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Federico Fronterrè

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  Presentazione

Federico FronterrčLa mia ricerca artistica si muove o si è mossa all’interno di luoghi che ho visto, vissuto e abitato quotidianamente per intensi periodi della mia vita, tali che il mio sguardo su di essi è potuto mutare radicalmente, e muta ancora nel riguardare e analizzare le produzioni artistiche che li hanno rappresentati. Essi sono diventati ai miei occhi non solo parte della mia esperienza umana, ma metafora di un luogo mentale, più che fisico, che ha importanza non per quello che è, ma per gli stati emozionali che hanno attraversato la mia vita in un certo periodo.
Ho trattato, quindi, ogni luogo, come un contenitore, come una materia flessibile, modellabile a seconda della condizione psicologica che avevo vissuto all’interno di essi.
Le scale e le tende della serie fotografica Se(1) e Se(2) diventano sinonimo della perenne sensazione di essere in procinto di spostarmi, del presentimento che qualcosa stia premendo al di fuori del “qui ed ora, ma della impossibilità, allo stesso tempo frustrante e conciliante, di poterlo raggiungere.
I muri della serie Spie rappresentano il sentimento paradossale di comunione con persone mai conosciute, ma che hanno vissuto all’interno della mia stanza di collegio. Senza neanche accorgersene esse hanno tracciato un filo rosso indelebile con gli individui che sarebbero transitati in quel luogo in futuro, attraverso tanti piccoli segni dai contorni minimi ed essenziali, piccoli buchi e stratificazioni di materia di cui non si riconosce la natura e la provenienza, ma che sono diventati per me l’emblema stesso di tutte le azioni insignificanti e fondamentali, simili a dei rituali imprescindibili, che compiamo tutti i giorni.
I frammenti del video Solo una cosa so di sicuro appartengono alla stessa stanza.
Essa racchiude (a volte anche imprigionando) la ricerca spasmodica ed ossessiva di sviscerare la mia esperienza presente e passata, cercando di trovare un senso ad eventi che si rincorrono nella mia mente in un meccanismo di reiterante creazione ed autodistruzione.
Questo si è tradotto nel video in una volontà mai esaurita e inesauribile di vivisezionare il luogo che mi contiene in tanti piccoli frammenti (di letto, di sedia, di pavimento ecc. ecc.) per nulla esaustivi di questa mia ricerca, che si ripiega su stessa attraverso la disposizione su 9 schermi che ripetono sempre la stessa sessantina di frammenti.
Nel video Il fuoco cammina con me ho pensato al fuoco come ad una metafora di una forza pulsante e inesauribile che si autoalimenta dentro di noi contro la nostra volontà, ma grazie a noi, che potremmo chiamare con una semplificazione inconscio.
Dentro ad essa confluiscono tutte le paure irrazionali, tutte le piccole e grandi ossessioni immotivate, tutti i desideri non placati.
Questo viene reso nel video attraverso una rappresentazione del fuoco come una sorta di spirito vagante ed incontrollabile e per mezzo di suoni metallici sordi o riverberanti, ottenuti dalla percussione dei più disparati oggetti.
Nel video Yin Yang il protagonista è il segnale disturbato di una frequenza televisiva replicato in due diversi modi su due schermi.
Nel primo esso diventa vero e proprio “rumore visivo” formato da tante piccole righe orizzontali che si muovono dall’alto in basso sovrapponendosi e confondendosi continuamente e lasciando lo sguardo nell’impossibilità, a volte frustrante, di soffermarsi su ognuna di queste linee. Nel secondo, il disturbo diventa un vero e proprio flusso di colori che oscilla molto più lentamente, e ci affascina diventando più accomodante da cogliere con lo sguardo. Questi due schermi sono metafora dell’immagine televisiva che crea immediatamente nei nostri confronti una dipendenza, difficile da fuggire. Come ogni dipendenza essa ha una duplice faccia, da un lato diventa un rifugio, un luogo protetto dove poter sempre ritornare per farci abbagliare e stordire, e, contemporaneamente anestetizzare dalle pressioni di ciò che rimane fuori, dall’altra è una medicina frustrante che esercita un controllo su di noi, e ci toglie la libertà di scelta risucchiandoci alla lunga in una sorta di piacere masochistico.
Nel video Untitled ho cercato di rappresentare, su due schermi, due moti contemporanei e conseguenti l’uno rispetto all’altro che avvengono dentro di noi, ad un livello più o meno cosciente.
Si tratta, nello schermo di destra, di un movimento verso il basso, rappresentato da un’ascensore che discende sempre più verso il basso lasciando dietro di essa un’eco sempre crescente di lontananza dalla superficie. Esso simboleggia la nostra pulsione imprescindibile e continua di autoanalizzarci, nella speranza di trovare nuove ragioni per proseguire nel movimento orizzontale verso il futuro.
Questo da origine al secondo movimento, rappresentato nello schermo di destra: una superficie di acqua che vibra incessantemente secondo un moto oscillatorio, frenando progressivamente la sua corsa solo nell’ultima parte del video. Essa vuole esprimere la crescente tensione che l’autoanalisi provoca dentro di noi, le resistenze e pressioni che subentrano nel momento in cui ci addentriamo in luoghi a noi oscuri e che, per questo motivo, ci fanno provare un senso di sempre crescente inquietudine, che riesce a placarsi solo verso la fine del nostro percorso, quando abbiamo raggiunto una certa confidenza con la natura di questo viaggio.
Quando però questo succede è ormai troppo tardi: il contenitore del liquido ha subito una pressione (idrostatica) troppo forte, scendendo così in profondità non può resistere e si crepa. Questo contenitore siamo noi e le crepe sono le ferite che ci portiamo dietro per via di questa ricerca.

Federico Fronterrè


Note biografiche

Sono nato 23 anni fa a Casorate Primo (Pv).
Presto mi trasferisco a Cremona.
Studio fotografia all’Istituto Europeo di Design di Milano dal 2001 al 2005. Qui partecipo, tra l’altro, ai corsi di Silvio Wolf e Giancarlo Maiocchi (Occhiomagico). Essi diventano presto punti di riferimento fondamentali per la mia crescita artistica e personale, e per la comprensione dei meccanismi che muovono un artista alla progettazione e alla produzione di un lavoro e alla necessità di rendere partecipi altre persone di questa sua ricerca.
Mi diplomo nel 2005 con un lavoro video dal titolo Solo una cosa so di sicuro. In esso sperimento con un montaggio su 9 schermi, l’affiancamento di molteplici frammenti di una stanza, che si ripetono e spariscono alternativamente più volte dando l’impressione di un ossessivo ritornare sui propri passi per un disturbo della memoria o per una volontà compulsiva di controllare lo spazio circostante.
Questo lavoro ottiene un riconoscimento della giuria all’interno di un concorso di un’associazione artistica di Bergamo “Kaibakh” e l’inclusione all’interno della collettiva internazionale di arte emergente “Ruze Ruze Rosa Rosa” a Brescia.
Continuo parallelamente a sperimentare con la fotografia, intesa come sezionamento e analisi continua della realtà che vivo piò o meno quotidianamente.
Nella serie Spie analizzo sezioni minime di muro nelle quali sono protagoniste stratificazioni di materia, accumulatesi nel tempo grazie all’apporto più o meno volontario dei ragazzi che hanno vissuto nella mia stanza di collegio prima di me.
Questo lavoro riceve il riconoscimento della giuria del “Premio Pezza” e viene incluso nella mostra dei dieci finalisti nel 2006.
Ho continuato, intanto, a produrre video, completamente autoprodotti, in cui una parte integrante e rilevante è costituita dall’inserimento di suoni ambientali o suonati, filtrati da sintetizzatori e programmi di elaborazione audio.
 

Federico Fronterrč - Opera 1
Frame tratto dal video
"Solo una cosa so di sicuro"
Federico Fronterrč - Opera 2
Frame tratto dal video
"Yin Yang"
Federico Fronterrč - Opera 3
Immagine dalla serie "Spie"

Contatti

Per contattare l'Artista o per richiedere informazioni sulle opere presentate in questa pagina:
e-mail
http://www.myspace.com/federicofronterre
http://www.equilibriarte.org/fronterre
 
 
 
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