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A.M. Around Me
- Mauro Santucci
11 gen 2005 > 13 feb 2005 - Roma
Dart – Chiostro del Bramante
presenta
A.M. - Around Me
Sede: Caffetteria del Chiostro del Bramante, Via della
Pace (Piazza Navona) - Roma, Info: tel. 0668803227
Orari: Martedì - venerdì 10.00 - 19.00 Sabato
10.00 - 23.00 Domenica 10.00 – 20.30Lunedì
chiuso
Ideazione e cura: Stefano Elena "Art
is not where you think you're going to find it" -
Patrick Mimran
Prosegue la prima edizione di "A.M. - Around Me"
dedicata alla creatività femminile e alla femminilità
che stimola la creazione. Donne davanti o dietro la percezione
artistica, al di qua o al di là dell'espressione,
che posano o che mettono in posa. Da oggetto passivo dell'arte,
posta e collocata secondo esigenze tecniche di illuminazione
e resa, la donna ha saputo invertire ruoli e doveri sino
a guadagnarsi il mezzo e il mestiere dell'arte. Sino a
chiamarsi artista anziché modella e diventare,
ufficialmente da vent'anni a questa parte, tendenza storica
riconosciuta ed indiscutibile, estranea a categorie comportamentali
o sociali stereotipate. L'iniziativa ospitata dalla Caffetteria
del Chiostro del Bramante vuole, nell'arco del suo primo
percorso tematico, documentare questo dualismo interpretativo
attraverso l'alternarsi della figura femminile da oggetto
a soggetto dell'arte e viceversa, proponendo uno zapping
in random tra donne ritratte e donne che ritraggono. Oggi.
Una delle aspirazioni dell’arte contemporanea dovrebbe
essere quella di divenire una presenza costante nel nostro
vivere quotidiano.
A Roma, il Dart - Chiostro del Bramante decide di sviluppare
tale esigenza attraverso la concessione ad artisti dell'area
della nuova caffetteria interna, spazio destinato all’intrattenimento
e al tempo libero.
Mensilmente, un artista sarà invitato ad invadere
lo spazio situato al primo piano del Chiostro con opere
create/fornite appositamente.
La proposta, che non pone limite alla tipologia di opere/installazioni
(pittura, scultura, fotografia, etc.), intende, attraverso
l’uso di uno spazio non specifico, sollecitare la
versatilità curiosa di cui è dotata la creazione
artistica.
Caratteristica peculiare dell'iniziativa sarà sicuramente
quella di usufruire di un contesto ambiguo, di uno spazio
dentro lo spazio architettonico ed espositivo principale,
capace di generare intuizioni ed invenzioni legate anche
alla vocazione di riflessione e concentrazione di cui
il cinquecentesco Chiostro del Bramante è ancora
oggi latore.
Attraverso il progetto "A.M. - Around Me" vogliamo
tentare di familiarizzare il visitatore del Chiostro con
diversi aspetti della recente arte italiana, all'interno
di un contesto destinato allo svago, senza drammatiche
asserzioni.
Ogni mostra sarà accompagnata da un autoritratto
scritto dell’artista.
Mauro Santucci (Mà)(11 gennaio – 13 febbraio
2005) “Io credo che la televisione -la
televisione come istanza, non proprio quella che vediamo-
sia uno stranissimo dispositivo che abbiamo a disposizione
per percepire il modo in cui il mondo si autocomunica,
quanto reagisce con se stesso. E su questo abbiamo pochissime
possibilità di interferire, di entrare davvero,
anche se gran parte della televisione è fatta di
noi, o comunque di immagini nostre.” (E. Ghezzi
– Il mezzo è l’aria)
L’occhio. E’ l’occhio di Mauro Santucci
(Colleferro, 1976) a captare i frammenti passeggeri che
occupano il video e la realtà. Non che siano contesti
consumistici così diversi fra loro, ma nelle opere
di Mà la distinzione è marchiata, resa evidente
in maniera spinta, passionale e breve come quel suo stesso
nome d’arte fatto di due sole lettere. La vita biografica,
quella che lui ferma durante quel preciso momento di un
giorno qualunque che forse non potrà ripetersi,
riesce così verosimilmente ad emulare il “dietro
le quinte” delle apparenze da incentivare (o giustificare)
la prepotenza dello scatto.Nei suoi lavori impera la fotogenia
dell’immediatezza, l’adeguata proponibilità
di immagini che arrivano improvvise dallo schermo o dal
fatto vissuto. Sembra persino che vogliano tentare l’interscambiabilità:
alternarsi all’interno dei rispettivi ambienti per
un malanno da derivazione che riguarda la resa ultima,
quella che altri occhi godranno e riconosceranno.
Vitafilm e filmvita. Due ibridazioni intere, due mondi
costruiti e ulteriormente costruibili sui detriti della
comunicazione visuale “che resta dentro”,
così piena di universi completi che durano quanto
un videoclip degli Smashing Pumpkins che diventa puro
espressionismo o un transitare metropolitano non costretto
che sovrappone agli esiti di un viaggio il volto-immagine
Nescafè. Si fondono, icone da schermo e merci quotidiane,
ma ognuna assume un senso specifico che ne attribuisce
generosamente all’altra e viceversa, costantemente,
infinitamente, per l’assemblaggio di catene dalle
maglie irregolari ognuna delle quali diventa a sua volta
video, plasma, monitor: tutto ciò che possa trasmettere
per essere -ancora e sempre- trasmesso. L’intero
smette di essere più della somma delle sue parti:
diventa succube delle parti che ne determinano l’effettiva
entità e la disarticolata definizione. Ciascun
frammento diventa storia completa dai contorni pubblicitari
educati e puliti, trasparenti e comunicativi, saturi di
cromie asportate, portate via dal tubo catodico che le
produce, promette e permette.
Santucci o della filtrazione. Perché il suo occhio
onniveggente diventa corpo poroso bravo ad assorbire l’insieme
delle tendenze virali dell’immagine per selezionarne
le appendici più sintomatiche e mandarle in onda
attraverso le frequenze di un obiettivo soggettivo che
sopporta e prevede la nebbia del fermo immagine. Non si
adegua al venticinquesimo di secondo, al tempo necessario
all’assimilazione fotografica per la cattura di
un’immagine tv, il filtrosantucci, ma decide di
trattenere le impurità da zapping forsennato tipiche
del prelievo non autorizzato, del furto estetico reso
accetto dalla sua stessa responsabile capacità
sintetica che da quei frames sa ottenere nuove storie,
creare nuovi scripts; momenti altrimenti impercettibili
perché dispersi tra i meandri del percorso, del
solito “prima e dopo” che vorrebbe condurre
ma riesce soltanto a propagandare.
Atti di preghiera (con e senza dolore), pose esperte,
bianchi e neri, amiche amiche, strade perdute, uomo e
donna, donna: gli stimoli proposti sono sensibili, per
quanto misti e sparsi, ai teoremi (letter.: spettacolo,
poi meditazione) del vivere la vita, composta principalmente
da immagini viste, ma forse non visibili. I rapimenti
di Santucci servono a questo: a (di)mostrare come un solo
significato possa in verità renderne probabili
molti altri, in modo esponenziale ed esposto, perché
da ogni venticinquesimo di vita -e quindi di immagine-
si possano trarre così tante possibili altre verità
da portarci a considerare la vita stessa una appena fra
le tante disponibili.
Cinema, videoclip e accadimenti personali si alternano
e confondono, si abbracciano ed odiano, convivono e subiscono
con esiti simili al paradossale effetto di una sindrome
qualsiasi diagnosticata dall’antropologia di un’immagine
che non è mai, soltanto, quella trasmessa.
Nessuno reclama più la réclame, il richiamo
all’ufficialità della cosa buona e giusta
o comunque prevista. Sicuramente non Santucci.
Stefano Elena |
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