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Manifesto dell’incoerentismo
Il
mio sport preferito: il salto di palo in frasca. L'obbligo alla coerenza
è per me una castrazione insostenibile, mi riesce difficile
inserirmi (di mia spontanea volontà) in una categoria, in una
corrente.
Amo cambiare soggetti, trovare possibilità e significati diversi
per analizzare il reale, seguire le idee come cani sciolti da riprendere
fino al limite dell'assurdo, vagando tra reale e surreale, serietà
e burla, inseguire con le mani protese pensieri sparsi, rigirarli
nelle mani come comete prese al volo, mettere in tasca quelli buoni
e gettarmi gli altri dietro le spalle.
Cerco, partendo da un comune denominatore, di utilizzare tutti i linguaggi
che riesco ad elaborare e rendere compatibili con il mio modo di vedere
ed esplorare le cose e le possibilità, anche a dispetto della
tanto declamata uniformità stilistica, della strada unica.
Le ripetizioni snaturano. Svuotano i significati. Come parlare senza
mai cambiare le parole.
Non credo ci sia una sola strada, solo scie diverse di idee, ed io
le scelgo in base alle attitudini del caso, le circostanze del momento,
un pensiero improvviso.
Un pensiero improvviso può far sudare, piangere o ridere da
soli, innamorare, creare. E male anche, come uno schiaffo, o un meteorite
che per migliaia e migliaia d’anni ha viaggiato da solo galleggiando
nel cosmo infinito e poi di colpo ci centra in piena faccia, ma senza
un motivo pre-ciso, niente di personale. Solo, eravamo sulla sua strada.
Così potrei anche dire che vario, a volte anche radicalmente
tecniche e stili per una ricerca mia personale dei mezzi espressivi,
che con questo opero anche un lavoro di autoanalisi e riflessione
sui vari e molteplici aspetti di me stessa, di ricerca tra le varie
possibilità attorno al rapporto che si viene ad instaurare,
in ogni forma di rappresentazione artistica, tra il reale e la sua
riproduzione.
In realtà la ripetizione dello stile, la costanza, l’univocità,
la serietà, per me è un limite, semplicemente mi fa
annoiare di me stessa. L’arte dopotutto è un gioco.
Un esempio di come non prendere troppo sul serio il proprio lavoro:
NATURA MORTA NEL BIDE’ OVVERO DOVREI DARE UNA PULITA IN BAGNO
Allegoria semiotica della natura morta e del bidè.
È una specie di studio sul rapporto tra gli oggetti e il loro
significato abituale ed emotivo.
Cioè, se io penso “bidè” nella mia testa
si crea una rappresentazione dell’oggetto citato con tutti i
significati che questo, proprio per il suo uso e la sua natura di
bidè, si porta dietro; allo stesso modo, se io penso “natura
morta”, ecco che un agglomerato di frutta e bottiglie poggiate
su un piano prende forma su uno sfondo semi-neutro.
Ma cosa succede ad unire le due cose? Se io dico “natura morta
nel bidè”, il solo accostamento delle parole è
stridente, perché i significati emotivi che l’immagine
genera sono contrastanti…tuttavia la distribuzione degli oggetti
nel disegno è corretta, un po’storta la prospettiva ma
la composizione di forze e direzioni è equilibrata, i colori,
in rapporto tra loro, generano armonia.
Così oggetti che nulla hanno in comune, come un bidè,
una cipolla, una bottiglia, trovano nella segnicità e nel colore
una situazione di interdipendenza, di simbiosi, e quasi ci dimentichiamo
che la tazza della colazione è là, dove di solito ci
laviamo, vicino ad una susina matura. Note
biografiche
Sono nata a Rovereto (Tn) il primo aprile 1980, cogliendo assolutamente
mia madre alla sprovvista, come ci si aspetterebbe da un pesce d’aprile.
Dopo il diploma all’Istituto Magistrale –durante il quale
in realtà non ho fatto altro che dipingere- ho seguito per
due anni il corso di pittura presso l’Accademia d’arte
di Brera, proseguendolo poi, dopo mille peripezie dovute all’incompetenza
delle varie segreterie, a Venezia, dove attualmente vivo e dipingo.
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"Accidenti mi è scappata la modella"
olio su tela 
"La barchetta dagli orizzonti ristretti"
olio su tavola
"Natura morta nel bidè"
olio su tela
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