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Presentazione
«Alcuni dicono che
quando è detta
la parola muore.
Io dico che
proprio in quell’attimo
comincia a vivere».
(Emily Dickinson)
Con queste parole della introversa scrittrice Emily Dickinson, che
esorcizza con la scrittura, con la poetica, le voci delle cose che
la circondano, il senso ultimo ed estremo, la difesa del cuore, dell’anima,
dell’incorporeo, mentre il corporeo si fa più aereo e
l’acutus artis protezione contro un mondo che ruota vorticosamente
perdendosi e mai ascoltando quell’eversiva melodia che evoca
la poetica dello spirito, del nous ci accingiamo a penetrare nella
poetica di un pittore, dimostrando la totalità dello spirito
dell'arte.
Negli ultimi quadri di Alessio Varisco si scorge una lux pasqualis,
un pegno di contentezza e stupore dalle sue vedute alpine, un godimento
fluire sulle sue tavole, come quando si ha scoperto un tesoro.
Sono olii -e pochi acrilici- che documentano una perpetua ricerca
dell’anima, veri e propri paesaggi ignei, lapislazzuli cieli,
icone custodite da una sensualità abbagliante e trasfigurante
nel puro lirismo cromatico, con una consolatoria aggressività
nei turchesi e rosei empirei –mai semplici- animati da una ricerca
che sembra attingere la sua tavolozza direttamente al caleidoscopio.
Caldo alitante crepitare anche sulle nevi dei geiger di luce, tra
toni struggenti di crepuscolo e albe incendiate nella mollezza di
un risveglio quasi erotico, la grassa e verde terra di Engiadina,
al comporsi dell’incontro di due fiumi, l’Inn e quello
Morteratsch.
Terre preziose irrorate dalle nevi, fertili e feconde, sontuose, incastonate
fra le alte cime del gruppo del Bernina, perle incassate in un paesaggio
paradisiaco, mozzafiato, fra i cardi e le foreste di larici e pini
cembri odorosi, lingue di ghiaccio animarsi, scendere giù dalle
alte vette, quasi mostri, scolorire nel bianco, mai monocromatico,
muto e silente sudario sulle nostre tormentate vite.
Il gesto è febbricitante, steso velocemente, e ben visibile,
a spatola, animato di un vorticoso vitalismo del ductus che accomuna
–con perentoria atipicità e consistenza di risultati-
la cifra stilistica di Varisco ad un rinnovato divisionismo (che evoca
i Maestri: Hodler, Segantini e Giacometti) ed un insolito vedutismo
di nuova coniugazione, personalissima, che attinge nel substrato dell’espressionismo
astratto, ed è, indubitabilmente, il correlativo oggettivo
di un cuore inquieto (affiorano ascendenze profonde della dialettica
agostiniana ed i suoi interessi filosofici), abbagliato d’amore
per la vita, quella vita che è precarietà di respiro
qui alle quote più alte, nonché a volte inospitale e
spietata, rapidissimo disfacimento, o peggio ancora –paradigmatici
i laghi ghiacciati- inaspettata deprivazione.
Varisco sperimenta l’ascesa sotto le creste dei ghiacciai perenni
-ove tutto è poesia, sfida con se stessi, prova delle proprie
forze-, mette in esame quello che dice un grande alpinista italiano
Walter Bonatti: «innanzitutto se mi chiedesse di sintetizzare
rapidamente “alpinismo”, non farei che affiancare l’una
all’altra queste parole che mi vengono in mente: lotta, avventura,
romanticismo, evasione, sport».
E Alessio Varisco pratica questa cognitiva ricerca espressa dall’illustre
scalatore nel libro “Le mie montagne”, inoltre il tema
della montagna nel nostro pittore manifesta quel vulnus dell’esser
condannati ad una ricerca, mai paghi, e dell’esser ininterrottamente
naufraghi a cercare in questa foresta di simboli «che ogni vuoto
continua nel vuoto, ogni strapiombo anche minimo dà su un altro
strapiombo, ogni voragine sbocca nell’abisso infinito»
Italo Calvino
Ineludibile l’essere condannati a persistere al di qua della
montagna.
Per questo la sua opera traboccante e senza aree di abbattimento può
essere tutta letta come un attestato di culto alle ragioni primarie
della causa formale e del colore, riflessioni cromatiche che sono
innanzitutto metafisiche, che invocano la catarsi, una liberazione.
Ma la consonanza di Varisco con un essenzialismo vedutistico sfocia
nell’action painting e con qualsivoglia portato della “lezione
informale” non si ferma qui, al metodo, discostandosi profondamente
nel fine.
Non si riesce a rintracciare, nella sua fenomenologia pittorica, quell’inconsolabile
cupio dissolvi che contraddistingue l’informale storico; il
suo muoversi nella materia-pittura non è una deriva dell’io
nell’oceano spersonalizzante dell’Essere, un nichilistico
naufragare in quello che Italo Calvino definì “il mare
dell’oggettività” (Il menabò di letteratura,
n. 2, 1960).
E per descriverne la vividezza della struttura semantica dell’opera
di Varisco -di queste sue ultime vedute- impiego alcune parole di
Italo Calvino «sono come particelle elementari che compongono
il nucleo dell’opera, attorno al quale ruota tutto il senso
[“Se una notte d’inverno un viaggiatore”]».
Al contrario, il pur serrato lavorìo di Alessio Varisco, le
sue pastose brachigrafie tese e mordenti, ponderate e calcolate in
gamme affinate, la sua tavolozza autentica, terrigena e insieme spiritualizzata,
la sua essenziale trama segnica, riferiscono così una sorta
di assorto diario intimo, una diuturna meditatio figurale nella mente
sempre in bilico tra l’affacciarsi e il tirarsi nuovamente indietro
di un possibile dato di realtà, tra l’apparire e lo sparire
di una distinguibile o ammissibile fisionomìa naturalistica,
sia pur residuale di paesaggi, cose e figure, ma sottendono anche
un vigile controllo delle tattiche poetiche, una vocazione centripeta
delle predilezioni e delle opzioni di colore, un’accurata selezione
del gradiente retinico e della texture, insomma una progettualità
che riaccompagna la forma in fieri a un’esatta pregnanza emozionale,
pregna ma mai sovraccarica, al suo essere in ultima analisi momento
rinvigorente, liminare, trasfigurativo.
Il suo atto pittorico è quindi sciamanico, nuziale, comunionale:
espande e struttura, fa deflagare la vis dello sguardo interiore ma
al contempo la assembla in un certificabile ente strutturato testuale,
in una singolare cosmogonia della materia, in un meta-cosmo ineguale
e scabro, in un codice costruito e inciso a colpi di spatola –o
pennellate piatte-, veloci, subitanee, ma in grado di comporre il
dissidio fra individuo e mondo, di sedare — nella mediazione
dell’occhio — le pulsioni della psiche, una psiche intesa
non certo come gorgo oscuro e misconoscibile, bensì nell’etimo
antico di psyché, di anima, cioè fondamento ontologico
dell’essere, funzione mnemonica ed eredità del paradiso
perduto, dell’arcadia, quel paradiso perduto, l’età
dell’oro, di cui tutta l’opera di Varisco è un’appassionata,
amorosa, strumentata omologìa.
Impalpabile e vitale, carnoso e a più livelli, meravigliato
e spontaneo, l’operare squisitamente pittorico di Varisco concilia
-come ogni autentico fatto di poesia- i contrari, esemplando una infrequente
esemplare sazietà di senso, trasponendo lo screening pregante
e alacre di un andirivieni di significato, di un accadimento redentivo
che liberi hic et nunc la materia dalla sua consustanziale dall’offuscamento
primordiale, facendone –nell’offerta e nella floridezza
dell’ars - la rex extensa del trascorso, di un trascorso trafitto
e ecceduto da sensazioni finalmente curate e riconciliate.
Se l’accecato penitenziario del materialismo è il magazzino
mistico di quest’epoca di artificio, il canto disteso della
materia di Varisco si fa sempre più fondamentale e sublime
nell’ accezione più prettamente romantica e quindi moderna
del termine, additando — nella incrostazione bio-morfica dei
materiali espressivi — quella nostalgia dell’Eden, quell’adito
celato, quell’oltre che è proprio dell'indole, del segno
dell’uomo in quanto animali symbolicum.
Da tempo ormai, è consuetudine di Varisco l’ispirarsi
a testi filosofici nietzschiani che si evolvono giustificazioni d’atmosfera,
massimi gradi dell’input sentimentale avvianti quell’emotività
che si simbolizza negli ordinamenti esecutivi appartenenti della pittura,
la melodiosità di Varisco ove il gaio spirito di ricerca interloquisce
con rossi infuocati tramonti, blu solari, verdi clorofillici si fa
indicazione inoppugnabile della magnificenza del mondo, indica l’arcano
della vita che palpita e freme nel cuore e nel sangue.
Una pittura quella di Varisco che è vocabolo versato, giacché
il destino della parola e dell’arte è quello, appunto,
di sussistere quale limpido accenno, donata indicazione.
A volte complessa proprio come dice Calvino nel suo “Se una
notte d’inverno un viaggiatore”, Alessio ci insegna che
legger un’opera vuol dire spogliarsi d’ogni intenzione
e partito preso per esser preparati a raccogliere «una voce
che ci fa sentire quando meno ci s’aspetta, una voce che viene
non si da dove, da qualche parte al di là del libro, al di
là dell’autore, al di là delle convenzioni della
scrittura: dal non detto, da quello che il mondo non ha ancora detto
di sé e non ha ancora le parole per dire.”]».
questa l’ultima fase di una pittura vivida, in continua evoluzione,
che non si chiude in sé ed anzi si apre alla natura, al mondo,
alla filosofia ed alle lettere.
Técne Art Studio
CHIARA RITA BENEDETTA, Técne |
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