parti, l’impossibile figurazione unitaria. Sono temi che risalgono a lavori ancora precedenti, là dove Jutka creava sculture ripetendo motivi identici, raggruppati come grappoli, in improbabili insiemi, come protomi di teste umane. La ripetizione rompeva allora la possibilità di uno svolgimento narrativo, negava il senso logico e discorsivo del rilievo, per appuntarsi sul semplice affioramento della forma figurativa.
Nei guerrieri la negazione del senso pacificante e razionale comprende la superficie, e i nessi interni all’opera, i rapporti fra le parti, i legami tra pieni e vuoti, o meglio, le lacerazioni, i contrasti.

Ora invece dei soldati, Jutka Csakanyi si concentra sull’immagine del robot, che ha perso la crudezza degli antecedenti. Risente piuttosto di un lavoro collaterale, che se anche si è sviluppato prevalentemente in studi, ha modificato l’atteggiamento espressivo delle ultime figure. In questa rinnovata produzione, Jutka si è messa alla prova con altri andamenti, curvilinei, morbidi, in una ricerca sui sensi diversi del dinamismo, fatto di flessioni e di ondeggiamenti, e sulla possibile trasformazione della materia attraversata dal flusso vitale. L’ondulazione che percorre le figure, unifica a tratti le superfici, ed appare come un principio generatore. La forma cioè si dispiega lungo linee e pieghe che paiono nascere l’una dall’altra, dando vita ad un unitario scorrimento. L’immagine rimanda a quella di una generazione: la curva che ne genera un’altra, ed è permeata da una inimmaginabile leggerezza, è quasi sorpresa dall’artista stessa, come una magia, o un sogno. Anche le pose delle figure acquistano andamenti più fluidi, in alcuni casi paradossali, e vedono atteggiarsi figure guerriere, per definizione maschili e aggressive, in movenze più morbide e femminili. La frammentazione del corpo rimane, come nel caso di una testa appena suggerita sullo sviluppo del busto, e tuttavia la sua piega sinuosa appare appunto non più come frattura, ma come crescita generata dall’evoluzione in verticale del tronco.

Ricordano, queste ultime sculture, un fenomeno di germinazione delle forme, che mescola agenti naturali (come l’acqua e il vento), organismi viventi (come germogli vegetali), immagini oniriche. La stessa idea di un flusso della forma rimanda a quella di sequenza, a una crescita non solo dell’immagine ma temporale. Non credo sia privo di significato, anche se involontario, che sull’uomo vestito da ussaro, “tenuto insieme” dai suoi bottoni che lo allacciano e lo costringono ad un aspetto di uomo, proprio su di lui si appoggi una farfalla, immagine, nella tradizione iconografica, di psyché , l'anima che si sprigiona al momento della morte.
La presenza dell’animale, o la stessa metamorfosi dei corpi in forme animalesche, genera il sorriso e l’ironia, che ancora richiamano quei territori enigmatici della psiche, inesplorati e inconsci, accessibili talvolta al motto di spirito, al gioco delle libere associazioni.

Il vuoto pure vede un’evoluzione nell’opera di Jutka. La cavità, il buco, la frammentazione nascono da una sorta di claustrofobia, dalla necessità di aprire l’opera. Ma se nei primi guerrieri e nelle contemporanee teste meccaniche la rottura serviva a negare il mero sviluppo narrativo e logico, ora l’incavatura si dispone come il luogo dell’aria, che circola all’interno della scultura. Le figure vogliono respirare, come fossero vive.
Quest’aria è un movimento vitale, è l’infinito all’opera, nell’opera.
Infinito che, per Jutka Csakanyi, è la natura stessa.

Maria Grazia Schinetti


Jutka Csakanyi è nata a Budapest in Ungheria, dove ha conseguito il diploma di maturità. Ha proseguito gli studi in Italia, presso la scuola d’Arte Istituto Cimabue. Si diploma presso l'Accademia delle Belle Arti di Brera a Milano in scultura, allieva del maestro Filippo Scimeca.

 

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