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Fulvio Mian
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Forme della Pittura, Forme dell'Idea

Fulvio Mian Fulvio Mian opera una pittura di materia.
Basterebbe questa frase a descrivere l'opera di un pittore che parte dalla fisicità dell'impasto cromatico per giungere a un'elaborazione poetica originale.
L'impulso iniziale si può trovare in un barattolo di vernice industriale, usata quasi per caso, e che si rivela feconda fonte d'ispirazione, come nella densa consistenza di un tubetto di colore a olio o nella fluida volubilità dell'acrilico.
L'autore procede per serie, perché l'istinto non sopisce tanto in fretta e la voglia di analizzare una trovata valida porta naturalmente alla ripetizione.
Così nascono i quadri che egli chiama murales, oppure gli sfondi velati e ineffabili di colore diluito, così come le tele bicromatiche, e gli ultimi quadri, in cui s'affaccia una timida figurazione, e che evocano con prepotenza i volti graffiati nella pittura di Dubuffet.
Si potrebbe citare Pollock, se si guardasse all'esito senza conoscere il procedimento; se Jackson Pollock ha portato l'aleatorio (anche se sempre di una casualità “indirizzata” si parla...) nell'arte contemporanea Fulvio Mian non lascia nulla al caso, pieno padrone dei mezzi come degli esiti.
Anche le sgocciolature sono accompagnate, tenute per mano dell'artista che conquista il suo stile nel momento dell'azione, e sembra quasi prendere forma, come personalità autoriale, insieme alle pitture.
La materia sembra dirigere il pennello, a tratti, e le caratteristiche dei vari pigmenti non sono mai forzate o snaturate.
La visione delle tele e delle tavole di Mian possono evocare l'amato Giorgio Celiberti, al quale ammette d'ispirarsi, ma si potrebbe anche guardare un po' più in là per scorgere all'orizzonte la Poetica della Materia d'Alberto Burri.
Perché se è vero che Mian non usa che strumenti tradizionali del fare pittorico (con l'unica eccezione dell'introduzione di un pò di colla semi-solida in alcuni lavori, per accentuare lo spessore del pigmento) mentre il maestro umbro si scaraventava su sacchi di iuta come sul legno o sul cellotex, rimane pur sempre alla base un medesimo intento poetico: fare quadri partendo dal materico, per poi trovare in esso l'ideale, o meglio, lo spirituale della pittura.
Procedendo più specificatamente nell'analisi dell'opera potremmo subito identificare diverse correnti interne, che non si susseguono nel tempo, piuttosto si accavallano, vengono prese e riprese contemporaneamente nel continuo fluire della ricerca artistica.
Il gruppo più consistente all'interno della produzione è costituito dai murales, dipinti di dimensione medio grande, in cui l'artista si impegna a lavorare nello spessore della pittura.
Brandendo la tela con pennello e spatola, l'autore riesce a portare a galla impressioni sempre diverse: si può sentire l'eco lontana dell'oriente (Murale Cinese) come il vociare chiassoso di un borgo popolare (Murale Paesano), o intuire il riverbero sfavillante della luce solare sullo sciabordio dell'acqua lagunare (Murale Veneziano).
Qui è la consistenza grossolana e pesante del pigmento a essere esaminata, trascinata in una danza vorticosa che segna la superficie, conferendole al piano uno spessore che evoca profondità.
In contrasto con la ricchezza materica dei murales si pongono i quadri intitolati semplicemente Sfondo.
L'acrilico viene diluito, steso a più riprese, in modo che le variazioni cromatiche nascano sulla superficie, conferendo al tutto l'aspetto cangiante e traslucido dei “veli pittorici” di Morris Louis, e la vibrazione cromatica propria del momento più lirico dell'Espressionismo Astratto.
Sulla stessa linea di questa poetica del colore piano si pongono opere come Lullaby, quadri in cui su uno sfondo liscio e luminoso l'artista controlla e definisce il lento strisciare di una vernice industriale ad acqua, scoperta dall'artista quasi per caso, e scelta perché in grado di coniugare la fluida duttilità dell'acrilico con la brillantezza dei colori a olio.
L'effetto finale sembra simulare la dolce e lenta danza di una goccia d'inchiostro gettata in un liquido meno denso, quei pochi istanti in cui i due fluidi si incontrano, e si studiano, prima di abbandonarsi in un abbraccio che non ci permetterà più di distinguerli.
Sembra che la carica vitale espressa in quel tripudio di fisicità che sono i murales subisca qui una metamorfosi radicale, trasformata in riflessività piana e attenta.
Questi dipinti sono più leggeri nel corpo, ma appare più pesante la riflessione che li sottende; tra questi e i murales passa la differenza che c'è tra uno studio formale e un aggressivo sfogo creativo.
Bisogna sempre tenere presente, però, che queste due fasi procedono di pari passo, e quindi si può pensare che nell'autore coesistano due esigenze poetiche diverse ma complementari.
A rimanere sempre presente e inalterato è quel “trattamento sensoriale della pittura” , usando le parole di Herbert Read, che lega la produzione di questo nuovo pittore alla tradizione astratta sorta negli anni '50, al di là e al di qua dell'Atlantico.
Tra le ultime realizzazione di Mian si notano alcune opere bicromatiche (Black & White, Fumo di Londra, tra le altre) in cui è ancora il peso materico della pittura a farla da padrone, ma forse con maggiore evidenza.
Infatti l'aver messo tra parentesi il dato cromatico, abbandonando momentaneamente il groviglio di sensazioni visive dei murales, permette all'artista di procedere in una ricerca sulla forma pittorica più pura, quella che sopravvive alla mancanza del colore, che anzi la supera senza perdere il suo originario vigore.
In conclusione vorrei sottolineare anche un ulteriore spunto di riflessione che Fulvio Mian sembra aver avvicinato ultimamente, e che si propone di analizzare ulteriormente; mi riferisco a quella ricerca sulla forma quadro che si può vedere in un primo abbozzo in un'opera come Composizione Interrotta.
Qui il pittore sceglie di lavorare sulla forma del supporto, unendo varie tele, a formare una struttura poligonale che altera il convenzionale confine rettangolare della pittura occidentale. È certo una ricerca che ha molti epigoni (Frank Stella, tra gli altri), ma che potrebbe portare nuovi esiti nel lavoro di quest'artista, introducendo nella sua opera quella dialettica spazio della rappresentazione-spazio della realtà che tanto frutti ha dato alla storia della pittura nell'ultimo mezzo secolo.
Il lavoro di Fulvio Mian mostra un fenomeno di deiscenza: così come il frutto maturo si apre per far uscire i semi che ha celato al suo interno fino a quel momento, allo stesso modo, nei quadri di quest'autore, la materia che arriva al giusto grado di compiutezza nella forma si dischiude per lasciar uscire il contenuto.
Nella pittura materica di questo autore forma e idea si compongono in una monade indivisibile, e non è davvero poco, dato che lo scopo di ogni forma di pittura dovrebbe essere proprio quello di dimostrare l'impossibilità di frantumare quest'unità che è alla base di ogni percezione estetica.

Chiara Cartuccia


Cenni biografici

Fulvio Mian nasce a Pistoia nel 1965. Si diploma al Conservatorio Cherubini di Firenze nel 1987. Nello stesso anno vince il I° Premio al Concorso Pianistico Internazionale "Città di Genova" e inizia l' attività concertistica.
Parallelamente inizia a svolgere vari studi artistici e di sperimentazione pittorica, con l'uso di colori ad olio, acrilico e tecniche miste.
 

Partecipa anche tu ad Arte.Go.Museum

Fulvio Mian - Opera 1
"Flowering", 70 x 100
Fulvio Mian - Opera 2
"Fumo di Londra", 60 x 80
Fulvio Mian - Opera 3
"Sipario", 50 x 60

Contatti

Per contattare l'Artista o per richiedere informazioni sulle opere presentate in questa pagina:
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www.fulviomian.com
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