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Presentazione
Il nostro artista è partito da un figurativo alquanto stilizzato
e dalla forte carica simbolica, assecondata sia dalla tematica, sia
dalle scelte cromatiche. Tali peculiarità, unitamente alla
densità materica, che il pennello agglomera e stende alla ricerca
di una significanza in primo luogo interiore, costituiscono la premessa
della straordinaria produzione attuale, ispirata alla vicenda letteraria
e soprattutto umana di Ignazio Silone.
Mi fabbricai da me un villaggio, col materiale degli amari ricordi
e dell’immaginazione, ed io stesso cominciai a viverci dentro…
Non è facile in età matura, tornare nei luoghi dell’infanzia,
se durante l’assenza il pensiero non se n’è mai
distaccato, se in quei luoghi, da lontano, si è continuato
a vivere avvenimenti immaginari.
Il paese mi parve immutato… Non so perché, all’entratami
colse un’improvvisa paura, con un doloroso stringimento di cuore…
Avrei voluto tornare indietro, fuggire. Ma … un alito di vento
mi portò un buon odore di pane fresco, che mi intenerì
e rassicurò.
Dai due passi tratti da “uscita di sicurezza” e da
vari altri derivati dalle opere di Silone, nei quali il ricordo si
fonde col rimpianto e con un doloroso senso di distacco e, insieme,
con l’aspettativa del ritorno e coi timori e le speranze che
ne sono inscindibile componente, scaturisce l’dea-guida della
mostra, tutta imperniata sulla visione di un paese, che può
essere Pescina dei Marsi, il luogo nativo dello scrittore, o Fontamara,
così come egli la ricostruisce coi materiali memorialistici
dell’infanzia e della prima giovinezza, un paese comunque la
cui immagine gli era rimasta fissa nella mente, che Sarasini vede
a volo d’uccello, in un’insolita prospettiva tale da abbracciare
cielo e terra, o rievoca negli elementi costitutivi, le abitazioni
in primo luogo, tanto che la casa, nella sua forma più consueta,
un parallelepipedo sormontato da un tetto a punta, costituisce nelle
tele una sorta di logo estetico creativo.
Dalla lezione di Silone il nostro artista trae la linfa per opere
assai raffinate, tutte imperniate sul continuo rimando fra dato letterario
e sua reinterpretazione, o meglio reinvenzione in chiave personale,
sulla spinta di emozioni, che si traducono in una ricerca espressiva,
che è anche creazione di tecniche e “rese” materiche
di assai efficace impatto visivo.
La materia scabra e pulsante, densa di umori, dai toni prevalentemente
bianchi, grigi, neri, ma anche azzurri, verdi, senape, crea atmosfere
liriche sempre più rarefatte , risultando nel contempo percorsa
da energie e fremiti, in cui lo spessore figurale, con precisi riferimenti
al reale, diviene occasione per orchestrare un proprio racconto esistenziale,
singolarmente in sintonia con quello di Silone.
La tecnica, che è sperimentazione e continua evoluzione, si
fa creazione, dandoci segni che, nella nervosa rapidità ed
incidenza, emergono dalla tela e nel contempo sembrano fenderla: un
rilievo, dunque, che è anche scavo, in fondi variamente trattati
con basi di colore e con sovrapposizioni di stucco, calce, agglomerati,
tempere, tratti realizzati con oli in stick.
Ne derivano affascinanti effetti di velature, note di colore o stesure
che intendono equilibrare le masse, o, a seconda dei casi, accentuare
il dinamismo, suggerire la profondità, focalizzare l’immagine,
e sempre “comunque” colpire, coinvolgere, “provocare”,
suscitare un sentimento e insieme simboleggiarlo.
La casa di luca I e II, Ricordo della casina I e II, Case grigie e
nere I e II, Gregge di casupole nere, Un povero cristiano, contrada
dei passeri, La parte più antica dell’abitato, Il paese,
Il caseggiato di S. Andrea, Il paese della sua anima, I giocolieri
del nulla, Casupole, Casette povere, Senza titolo, Miseri alveari,
declinano con significativa varietà e con rimarchevole forza
emotiva e strutturale il motivo-guida, la casa, che pur nella sua
semplicità o addirittura povertà è comunque ricovero,
approdo caposaldo esistenziale.
In La minestra, Trinità floreale, Le vigne, la sempre più
accentuata sintesi compositiva, per cui il segno si fa quasi notazione
stenografica, si coniuga perfettamente con la pregnanza dei pensieri
a cui le immagini si ispirano.
Del tutto poetica la tela derivata da “La pena del ritorno”:
la trattazione ormai informale potentemente esprime il magma dei sentimenti,
il tumulto delle emozioni che si accompagnano al ritorno.
Colpisce il ritratti di Silone, che riassume, nella palpabile tristezza,
la nota dominante del mondo più intimo dello scrittore, come
del pari il cristo commuove per la drammatiche essenzialità,
per il motivo delle braccia, la cui estensione e tensione sembrano
suggerire il peso del corpo sottostante.
Se gli scritti di Silone sono improntati soprattutto alla sofferenza
o al malinconico abbandono, in Sarasini , forse per la sua giovane
età, molto più ampie sono le aperture alla speranza,
alla fiducia, come traspare dall’uso frequente di colori luminosi,
chiari, avvolgentiin cui talora spicca il “fuoco” del
rosso.
Se Silone, poi scrive, in “uscita di sicurezza”: Non
vedo altra via, all’infuori della libertà dell’arte,
per porre, davanti alla coscienza degli uomini problemi che a essi
altrimenti sfuggono e renderli edotti di una immagine di loro stessi
più complessa di quella che giornalmente ritrovano allo specchio.
Non c’è da stupire se anche gli artisti figurativi si
sono ritirati dalla rappresentazione di una realtà che a ogni
sguardo penetrante si rivela come mera apparenza e abbiano creduto
di salvarsi creando per sé un mondo a parte, di pure forme.
Ma il risultato? Le loro astrazioni hanno aggiunto un nuovo tratto
all’immagine nichilista dell’epoca e i migliori tra essi
sono diventati giocolieri del nulla, in realtà la schietta
vocazione pittorica di Sarasini e gli esiti attuali della sua ricerca
ispirativi, figurale, tecnica, che in questa mostra sono sotto gli
occhi dei visitatori, suonano asmentita del pessimismo siloniano e
attesa la giovane età, che già abbiamo rimarcato, dell’artista
fanno ben sperare su ulteriori, significativi sviluppi.
(Flavia Bugani) |
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