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Maurizio Vitale.
La Solitudine Del Corpo
18/10/07 > 01/11/07 - Palermo
Ripiegata in una dimensione solipsistica ed alienata, la nuda corporeità
attentamente (e crudamente) scandagliata da Maurizio Vitale si erge
a chiaro paradigma del sofferto rapporto psiche-soma nella stretta
attualità.
Un corpo patognomonico e sintomatico – questo impietosamente
inquadrato da Vitale –, che esprime interamente, nella sua scoperta
vulnerabilità, quell’incontrollabile cortocircuito fra
interno ed esterno – da taluni fatto risalire alle filosofiche
premesse cartesiane relative alla netta distinzione fra res cogitans
e res extensa –, tipicamente distintivo del nostro frastornante
viver quotidiano di uomini metropolitani, tecnologizzati e (presuntamene)
post-moderni.
Quello rappresentato e messo in scena da Maurizio è infatti
il dettagliato corteo sintomatologico dell’arcinota sindrome
d’ascendenza ottocentesca – il “mal di vivere”,
per l’appunto – che attanaglia ormai in maniera sempre
più ingravescente (seppure con modalità e misure assai
variabili) ogni individuo “urbano” da almeno centocinquant’anni.
Proprio la rottura del rapporto simbiotico col mondo naturale –
rapporto non idilliaco, da età dell’oro, come più
d’uno ha cercato di far credere – ha introdotto progressivamente
quei fattori di destabilizzazione degli equilibri mente-corpo, che
hanno via via inficiato le sicurezze primigenie degli uomini d’un
tempo, alimentando quell’insieme di timori che hanno portato
all’instabilità e alle sofferenze incontrollate della
contemporaneità.
Gli scatti di Vitale, coi loro singoli frammenti di travagliata solitudine
individuale, si inscrivono – dunque – a buon diritto in
quel filone delle arti visive più recenti (senza alcuna distinzione
fra le varie discipline) che a partire dall’800 (e in particolar
modo dalla pittura “psicopatologica” e “clinica”
di Goya, coi suoi impietosi ritratti dei Borbone, e di Gericault,
coi suoi paradigmatici “monomaniaci”) ha sancito il disgregarsi
di questo atavico equilibrio e conseguentemente introdotto l’infrazione
d’un modulo convenuto (e linguisticamente pressoché univoco,
epoca per epoca) di rappresentazione della corporeità (finalizzato
alla codificazione di un chiaro sistema normativo con cui dare senso
all’essere e all’esistere al mondo), determinando una
antinomica (o, ancor più, anomica) frammentazione lessicale
ed espressiva, perfettamente funzionale all’esplicitazione di
tutti quei tremiti e sismi intrapsichici in grado di destabilizzare
la relazione naturale fra i centri del pensiero e il loro involucro
esteriore.
E’ sufficiente – per tanto – dare una scorsa alle
immagini immortalate da Maurizio e ai loro evocativi titoli (Disagio,
Disorientamento, Dolore, Morte, Manichino, Silenzio, tanto per fare
qualche esempio chiarificatore), per comprendere a pieno la forte
carica di pathos di cui è impregnata la visione esistenziale
che ne sostiene e dirige l’operare nei suoi analitici percorsi
di ricerca.
Non a caso contestualizzate in un ambiente spoglio e anonimo –
contraddistinto da una melancolica teatralità –, le figure
femminili inquadrate da Vitale esibiscono infatti per intero la loro
fragile nudità, stagliandosi su un drappo scuro e spiegazzato,
fungente al contempo da mortificante scenario e da insormontabile
sistema di isolamento e contenzione. Proprio in virtù di tale
“confinamento” all’interno d’un contesto simbolicamente
claustrofobico, quest’esibita ed indifesa nudità (che
in altri tempi sarebbe stata vettrice ideale di quei “valori
normativi” da propugnare ed imporre agli osservanti) si fa invece
emblema compiuto ed incontrovertibile d’una condizione di dolore
ed isolamento esistenziale, nella quale si inscrive a chiare lettere
l’intero cortocircuito psico-somatico derivante dalle difficoltà
di relazione e comunicazione con l’ambiente circostante.
Le posture rattrappite e ripiegate, la parcellizzazione delle inquadrature
(con le singole parti corporee chiamate a conclamare il disagio dell’insieme),
la frequente marginalizzazione della figura all’interno della
scena, l’abbandono inerziale e mortuario, l’eros depurato
e raffreddato (fino al congelamento d’ogni sex appeal), la fisiognomica
sofferente e perturbata sono tutti segni inequivocabili d’una
semeiotica che dalla semplice ricerca artistica ed estetica tende
a sconfinare nella vera e propria prassi anamnestico-diagnostica.
Nessuna nudità accademica – dunque – preposta a
farsi portatrice (neoplatonicamente, in quanto riflesso del divino)
d’una idea d’ordine superiore o d’un qualche progetto
“più o meno intelligente”, né – tanto
meno – alcuna estetizzante (e modaiola) esibizione di corporeità
tendente ad indicare un ben preciso schema omologante di natura prettamente
consumistica, ma una dimensione corporale – questa scandagliata
da Vitale – di matrice quasi clinica, in cui gli aspetti di
svisceramento e classificazione dei moti della psiche sono il vero
filo conduttore e l’unica chiave di interpretazione.
Queste due giovani donne fotografate da Maurizio sono – in fondo
– gli esemplari convincenti d’una intera umanità,
condannata al paradosso contingente del totale isolamento all’interno
d’una società ove predominano i fenomeni di massa e in
cui ogni forma di individualità cosciente e strutturata viene
percepita come un enorme ostacolo allo sviluppo del sistema. In tal
senso, il corpo descritto da Vitale appare del tutto depurato d’ogni
fattiva (e abituale) proprietà di medium relazionale (a partire
dalla sua potenzialmente erogena nudità), ritrovandosi spogliato
di tutti quegli orpelli convenuti (anche in termini di gestualità
posturale e di mimica facciale) che ne fanno quel veicolo dell’io
nel mondo, assolutamente conforme alle regole del gioco. Ed è
proprio in questo completo disancoramento (più o meno indotto
e volontario) da ogni convenzione della società, che viene
a profilarsi – come per contrasto – una più distinta
e definita identità, capace – nella sua solinga sofferenza
– di distinguersi con nettezza dall’uniforme disidentità
di tutte quelle inconsistenti individualità, i cui corpi seriali
e appariscenti emblematizzano invece un vuoto esistenziale di gran
lunga ben più grave ed inquietante.
In definitiva, è proprio questo il significativo paradosso
colto da Vitale col suo “empatico” obiettivo: ovvero quello
d’un reperimento di senso dell’essere ed esistere in una
lacerata (e separata) dimensione di “solitudine del corpo”,
la quale, pur essendo metafora e funzione d’una imposta e subita
asocialità (per le afasie indotte dal circostante ridondare
di insensate ecolalie), ciò non di meno consente, all’interno
dei suoi perimetri dolenti ed alienati, una totale presa di coscienza
di ciò e di chi si è (o più probabilmente non
si è) nella realtà.
Nel solipsistico cortocircuitarsi degli ascosi fremiti intrapsichici
nei ben visibili ambiti somatici, si palesa – dunque –
l’intera portata della nostra fragile e debole essenza; un’essenza
perfettamente enucleata e cristallizzata da Vitale nella sua assoluta
e transitoria precarietà , a conferma di quella insuperabile
capacità della fotografia di intercettare lo “hic et
nunc”, andando oltre il semplice sembiante, per cogliere la
“nuda veritas” nella sua totalità.
Salvo Ferlito
(ottobre 2007)
Artista: Maurizio Carlo Luigi Vitale
Titolo: La Solitudine Del Corpo
Curatore: Giovanni Francesco Paolo Madonia
Inaugurazione: 18 ottobre 2007
Inizio: 19 ottobre 2007
Fine: 1 novembre 2007
Sede: centro Biotos
Indirizzo: via XII gennaio 2
Citta: Palermo
Provincia: PA
Orari: !7.00 - 20.00 martedì - domenica
Telefono: 091323805
Fax:
EMail: biotos@libero.it
Web: www.biotos.it
Ufficio_Stampa: Rosetta Iacona
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