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S/M Racconti di
un io smembrato Dalla
foglia d’oro alla vernice, dall’acido ai polpastrelli,
dal pennello alla carne, dalla polvere di marmo all’acrilico.
Ora, questo incappucciato d(io) delle voglie di Valerio de Filippis,
risana il triste destino dell’io infranto, cauterizza e agglutina
i frammenti delle sue vagheggiate vicende attraversando l’ostentato
disfacimento della trasgressione carnale.
S
La pittura può darsi (dare se stessa) - aggiungere a chi la
guarda – l’integrità della memoria collettiva.
Ma questa memoria non contempla necessariamente una traduzione in
racconto prosastico, non consta di una successiva partizione in capitoli
e paragrafi collegati da una ragione poetico-logica e discorsiva;
si propone tutta insieme come intuizione Bergsoniana; verifica in
un attimo un’intera galassia di passati, presenti, futuri.
L’elemento di continuità dovrebbe essere organizzato
attorno allo "spavento" (Fear), al timore/tremore che trovarsi
al mondo, nel tempo, equivale a esserne potenzialmente espulsi in
ogni momento. Dunque la tortura dell’io, il suo involontario
smembramento trasposto in alchimia dei materiali è dis(soluzione)
– cupio dissolvi –, estasi anoressica o sovrabbondanza
bulimica di dettagli e rumori di fondo, ma anche tranquillità
nichilistica. Se siamo immersi nell’attualità dell’istante,
quel nulla che diverremo può essere sfiorato da una vertigine,
da una riappropriazione embrionale del nostro stato pristino. La paura,
per distrarsi, cerca e trova nomi alle cose (S/M, slave&master,
schiavo/padrone, ruoli definiti) e ci interroga sull’esibizione
di uno statuto di verità che espresso in modo creativo diventa
liberatorio, non più spaventoso (Fearful).
M
Emeth era la sigla che trascritta sulla fronte del Golem, il gigante
di fango caro alla tradizione ebraica, permetteva ad esso di animarsi.
La cancellazione del prefisso "E" lasciava la parola Meth
(moribondo) che dava facoltà al signore del Golem di stabilirne
la morte. Se "arte" ha a che fare con "artificio",
dunque finzione ma anche esecuzione di un manufatto attraverso la
manipolazione di materiali eterogenei, individui che a seconda delle
stime relative all’utilità e alla scala di priorità
dei valori propri di un sistema sociale sarebbero stati stigmatizzati
come artisti, saturnini o portatori di aberrazioni, invece che affondare
in una privata quanto silenziosa nevrosi, raggiungono la trasparenza
del messaggero, del padrone del proprio e talvolta dell’altrui
destino (un Golem metaforico?). Costoro imbastiscono per i loro simili
lo specchio rovesciato del non detto per chiarirne i contenuti psichici
segreti, creano il Golem (le opere, i manufatti…) che non perirà
a comando, perché se pur plasmato per e dall’uomo, possiede
un’autonomia superflua in quanto all’uso eppur necessaria
per la recherche che ognuno è chiamato a compiere dentro sé,
ricerca che sopravvivrà indomitamente alla volontà di
assoggettamento del suo creatore, alla pervasività del suo
super io.
Tania Giuga (2003) Note biografiche
Valerio de Filippis (Pozzuoli, 1960) inizia la sua ricerca artistica
nel 1980 a Bari. Compie numerosi viaggi all'estero stabilendosi per
due anni a Bruxelles. Dal 1994 vive e lavora a Roma dove nel 2003
fonda lo Studio E.M.P. (Experimental Meeting Point), luogo di incontro-confronto
culturale e tecnico-sperimentale tra artisti poeti e intellettuali.
Vincitore di numerosi premi, è stato invitato a molte rassegne
internazionali. Le sue opere fanno parte di numerose collezioni pubbliche
e private. |
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"Frammento 22 - Hejira in the egg Package"
tecnica mista su legno, cm (46x58), 2006 
"When where who what"
tecnica mista su legno, cm (90x100), 2003
"Burnt"
tecnica mista su legno, cm (100x90), 2004
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