| |
Presentazione
A
me piacciono i cavalli di Wandavi. S'inganna chi li considera un fregio.
Sono cavalli che corrono.
Cavalli che corrono in tuffi i sensi, nel tempo e nello spazio, nello
spazio dell'essere.
Ma prima di seguirli nella foro corsa, guardiamoli: guardiamoli rinsecchirsi
e gonfiarsi, scuotersi ed imbizzarrire - sono cavalli selvaggi che
costruiscono strane geometrie, ricordi e fantasie d'infanzia che diventano
massiccie sculture o serpenti di movimento, quadrati piedistalli o
conchiglie marine.
Il loro collo è sempre un torace: ogni cavallo di Wandavi è
una respirazione possente e diversa, talora una divertita ironia della
forza.
Ogni cavallo è una macchina che produce una forza ed una dinamica
specifiche ed ogni quadro ha tanto movimento che salta e galoppa come
il suo oggetto.
Lasciamoci dunque trasportare nel tempo da queste macchine potenti.
Banale è il riferimento al fregio del vasellame greco: più
antico, molto più antico, è il vero richiamo.
No, non bastano i segni archeologici del medio-oriente antico e neppure
cert'arte indiana a spiegarcelo.
Nel tempo, col tempo sobbalziamo: sono macchine mitiche questi cavalli,
strappate al pathos di Leviatano e di Behemot, ai più antichi
strati dell'antichissimo racconto biblico.
Sono forse l'immagine sognata, allora fissata, in quell'antichissimo
tempo, di macchine spaziali giunte da altri mondi.
Quindi diagrammi di futuro anteriore, fantasmi sorti nella notte dei
tempi per annunciarci una potenza futura. I cavalli corrono nel tempo,
fra l'antichissimo e il futuro, mai abbandonando la loro libertà:
nessuno li cavalca, nessuno li cavalcherà mai.
Ma essi producono altre creature, nel loro spazio.
Il tondo ventre del cavallo diventa la testa di una donna, o i suoi
seni prodotti da un vorticoso movimento.
I cavalli inseriscono la loro dinamica rotondila dentro quadrati che
non ne misurano le dimensioni ma ne proiettano le forme: il cerchio
è quadrato da una potente voluttà.
Nel rotondo del cavallo s'impone l'immagine femminile, nel quadrato
del cavallo si impone di nuovo l'immagine femminile.
Facile sarebbe, per il bolso e funereo freudiano di turno, ricondurre
l'intreccio delle figure geometriche all'amplesso ed all'orgasmo.
Ma qui è la macchina che agisce, la macchina formale, che si
libera di ogni cavaliere per lasciare alla furia del cavallo, e a
quella dell'artista, il solo desiderio della creazione.
Toni Negri
26/6/1993 Biografia
Nato a Karkuk in Kourdistan (Iraq) nel 1945, artista di levatura europea,
cittadino svedese.
Opera alternativamente in Italia e in Svezia.
Allievo a Roma dei Maestri Gentilini e Fazzini e a Stoccolma, del
Maestro Pio Ultvat.
Dalle sue opere traspare la cultura di cui è pregno e che spazia
dalle antiche cabale egiziane, alla mitologia greca, alle religioni
orientali, all'Islam, all'ebraismo, al cristianesimo, al buio medievale,
all'inquisizione, ai miti nordici; cultura che trasferisce nelle sue
opere con vivaci decorazioni simbolistiche, per rendere le quali usa
materiali granulosi, linee incisive, molteplici e vivaci colori.
Ha lavorato come insegnante d'arte e come decoratore al Teatro Royale
di Stoccolma. |
|

"Verde"
acrilico misto sabbia
23x37 
"Il Giardino"
acrilico misto sabbia
70x90 
"Il solista"
acrilico misto sabbia
70x90
Informazioni

Tratto dal catalogo "Wandavi - Il colore del deserto
in me"
Edizione Lupo'Art - 1995 |
|
|