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Il pensiero come
presenza tridimensionale
La
dote migliore di Maria Molteni sta nel suo modo di affrontare quotidianamente
la sua professione di artista, stabilendo una stretta unità
di pensiero e di prassi esecutiva. Questa scultrice è assai
perfezionista e severa con se stessa, pretendendo sempre il meglio
dai risultati contenutistici e qualitativi, dall’equilibrio
formale dell’oggetto tridimensionale, dall’originalità
e dalle qualità oggettive del messaggio. Nel momento in cui
ha iniziato a operare tra segni e simboli astratti, ha superato senza
ritorno i confini del riconoscibile, approdando in un territorio magico,
con innumerevoli possibilità espressive e creative: la variabilità
emblematica e allusiva del corpo geometrico, la staticità dell’immagine
totemica, il colore e la pelle ruvida dei materiali metallici che
ha scelto, il ferro e bronzo. Avendo abbandonato la figurazione a
favore di una plastica emblematicità e di una non-forma, la
sua tensione espressiva si collega a una narrazione simbolica di eventi
non casuali. Infatti la scelta tra la figura e l’astrazione
non è stato il frutto di una separazione, ma di un momento
di riflessione attraverso una scelta antiromantica – intendendo
dire con questo, che l’autrice non si abbandona certo all’esplorazione
delle sue lacerazioni interiori. Su questo processo ha vegliato la
coscienza critica di un’artista che ha deciso di assumersi una
nuova responsabilità nei confronti degli oggetti nati dal suo
pensiero, muovendosi quindi nel territorio della ragione e dell’immanenza.
Maria Molteni è una scultrice che indubbiamente dialoga con
la sua interiorità, ma che rifiuta i compromessi della retorica
per una ricerca pura e finalizzata all’ottenimento di una poetica
oggettiva. La figura ormai cancellata in modo definitivo è
stata quindi sostituita da corpi tridimensionali dove spesso si uniscono
e si alternano dialetticamente bronzo e ferro in moduli plastici caldi
e freddi. Infatti, in tutti questi casi, e anche dove il bronzo da
solo definisce la sua geometria spaziale, superfici lisce si alternano
ad altre corrugate e solcate di un decoro leggero e raffinato, che
si direbbe appartenere alla natura stessa della materia. Questo pensiero
creativo, certamente curioso, affonda le sue radici nell’inconscio,
per cui ciò che prende corpo nella materia scultorea fornisce
diverse possibilità di interpretazione da parte di chi osserva
in modo interrogante. In questa situazione l’artista stessa
è protagonista e spettatrice nello stesso tempo del suo operare.
Rispetto al passato, quando si dedicava a una ricerca plastica di
dimensioni medie, la Molteni si dedica ora anche a una monumentalità
verticale, ma non si tratta di una contraddizione quanto di un superamento
della riflessione sull’espandersi della forma.
Maria Molteni privilegia infatti il corpo plastico come una ricerca
estetica che non necessita di spazi vuoti all’interno dell’opera,
ma che piuttosto si concentra in una sintesi visiva che accoglie lo
sguardo con immediatezza, senza diversioni né divagazioni.
È artista autosufficiente, nel senso che non si adagia
nella rivisitazione del Museo del Novecento. Non ama neppure giocare
sui sentimenti o su tematiche esistenziali per favorire la comunicazione
visiva di questi suoi oggetti, che si presentano in modo autonomo,
senza sottintendere richiami o allusioni, riconoscibili nella loro
cifra stilistica, e nella precisa coerenza dal segno e della materia
plastica. Le superfici incavate, gli accenni di tuttotondo, i vuoti
e i pieni funzionano come echi di episodi sospesi, di attimi emblematici
che non appartengono tanto alla vita dell’autrice, quanto alla
mitologia di un quotidiano che appartiene a tutti, esplicitato quindi
non davanti ma assieme all’osservatore.
Le composizioni segmentate in fasce lisce e ondulanti fanno pensare
ad antichi falò rituali, o a cerimonie iniziatiche di lontana
ascendenza azteca. Maria Molteni, sembra giovarsi indirettamente di
suggestioni archetipiche, rappresentando le improvvise illuminazioni
dell’inconscio. Ma queste riflessioni plastiche, nella loro
struttura così netta e precisa, rappresentano il lavorio di
una ragione antropologica, che rileva le simbologie catalogandole
in un repertorio di situazioni narrative. Ne sono conferma i titoli
che l’artista propone come specchio sintetico di uno straordinario
mondo arcano.
Paolo Levi
Cenni biografici
Maria Molteni nasce a Milano ove risiede e ha studio.
Il suo percorso professionale è tracciato da studi scientifici,
interessi per la psicologia, la musica e la scultura. Si diploma in
pianoforte al Conservatorio di Parma e frequenta un ambiente riccamente
artistico operando riservatamente per alcuni anni. Dopo intenso tirocinio
di esperienza in fornaci e cave, Molteni affronta il lavoro in terra
con grande abilità e autorevolezza tecnica traducendo l’opera
in fusione in bronzo. Segue e partecipa direttamente alle fasi di
lavorazione ed in particolare alla patinatura finale che regala superfici
di molteplici colori che si muovono a seconda delle pulsioni che incarnano.
Affronta critica e pubblico dagli inizi di questo decennio. L’artista
raccoglie non solo un notevole riscontro da parte del pubblico, ma
riesce anche ad impressionare molto positivamente alcuni critici che
decidono di sostenere la sua arte in tutta Italia. Partecipa a esposizioni
tematiche e collettive d'ambito nazionale e internazionale. Conclude
il 2005 allestendo una mostra personale nell’Oratorio della
Passione, museo della Basilica di Sant’Ambrogio in Milano.
Nel 2006 la prestigiosa galleria Schubert di Milano, crogiuolo di
cultura artistica e punto d’incontro per tutti i cultori della
materia, presenta una sua mostra personale dedicata alle più
recenti fusioni in bronzo. Nella seconda metà del novembre
2006 le sue ultime opere, questa volta anche di grande formato, vengono
esposte al Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Gazoldo degli
Ippoliti. Nel medesimo anno, alla decima edizione del premio “Cesare
Pavese”, l’artista viene premiata per la scultura con
la Targa della Provincia di Cuneo.
Maria Molteni è influenza nella sobrietà delle opere
e nella sensibilità artistica da una figura famigliare: il
suocero Angelo Casati, interprete del percorso evocativo della scultura
italiana negli anni che decorrono dai Trenta ai Sessanta. Quando il
suocero scompare Molteni dà spazio al proprio genio creativo.
Il suo universo di emozioni e pulsioni viene estratto e reso accessibile
a tutti grazie alla modellazione di terra a grezzo e alla fusione
in bronzo. I particolari vengono accentuati e attirano maggiormente
l’attenzione grazie alle patinature che impreziosiscono le forme
con sottili ed eleganti orlature dorate. In questo modo risaltano
i giochi di contrasti luce-ombra e pieno-vuoto.
I significati nascosti delle sue creazioni si intrecciano in un insieme
di aspetti che caratterizzano la mente umana: incomunicabilità,
solitudine, inquietudine, frattura. Con spirali, labirinti, ondulazioni,
cerchi concentrici vuole raggiungere il centro della materia, dandole
vita. Pure invenzioni, prive di riferimenti immediati col mondo reale,
le forme si rivelano in perimetri geometrici, all’interno dei
quali si muovono linee ondulate con estensione verticale o flussi
concentrici di leggere volute, metaforiche rappresentazioni di un
perpetuo peregrinare dello spirito, meditazioni filtrate dalla sensibilità
dell’artista.
Hanno scritto della sua produzione artistica: Lorenzo Bonini, Rossana
Bossaglia, Elena Casati, Tiziana Cordani, Raffaele De Grada, Paolo
Levi, Clizia Orlando, Claudio Rizzi, Vittorio Sgarbi e Gabriella Torricella. |
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Contatti
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opere presentate in questa pagina:
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www.mariamolteni.it |
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