| |
Presentazione
C'è
nei suoi quadri il disperdersi e il riconoscersi delle visioni panoramiche
dal vero. È una pittura di sentimenti oltre che di riporti
veristi: la nostalgia di orizzonti indistinti, la tristezza dei muri
marroni, con le vecchie crepe di calcina biancastra nella folla di
case, l'abbandono nella solitudine di una stazione di servizio, lungo
una litoranea assolata e deserta.
Ezio Marinoni intrattiene dunque due rapporti col circostante dipinto.
È arcadico - affabulante, frequentemente en plein air,
è vegetale e vegetante il suo colore a volte; a volte, il più
delle volte, è complesso, evoluto, problematico, articolato,
"socialista" (absid iniuria verbis).
Costruire rioni e quartieri sui pendii di una collina - portarli sulla
tela perché raggiungano la grande immanenza ammonitrice, è
il differenziale che distingue l'operatore visivo, espressore di concetti
e di problemi, dal raccontiere letterario del paesaggio epidermico
e superficiale.
La seconda è una corsia preferenziale che, come spesso accade,
libera da un ingorgo per condurti giusto nel bel mezzo di un altro,
ben più esiziale.
Bene, con Ezio Marinoni, egregi signori, preparatevi a salire, perché
la strada è lunga e faticosa, ma il passo è lento ma
sicuro.
Il grande problema, ma anche il grande pregio dei pittori che si dedicano
al paesaggio d'ambiente (che non è il paesaggio dei paesaggisti),
è quello di raggiungere il clima descrittivo in poche bracciate.
E venne il giorno in cui il "trovatore" di opere d'artefu di fronte
a Ezio Marinoni, pittore giovane ma non giovanissimo "paesaggista".
Paesaggista? Vediamo.
Quando si entra in un atelier di un artista di pur breve carriera,
occorre armarsi di un "pass" intellettuale che giustifichi poi qualunque
esito del sopralluogo. Bisogna procurarsi una card che apra le porte
alle cose espresse e a quelle inespresse, al reso compositivo e alle
potenzialità ancora in fieri, alla quieta raccolta di dati
e alla inquieta e inquietante prospettiva di nuove cognizioni, forse
uniche, forse nuove ma non troppo.
A questo punto, all'osservatore che ha il compito di mettere per iscritto
quanto sente dentro, si aprono due strade: quella della sincerità
dell'analisi, della totale, veritiera asserzione sullo stato delle
cose; ovvero quella della ipocrisia dialettica, del parlare senza
nulla dire, del dire senza nulla concludere, come amiamo noi critici.
La prima strada è in salita, come tutte le vie che conducono
alla verità. Così non accade con Ezio Marinoni non già
perché al pittore manchi il vigore segnico e delle cromìe
(se è per questo, Marinoni viene dalla grande lezione guttusiana
delle intense geografie meridionalistiche; un caso, per un artista
che vive le lande padane), quanto perché, proprio nel suo ultimo
periodo - gli agglomerati urbani - estesissimo è il quartieramento
di case, edifici, palazzi, salite e discese, calli, intricatissime
favelàs, che non basterebbero certo le poche bracciate di colore
(alla Tamburi, per esempio, dell'ultimo periodo parigino), per dare
latitudine alla congestione urbanistica che alligna sulle sue tele.
Donat Conenna Biografia
Ezio Marinoni nasce a Kumasi (Ghana) nel 1957 da genitori bergamaschi.
Vive in Africa fino all'età scolare.
Frequenta in Italia, nel biellese, le scuole elementari e medie, ed
inizia a coltivare la sua grande passione: la pittura.
Si trasferisce a Rovetta (Bergamo), ove continua gli studi, fino al
diploma di geometra nel '76.
Prosegue lo studio della storia dell'arte da autodidatta, iniziando
dall'arte preistorica dei dipinti su roccia sino all'arte contemporanea.
Dipinge ad olio su tela e su tavola usando solo i colori primari ed
il bianco, dai quali ricava tutti i colori della sua tavolozza.
I soggetti preferiti sono i suonatori di jazz, molto vicini a quelli
ritratti da Ben Shahn, e gli animali della savana (i colori intensi
dell'Africa hanno lasciato un segno indelebile nella sua memoria).
Dopo un periodo di alcuni anni trascorsi a Miagliano (Biella) per
motivi di lavoro, nel 1987 si trasferisce con la famiglia a Lodi.
Grandissima importanza hanno le visite alle Mostre e Musei, ove può
studiare dal vivo - vedendo direttamente le opere esposte - le tecniche
ed i colori usati dai Maestri.
I periodi blu e rosa di Picasso influiscono notevolmente la sua pittura
di questo periodo.
Gli acrobati ed i pagliacci costituiscono il tema di molti quadri.
Il grande interesse per Guttuso lo spinge a muovere la sua ricerca
- da autodidatta - all'interno del Realismo e dell'Espressionismo.
Anche Hopper viene studiato attentamente.
Particolare attenzione è dedicata anche allo studio di artisti
appartenenti all'astrattismo: Burri e soprattutto Nicolas de Staël.
In seguito allo scoppio del conflitto nei Balcani, dipinge una serie
di quadri dedicati alla gente di quei luoghi, divisa e martoriata
da antichi odi e rancori, mai sepolti.
Il rapido e convulso processo di globalizzazione, la città
- che muta altrettanto rapidamente - intesa come "il luogo" per eccellenza,
lo inducono a lavorare - e ragionare - sul paesaggio urbano e metropolitano,
i tetti, le favelàs, le stazioni ferroviarie, la metropolitana,
gli aeroporti. Dipinge ad olio su tela e su tavola utilizzando solo
- rigorosamente - i colori primari ed il bianco, dai quali ricava
tutti i colori della sua tavolozza. |
|

"Attori che provano"
80x60, 1995
olio su tela 
"Il pittore e la contadina"
80x100, 1995
olio su tela 
"Cattedrale"
100x80, 1995
olio su tela
|
|