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Presentazione
La
mia ricerca artistica si muove o si è mossa all’interno
di luoghi che ho visto, vissuto e abitato quotidianamente per intensi
periodi della mia vita, tali che il mio sguardo su di essi è
potuto mutare radicalmente, e muta ancora nel riguardare e analizzare
le produzioni artistiche che li hanno rappresentati. Essi sono diventati
ai miei occhi non solo parte della mia esperienza umana, ma metafora
di un luogo mentale, più che fisico, che ha importanza non
per quello che è, ma per gli stati emozionali che hanno attraversato
la mia vita in un certo periodo.
Ho trattato, quindi, ogni luogo, come un contenitore, come una materia
flessibile, modellabile a seconda della condizione psicologica che
avevo vissuto all’interno di essi.
Le scale e le tende della serie fotografica Se(1) e Se(2) diventano
sinonimo della perenne sensazione di essere in procinto di spostarmi,
del presentimento che qualcosa stia premendo al di fuori del “qui
ed ora, ma della impossibilità, allo stesso tempo frustrante
e conciliante, di poterlo raggiungere.
I muri della serie Spie rappresentano il sentimento paradossale di
comunione con persone mai conosciute, ma che hanno vissuto all’interno
della mia stanza di collegio. Senza neanche accorgersene esse hanno
tracciato un filo rosso indelebile con gli individui che sarebbero
transitati in quel luogo in futuro, attraverso tanti piccoli segni
dai contorni minimi ed essenziali, piccoli buchi e stratificazioni
di materia di cui non si riconosce la natura e la provenienza, ma
che sono diventati per me l’emblema stesso di tutte le azioni
insignificanti e fondamentali, simili a dei rituali imprescindibili,
che compiamo tutti i giorni.
I frammenti del video Solo una cosa so di sicuro appartengono alla
stessa stanza.
Essa racchiude (a volte anche imprigionando) la ricerca spasmodica
ed ossessiva di sviscerare la mia esperienza presente e passata, cercando
di trovare un senso ad eventi che si rincorrono nella mia mente in
un meccanismo di reiterante creazione ed autodistruzione.
Questo si è tradotto nel video in una volontà mai esaurita
e inesauribile di vivisezionare il luogo che mi contiene in tanti
piccoli frammenti (di letto, di sedia, di pavimento ecc. ecc.) per
nulla esaustivi di questa mia ricerca, che si ripiega su stessa attraverso
la disposizione su 9 schermi che ripetono sempre la stessa sessantina
di frammenti.
Nel video Il fuoco cammina con me ho pensato al fuoco come ad una
metafora di una forza pulsante e inesauribile che si autoalimenta
dentro di noi contro la nostra volontà, ma grazie a noi, che
potremmo chiamare con una semplificazione inconscio.
Dentro ad essa confluiscono tutte le paure irrazionali, tutte le piccole
e grandi ossessioni immotivate, tutti i desideri non placati.
Questo viene reso nel video attraverso una rappresentazione del fuoco
come una sorta di spirito vagante ed incontrollabile e per mezzo di
suoni metallici sordi o riverberanti, ottenuti dalla percussione dei
più disparati oggetti.
Nel video Yin Yang il protagonista è il segnale disturbato
di una frequenza televisiva replicato in due diversi modi su due schermi.
Nel primo esso diventa vero e proprio “rumore visivo”
formato da tante piccole righe orizzontali che si muovono dall’alto
in basso sovrapponendosi e confondendosi continuamente e lasciando
lo sguardo nell’impossibilità, a volte frustrante, di
soffermarsi su ognuna di queste linee. Nel secondo, il disturbo diventa
un vero e proprio flusso di colori che oscilla molto più lentamente,
e ci affascina diventando più accomodante da cogliere con lo
sguardo. Questi due schermi sono metafora dell’immagine televisiva
che crea immediatamente nei nostri confronti una dipendenza, difficile
da fuggire. Come ogni dipendenza essa ha una duplice faccia, da un
lato diventa un rifugio, un luogo protetto dove poter sempre ritornare
per farci abbagliare e stordire, e, contemporaneamente anestetizzare
dalle pressioni di ciò che rimane fuori, dall’altra è
una medicina frustrante che esercita un controllo su di noi, e ci
toglie la libertà di scelta risucchiandoci alla lunga in una
sorta di piacere masochistico.
Nel video Untitled ho cercato di rappresentare, su due schermi, due
moti contemporanei e conseguenti l’uno rispetto all’altro
che avvengono dentro di noi, ad un livello più o meno cosciente.
Si tratta, nello schermo di destra, di un movimento verso il basso,
rappresentato da un’ascensore che discende sempre più
verso il basso lasciando dietro di essa un’eco sempre crescente
di lontananza dalla superficie. Esso simboleggia la nostra pulsione
imprescindibile e continua di autoanalizzarci, nella speranza di trovare
nuove ragioni per proseguire nel movimento orizzontale verso il futuro.
Questo da origine al secondo movimento, rappresentato nello schermo
di destra: una superficie di acqua che vibra incessantemente secondo
un moto oscillatorio, frenando progressivamente la sua corsa solo
nell’ultima parte del video. Essa vuole esprimere la crescente
tensione che l’autoanalisi provoca dentro di noi, le resistenze
e pressioni che subentrano nel momento in cui ci addentriamo in luoghi
a noi oscuri e che, per questo motivo, ci fanno provare un senso di
sempre crescente inquietudine, che riesce a placarsi solo verso la
fine del nostro percorso, quando abbiamo raggiunto una certa confidenza
con la natura di questo viaggio.
Quando però questo succede è ormai troppo tardi: il
contenitore del liquido ha subito una pressione (idrostatica) troppo
forte, scendendo così in profondità non può resistere
e si crepa. Questo contenitore siamo noi e le crepe sono le ferite
che ci portiamo dietro per via di questa ricerca.
Federico Fronterrè Note
biografiche
Sono nato 23 anni fa a Casorate Primo (Pv).
Presto mi trasferisco a Cremona.
Studio fotografia all’Istituto Europeo di Design di Milano dal
2001 al 2005. Qui partecipo, tra l’altro, ai corsi di Silvio
Wolf e Giancarlo Maiocchi (Occhiomagico). Essi diventano presto punti
di riferimento fondamentali per la mia crescita artistica e personale,
e per la comprensione dei meccanismi che muovono un artista alla progettazione
e alla produzione di un lavoro e alla necessità di rendere
partecipi altre persone di questa sua ricerca.
Mi diplomo nel 2005 con un lavoro video dal titolo Solo una cosa so
di sicuro. In esso sperimento con un montaggio su 9 schermi, l’affiancamento
di molteplici frammenti di una stanza, che si ripetono e spariscono
alternativamente più volte dando l’impressione di un
ossessivo ritornare sui propri passi per un disturbo della memoria
o per una volontà compulsiva di controllare lo spazio circostante.
Questo lavoro ottiene un riconoscimento della giuria all’interno
di un concorso di un’associazione artistica di Bergamo “Kaibakh”
e l’inclusione all’interno della collettiva internazionale
di arte emergente “Ruze Ruze Rosa Rosa” a Brescia.
Continuo parallelamente a sperimentare con la fotografia, intesa come
sezionamento e analisi continua della realtà che vivo piò
o meno quotidianamente.
Nella serie Spie analizzo sezioni minime di muro nelle quali sono
protagoniste stratificazioni di materia, accumulatesi nel tempo grazie
all’apporto più o meno volontario dei ragazzi che hanno
vissuto nella mia stanza di collegio prima di me.
Questo lavoro riceve il riconoscimento della giuria del “Premio
Pezza” e viene incluso nella mostra dei dieci finalisti nel
2006.
Ho continuato, intanto, a produrre video, completamente autoprodotti,
in cui una parte integrante e rilevante è costituita dall’inserimento
di suoni ambientali o suonati, filtrati da sintetizzatori e programmi
di elaborazione audio. |
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Frame tratto dal video "Solo una cosa so di sicuro"

Frame tratto dal video "Yin Yang"
Immagine dalla serie "Spie"
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