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Presentazione
E'
fin troppo facile chiudersi in una camera e dare fiato ad una malinconica
stagione di nostalgie.
Ma i diritti della fantasia tollerano a fatica certe preclusioni alla
virtù dell'aria aperta della conoscenza e della vita che non
può limitarsi ad indugiare sulle polverose immagini della memoria.
Ugo Scala, sognatore entro le quattro mura di casa sua, non considera
il mondo a lume spento come un tabaccoso laudatore del tempo perduto.
Il suo piglio narrativo ha del sentimentale quando ricuce con amore
scene di interno familiare, o lembi di paesaggio colto da una finestra
di un multipiano di periferia.
I suoi colori, anche se caricati a freddo ( come il blu, o il verde,
o il violetto, o il giallo cobalto ) restano particolarmente squillanti
come l'epitelio lucidato di un cammeo.
Infatti ogni suo quadro è una piccola miniatura elaborata che
non si appaga della prima stesura, o di certe veloci campiture che
inquadrano la composizione.
Scala scende nel vivo della scena rappresentata e la accarezza assiduamente
con cura amorevole, fino ad ottenere certe brillantezze speciali,che
fissano l'immagine e ne riscattano la semplicità narrativa.
Il pittore dipinge la sua anziana madre, o una figliola ammalata,
o la sua compagna di vita.
L'interno è semplice, accuratamente abbigliato nella dignitosa
modestia senza lusso di una abitazione popolare. Fuori si vede il
verde di periferia e si ascolta il rumore di autovetture che scorrono
sui viadotti e i raccordi anulari.
Qualche grida di donna o di fanciullo si perde nell'aria, e il canto
dei quartieri antichi, il tornito cuore delle comunità popolari
urbane di un tempo è come sciolto in una dimensione più
larga e più sorda, ma non per questo meno umanizzata dalla
presenza dell'uomo.
Nei caseggiati della odierna periferia, o della vecchia cintura di
borgate che coronava il volto di Roma, sognano ancora anime di speranzelle
inurbate, e trillano melodie di canarini in gabbia come l'impronta
di una eterna felicità.
Ugo Scala è un pittore napoletano, anzi sorrentino: porta con
se molti tesori di quella scuola pittorica che ha saputo fare del
naturalismo un ricettacolo di poesia.
Mi ha molto colpito sapere che la sua genitrice era di casa presso
la famiglia di Don Benedetto Croce perché, come per una astuzia
della storia e della vita, quella cultura e quella straordinaria civiltà
di modi e sentimenti si è per molti aspetti come tradotta e
riversata nella espressione pittorica di Ugo Scala.
Il suo modo di guardare la tumultuosa esistenza della Roma post-pasoliniana(
ricordate il poeta con l'occhio rivolto alla desolata visione di tutte
" le Casiline del mondo"?) dispone quasi passionalmente,
ma con garbo e gentilezza, una luce canterina sugli oggetti, sui tetti
con le antenne televisive,su certe serate di abbandono, con figure
viste di scorcio, o in controluce, da una piccola terrazzina, o dinanzi
a una pensilina di fermata d'autobus.
La luminosità che la pittura di Scala evoca non ha l'istinto
raggelato di un Hopper, che pure a suo modo richiama.
C'è una attenzione troppo mediterranea nel ritrarre il fresco
schioccare di un panno steso al vento, o lo sbucare di un fiore rosso,
il vivo giallo primaverile di un prato, contrastato dall'ombra stagliata
di abitazioni intensive.
Scala pregusta dipingendo l'indimenticata gentilezza dell'aria salmastra,
quella eleganza naturale e quelle dolcezze che oggi sembrano perdute
finanche nel golfo di Napoli, ma ci appare miracolosamente risorta
per lembi indistruttibili nei pratacci di Val Melaina, o nei viali
di una Tuscolana ipercostruita, nei timidi mobili di cucine affacciate
sui tetti di una infinita periferia.
Le immagini confezionate dalla pittura di Scala coprono ogni oggetto,
come ogni veduta panoramica, di un velo di malinconia: e quel velo,
appunto, non si direbbe propriamente un velo, ma " il volto stesso
della bellezza", come ci insegna Don Benedetto Croce.
Il grande filosofo sapeva guardare bene nel cuore della espressione,
ritrovando tra le piccole sensazioni e gli effetti di una quotidianità
esemplare, la misura umana della poesia.
Nell'impronta poetica che dà forma alla espressione, di Ugo
Scala si sente la virtù di una tradizione che prende le mosse
dal sentimento di Salvatore Di Giacomo, da un ritmo e da una intensa
gioia di vivere, ma ha avvertito anche il fondo del riso dolorante
e plebeo di Raffaele Viviani.
Il pittore fissa un dettaglio (un lavabo, un attaccapanni, un piccolo
vaso di fiori) ed ha la virtù di evocare storie, di "fare
luce" in una vicenda dove gli esseri umani non perdono la loro
luce interiore al cospetto degli ingranaggi urbani che li vorrebbero
classificare come numeri, piuttosto come persone.
Questa poesia popolare, questa voce che parte dal gusto naturalista
per entrare in una dimensione interiore, che da alle cose viste un
valore di emblema, non assume il peso asseverativo della denuncia
e della protesta. E per fortuna.
Non c'è ideologia nella pittura di Ugo Scala: e non vi potrebbe
mai trovare posto, d'altra parte, se questa serie di immagini ci tocca
e ci interessa come può farlo una voce schietta e autentica.
Il piglio narrativo e descrittivo, che affonda le radici in una bella
tradizione pittorica campana (da certe figurette di Achille Vinelli,
si giunge a Crisconio, e perfino all'ingiustamente dimenticato Paolo
Ricci) che fa dell'elemento dialettale, o locale, o popolaresco, una
delicata ma non superficiale parabola della vita umana.
Scala è amorevolmente preso dal gusto del ritrarre, di ritoccare
allo spasimo, di fissare l'immagine che lo attira e che si è
sedimentata improvvisamente nel suo sguardo interiore.
Ogni suo sentimento ritraduce in colore e in pittura,al punto che
la misura, il gusto, le convenienze commerciali contano quasi nulla,
di fronte all'impulso di dare forma alla lunga teoria di immagini
che ci appare come una autobiografia fissata sulla tela.
Dipingendo attorno alla sua camera, Ugo Scala tesse così una
trama ampia e profonda.
Noi veniamo assorbiti da una periferia che ci appartiene, da impressioni
visive leggere e profonde come l'azzurro di una giornata di sole o
come il giallo dei limoni, la pianta sempre verde e risorgente che
ravviva la vita dei semplici e dei poveri.
E cioè la vita degli uomini, che il suo romanzo visivo ha la
virtù di rappresentare con il tocco lieve di ciò che
coinvolge e commuove.
Duccio Trombadori - 24 Maggio 1999 |
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"Autunno II"
olio su tela
cm 40x30, 1999 
"In gabbia"
olio su tela
cm 106x81, 1997 
"Iniezione letale"
olio su tela
cm 72x52, 2002
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