Presentazione
Il
lavoro di Nino Venezia è improntato a capire i meccanismi della
visione, i quali operano nella nostra più assoluta inconsapevolezza,
con l'antico strumento della pittura. Anche gli argomenti di cui parla
sono vecchi, ci riportano ai tempi in cui l'arte era ancora un tema
celeste: la prospettiva, la macchia, il disegno; però vale
la pena ascoltarlo per l'interesse scientifico con cui affronta l'argomento,
che proprio per questo diventa attuale. Per entrare nel personaggio
bisogna sapere che è molto legato alla manualità, non
nel senso manierista, che la mano esprime uno stile personale, nemmeno
Freudiano, che attraverso il gesto della mano si liberano pulsioni
interne, ma nel senso che vede la mano e l'arte legate da un legame
indissolubile, al punto tale che per lui ciò che non è
fatto dalle mani non è arte. Questa convinzione la giustifica
dicendo che le parole “arte”e “arto” hanno
la stessa radice, ed è una delle parola più antiche,
di quando gli uomini usavano poche parole ed erano tutte necessarie,
non come oggi che la parola arte significa tutto e niente. La parola
arte, in sanscritto, significava ordine, disposizione, e l'arto era
l'ordinatore, lo strumento con cui l'uomo mette ordine. In questo
senso l'arte e la mano sono legate insieme. C'è di più,
per lui la parola ordine è diventata una filosofia, mi ripete
sempre che la creazione non si è fermata al settimo giorno,
perché la creazione di nuovi ordini crea nuovi significati,
senza che cambi niente nell'universo da un punto di vista fisico.
Questo spiega il suo accanimento nel campo della pittura, dove da
un punto di vista tecnico non l'ho visto mai in difficoltà,
lavora con la stessa disinvoltura ad impasto come a velature, con
gli inchiostri come con i colori ad olio, a matita come a carboncino.
Perciò il discorso non è se riesce ad esprimere le proprie
idee attraverso la pittura, ma se attraverso essa riesce a stimolare
la nostra curiosità, molla di ogni interesse. Quando mi sono
trovata davanti le sue opere ho capito subito ciò che era evidente,
che il punto centrale della tela era molto curato, rifinito, al contrario
della parte periferica della tela dove tutte le forme erano sfocate.
Errore, mi disse, non sono sfocate, le macchie sono semplicemente
più grandi, per cui saltano i particolari. Poi ho capito, quando
mi invitò ad avvicinarmi al quadro e a guardare il centro della
tela, che la struttura dell'occhio, con al centro i coni ed in periferia
i bastoncelli, corrisponde alla composizione della tela. Ero tentata
di spostare lo sguardo nella periferia della tela, non lo feci perché
mi piaceva fare attenzione a quelle larghe macchie cercando di capire
la visione con i bastoncelli. Fu con questa visione che quelle macchie
mi sembravano perfette, addirittura avevo la sensazione di avere davanti
a me una pittura tridimensionale. Questa esperienza ha fatto scattare
in me la molla della curiosità, così mi sono avvicinata
alla parte intellettuale della pittura binoculare di Nino. Di questa
mi è piaciuto il riferimento all'attenzione. Se dividiamo la
visione degli occhi con uno specchio, in modo che con un occhio guardiamo
davanti e con l'altro di lato, il nostro cervello sovrappone le due
prospettive, però non potendo arrivare ad una visione unica,
sopprime le parti di prospettiva che non interessano, quelle parti
che, per scopi vitali, non meritano la nostra attenzione. Questo meccanismo
agisce nell'uomo nascondendo in parte la diplopia della visione binoculare;
è questo meccanismo che fa la differenza tra la fotografia,
dove tutto è presente, e la visione umana che è fatta
di attenzioni e soppressioni. Mi è piaciuta la sua nuova teoria
del colore fondata sulla visione umana, perché va oltre gli
scopi fotografici del fotoritocco. Il colore è intenso solo
al centro del quadro e poco saturo in periferia, in parallelo alla
struttura della retina che permette la visione colorata solo con la
fovea, dove ci sono i coni abilitati alla visione a colori. Un'attenzione
particolare merita la geometria dello spazio fondata sull'oroptero,
il cerchio comune a due prospettive che hanno un punto di vergenza,
cioè di due prospettive che guardano lo stesso oggetto. Questo
addirittura dovrebbe farci cambiare modo di esprimerci in riferimento
alla distinzione tra soggetto e piano di fondo, dovremmo dire cerchio
di fondo, perché la visione umana è fatta di cerchi
e non di piani. L'oroptero è quel cerchio che passa dall'oggetto
guardato a dai nostri occhi ed è soprattutto l'area dove avviene
la fusione, detta area di Panum, un altro meccanismo che due macchine
fotografiche non possono avere, perché è una prerogativa
del nostro meraviglioso cervello. In quest'area la visione è
tridimensionale e la pittura di Nino non lo è. Egli dipinge
gli oggetti che si trovano nell'oroptero con la prospettiva artificiale,
come una macchina fotografica per intenderci, usando tutti i trucchi
che un pittore conosce per dare il senso del rilievo. Questo scarto
tra la sua pittura e la visione binoculare non è così
rilevante in quanto interviene un altro fattore dovuto alla struttura
della retina: l'acuità visiva. Questa ci fa vedere bene solo
un punto che corrisponde al centro della fovea, poi, allontanandoci
da esso, vediamo macchie sempre più grandi dove i particolari
si perdono. Perciò la pittura di Nino è fatta di un
centro ricco di particolari e dal colore intenso, e di una periferia
con larghe macchie dai confini non sempre tangibili, dove ogni riferimento
prospettico si perde. Questo vuol dire che guardando un quadro binoculare
al centro, in modo che copra quasi tutto il campo visivo, si ha una
visione molto vicina all'esperienza reale. Questa è una constatazione
personale che il lettore, volendo, può provare e che, a mio
parere, giustifica il nome “binoculare” con cui Nino chiama
la sua pittura. Un'ultima cosa mi preme rilevare: la presenza del
disegno nella parte centrale. Nella storia dell'arte, quando si affronta
lo studio dei macchiaioli, si insegna che il disegno non esiste, infatti
se guardiamo una fotografia non c'è disegno, ci sono macchie
e sfumature. Lui mi disse che si riferisce al meccanismo on-off delle
cellule ganglionari, che reagiscono solo nel caso in cui tra il centro
e la periferia c'è un contrasto di luce. Ciò significa
che se una cellula della retina è totalmente alla luce, o totalmente
al buio, non reagisce. Questo meccanismo mette in risalto i contorni,
il disegno è un contorno. L'unico rimprovero, detto alla buona,
è che lui parla troppo del suo lavoro, quasi non lascia niente
all'immaginazione dello spettatore; è che lui ragiona troppo
sulla pittura, che parla alla nostra sensibilità. Però
bisogna riconoscere che sensibilità e ragione sono gli elementi
di cui ogni individuo è dotato e non si possono dividere. L'estetica
ha voluto dividere le due sfere attribuendo l'arte a quella della
sensibilità, come se questo fosse possibile. Quindi ben vengano
i pittori razionali come Nino Venezia, di cui di una cosa possiamo
essere sicuri, conosce il suo mestiere maledetto.
Niscemi, 10 aprile
2008
Lucia Giugno
Cenni biografici
1950, 25 gennaio, nasce a Niscemi Nino Venezia
1969, consegue la maturità artistica presso il Liceo Artistico
di Catania
1973, insegna figura disegnata al Liceo Artistico di Cagliari
1977, performans dal titolo “l'ideologia è la maschera
della violenza” insieme a Giovanni Valenti, di cui rimane
il films e i disegni.
1985, aderisce alla pittura fantasticoreale di Giovanni Valenti
e GuidoCannizzo. La pittura fantasticoreale tratta il tema dell'evocazione,
secondo la quale l'oggetto, che la storia ha fatto diventare inutile,
è il medium che fa scattare la molla, che ci trasporta nel
tempo in cui esso era utile. Il fantasticoreale, attraverso l'evocazione,
realizza l'idea di Gadamer della fusione degli orizzonti.
1985, 16-30 settembre, “Studio Palazzi” Milano
1985, 12-15 ottobre, “galleria Gruppo 5” Venezia
1985, 07-19 dicembre, “Magazzino d’immagini e parole
Duchamp” Caltanissetta
1986, 22 marzo-06 aprile, galleria “l’Androne”
Scicli
1986, luglio, rivista internazionale di Arte “Segno”,
pubblica la foto dell'opera “Persefone”, in un articolo
di Giuseppe Frazzetto.
1986, agosto, settimanale “Panorama” della Mondadori,
pubblica la foto dell'opera “Persefone” in un articolo
di Carlo Arturo Quintavalle.
1986, 17-21 dicembre, i pittori niscemesi a cura del Comune di Niscemi
1987, finisce l'esperienza fantasticoreale e si inventa le “metope”,
composizioni figurative che si rifanno all'arte classica greca,
in cui si esalta la tripartizione del corpo umano: testa di profilo,
busto frontale, braccia e gambe di profilo.
1987, 02-24 aprile, grafica, pittura e fotografia, Giarre
1988, ispirandosi alla filosofia operativa di Silvio Ceccato inventa
gli“orizzonti”, profili di elementi del paesaggio marino
etneo dentro un rigo circolare, che esprime il concetto di orizzonte
come frutto dell'operazione di una rotazione completa attorno a
se stessi. Dopo averli visti Silvio Ceccato ha espresso, in una
lettera, la sua incomprensione.
1995, ultima mostra degli orizzonti a cura di Totò Ravalli,
nella piazza di Niscemi.
2002, realizza degli esperimenti di Sand Art nei locali della Pro
Loco di Niscemi, di cui rimangono i filmati.
2007, promotore del “salotto dell'arte” nei locali della
Pro Loco di Niscemi, riunione di artisti locali.
2008, studia una pittura che tiene conto della visione binoculare
e che perciò chiama “binoculare”.
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