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Geografie
Parafrasando
un‘affermazione di Octavio Paz secondo la quale i poeti non
hanno biografia, ma la loro opera è la loro biografia, si potrebbe
dire che i pittori non hanno geografia e che i loro quadri sono la
loro geografia.
Alla geografia del suo Kurdistan natale, Jalal Raouf è andato
via via aggiungendo, nei vagabondaggi intrapresi per essere uomo libero,
le geografie dei paesi dove ha vissuto, studiato, conosciuto persone
e culture.
Cosi come ad altri pittori “nomadi” del nostro secolo
avvenne di addensare altri paesaggi e altre atmosfere sul substrato
della loro geografia d'origine, pur senza mai rinunciare ad essa (per
De Pisis i colori vitali dell’impressionismo francese sull'irrimediabile
vocazione decadente della sua Venezia; per Nicolas de Stäel gli
azzurri delle marine di Antibes sulla malinconia della sua nebbiosa
Pietroburgo; per Picasso la sensualità di fauni e ninfe danzanti
nei meriggi della Costa Azzurra sulla tragicità della sua Spagna
brulla), Jalal ha raccolto nel suo bagaglio di pittore suggestioni
ed esperienze di altrovi che rielaborati dal suo sguardo e restituiti
sulla tela appaiono nuovi anche a noi, luoghi dove possa ricominciare
l'avventura dell'arte nella sempre uguale e sempre diversa macchina
del mondo.
Qui è il mito greco che viene riproposto: mito che allude ai
misteri eleusini delfici, o più in generale a quell'età
magica quando si dice che gli uomini fosse dato il privilegio di misurare
con i calcoli di Pitagora l'oscura alchimia dell'universo.
Ma quell'equilibrio perfetto simbolizzato dall'omphalos, l'ombelico
del mondo, e cioè dall'enorme pietra che per volere di Zeus
un'aquila proveniente da Oriente e un'aquila proveniente da Occidente
lasciarono cadere a Delfi (luogo sacro perché in esso i confini
si fondono e si dileguano) è stato irrimediabilmente perduto
col passaggio dal mito alla Storia, di cui più che inesistenti
armonie gli artisti colgono sismi e fratture.
E nella modernità, quale lettura di un mito stravolto, sono
eloquenti i versi di Baudelaire che piangono un essere celeste caduto
in uno stige limaccioso.
Credo che in questa inquieta lettura si iscriva il sismografo pittorico
di Jalal Raouf, la cui geografia interiore registra l'equilibrio fratto
degli uomini: crepe, distanze, lontananze, confini che non dipendono
più pitagoricamente dalle leggi delle sfere o dagl'animi delle
genti, ma dai simboli convenzionali delle mappe geografiche, e che
egli cerca di far dileguare con la pittura: azzurri e altri colori
che evocano illusioni, nostalgie, desideri, forse infanzie.
La geografia interiore dell'arte, che sa accogliere la bellezza del
mondo per aumentarla, e la sua sofferenza per diminuirla.
ANTONIO TABUCCHI
Azeitão, giugno 1999 Biografia
Jalal Raouf nasce a Sulaimanya, nel Kurdistan iracheno, nel 1957.
Dopo essersi diplomato all’Istituto delle Belle Arti di Bagdad,
si reca in Italia per proseguire gli studi, prima all’Accademia
delle Belle Arti di Perugia (1979) e poi a quella di Firenze, dove
consegue il diploma nel 1984. Dopo un lungo soggiorno in Francia ottiene
la cittadinanza francese. Dal 1998 vive e lavora tra Francia, Italia
e Ticino, a Cadenazzo. Il suo dipingere si indirizza alla cerchia
dei sentimenti e al rapporto tra l’uomo e la natura.
La sua pittura è fatta in primo luogo di cose grandi e piccole,
appartenenti ad un passato situato remotamente nel tempo e nello spazio.
La figura, quella umana, sovente astratta, è piuttosto casuale.
Costanti e indovinati riferimenti letterari sia alla letteratura orientale,
sia a quella occidentale, sono il substrato intellettuale della ricca
e interessante personalità pittorica di Jalal Raouf.
Raouf ha tradotto in kurdo diversi romanzi di Antonio Tabucchi, il
quale in occasioni di mostre ha presentato con parole lusinghiere
il suo amico pittore “nomade”. |
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