Andrea Francolino.
Dixart
25/09/08 > 14/11/08 - Milano
Fabbrica Eos presenta le sorprendenti opere di Andrea Francolino,
che strappa i “miti” graffiati dalle sue tele per racchiuderli
in appositi “packaging”. Uno scherzo, che tradotto in
un linguaggio fatto di slogan, marchi e giochi di parole, racconta
molte cose attraverso l’ironia: alle volte tagliente, ma sempre
divertente, semplice, immediata. Un gioco ironico che non dimentica
mai la realtà. Le domande che sorgono al momento di trasferire
un’icona in un’immagine nuova, sono svariate. Ma accomunate
dalla rappresentazione.
Da qui, la realizzazione quasi pubblicitaria di soggetti -i cui corpi,
messi in posa appartengono a perfetti sconosciuti -che sarebbe fuori
luogo vedere su cartelloni o riviste; ma che diventano opere d’arte
“popun’immagine nuova, sono svariate. Ma accomunate dalla
rappresentazione.
Icone sempre attuali, come Fidel Castro o Woody Allen, vengono rivisitate
in modo inusuale: ed è per questo motivo che Allen si trasforma
in “Aulin”, marcando con un farmaco il nostro contemporaneo
ipocondriaco; e un Fidel diviene “Lidl”: chiaro invito
al consumismo capitalistico. E ancora, lo statista Stalin che rappresenta
la compagnia “Stalin e Oil”; Mao Tze Tung che diventa
Miao, intento com’è a cucinare un gatto con contorno
di crocchette. Si gioca così in modo ironico sul nome e sul
fatto. È il caso di Michael Jackson, trasformato in “più
bianco non si può” grazie al noto detersivo; e della
sua amica del cuore, l’attrice Liz Taylor famosa per i suoi
gioielli kolossal, che viene sì riprodotta nel massimo della
sua bellezza, ma sgranocchia crackers in felpa e ciabatte.
Ingrediente unico delle opere di Andrea Francolino è il
catrame. Utilizzato attraverso l’originale tecnica abrasiva
della scartavetratura. Fatica fisica, prestata alla risoluzione dell’immagine.
Tanti sono i personaggi che animano la mostra: Pollock, Bacon, Moana,
Totò, Gandhi, Meucci, Martin Luther King, Hitler, Mussolini...
Una sorta di terapia di gruppo che solletica la vista e la mente,
regalando un sorriso.
Lo vedi, mentre scartavetra i miti. E ti sembra trattenere il respiro
nell’attesa che un altro mito si smitizzi sotto le sue dita.
Anziché dipingere olio su tela, Andrea Francolino sottrae.
Minuziosamente. Per abrasioni. Cartavetrata, catrame, sudore, adrenalina
e via, a sottrarre mito dai miti griffandogli addosso marchi pubblicitari,
slogan, doppisensi, giochi di parole. Da mito a (s)mito: perché
non se ne può più di sepolcri imbiancati, idealizzazioni,
musealizzazioni. Fra uno scontrino di cassa e un carrello della spesa,
ecco che il mito si toglie di dosso la polvere della Storia per filare
dritto nel contemporaneo da supermarket. Esorcizzando, in un frenetico
e folle Carosello, la sua stessa morte. Facendosi testimonial pubblicitario
di una nuova nascita.
Con gusto schiettamente post-Pop, Francolino ha cominciato a smitizzare
in punta di dita, fra un pallonaro DalÍ Kakà e un James
Dean che calzava Nike. Poi, la sua abrasiva ironia si è fatta
più caustica, energica, coraggiosa. E dietro all’immagine
seppiata d’ogni mito, è esploso il marchio pubblicitario
di un’appartenenza che è sì logica, ma sempre
sul filo del paradosso. Logo colorato. Gigante. Un po’ décollage.
Cosicchè, ogni mito popular s’è trasformato in
mito dell’advertising che fa rima con se stesso. Inevitabile,
quindi, che Andrea abbia tirato in ballo Mao Tze Tung, icona della
Pop Art, camuffandolo in Miao e ridicolizzandolo in Mickey Mao, fra
cibi gatteschi e fumetti disneyani. E abbia reso ancora più
kitsch (fra un Lidl Castro ingordo di consumismo capitalista, uno
Stalin & Oil che sembra annichilire lo slogan “a da venì,
Baffone” e un mussoliniano Dove c’è Balilla c’è
casa, dittatore al sugo) quell’iconografia del totalitarismo
che marciava petto in fuori a colpi di Propaganda.
Sarcasmo. Gocce d’arsenico sapientemente dosate. Luis Bassat,
stratega pubblicitario, ha detto che “un chilo di pubblicità
può contenere 999 grammi di razionalità, ma brillerà
e si distinguerà per il suo grammo di follia". E nei quadri
di Andrea Francolino, di follia ce n’è a chili: scherzosa
e un po’ perversa. Ma siccome il mito non ammette sconti né
buoni-sconto, tanto vale (tra)vestirlo da rapper, casalinga disperata,
uomo qualunque. Facce famose infilzate su corpi sconosciuti. E poi
denudarne tic, difetti, manìe, fobìe: Michael Jackson
che “più bianco non si può”, insegna. E
Liz Taylor, sua inseparabile amica di lifting e di sventure? Bella,
bellissima. Nel fior fiore degli anni hollywoodiani. Ma osservatela
meglio: sgranocchiando un cracker Ritz, si fa sorprendere in felpa
infeltrita e annoiate pantofole. Woody Allen, invece, viene santificato
in Aulin per marchiare la propria ipocondrìa che è un
po’ anche la nostra. E se lo guardiamo, mentre sovrappensiero
si versa il farmaco in un bicchiere, ci viene in mente una delle sue
frasi più celebri: “La psicanalisi è un mito tenuto
vivo dall’industria dei divani”.
La Mitologia Classica, scartavetrata, si traduce/tradisce in (S)mitologia
Contemporanea. Ma il mito, dopo essersi identificato a pelle col prodotto
fino a farsi merce, deve concludere in modo logico la sua “filiera”
consumistica. Rimpicciolito, rattrappito, ricompare sul packaging.
Dalla tela alla confezione: mito scartavetrato e “cristallizzato”
nella resina, a imperitura memoria. Come Moana Pozzi, venerata Marilyn
del porno tricolore, accostata senza troppi giri di parole alle Farfalline.
Qui, l’azione Pop si fa ancora più evidente. Impossibile
non pensare a Andy Warhol. Ma se per il mito di Pittsburgh una bottiglia
di Coca-Cola è una bottiglia di Coca-Cola punto e basta, la
Campbell’s Soup un barattolo da riprodurre tale e quale sulla
tela e la confezione di pagliette Brillo un capolavoro grafico da
ingigantire e “serializzare” in scatole di legno, gli
“impacchettamenti” di Francolino fanno derapare il consumismo
nel consumato e il testimonial nel bruciato, corroso, annerito, pressochè
distrutto. A un passo dall’immondizia. Sublimazione corrotta
del ready-made caro a Marcel Duchamp. Cosicchè, file di Friskies
“svendono” Miao Tse Tung in offerta speciale; e Mickey
Mao, stavolta, è il “mostro” da sbattere sulla
prima pagina di un Topolino in versione “vintage” fra
Qui Quo Qua, Pippo e Paperino. Il mito ridotto a caricatura. Sintonizzato
su quella Sindrome Ossessiva da Brand (conseguenza dell’uso
sempre più spregiudicato dei marchi commerciali) che l’esperto
di economia Lucas Conley ha di recente individuato come ultima malattia
del capitalismo avanzato.
C’è tenerezza e sarcasmo, sorriso e sberleffo in quel
desiderio vorace di regalare a ogni mito il packaging che si merita.
Io Pago, da frase “cult” di Totò, si trasforma
ad esempio in un persuasivo slogan pubblicitario. D’altronde,
chi non comprerebbe un succo di frutta da un testimone così?
E il mito (ma solo in questo caso) assume i connotati dell’intoccabilità
assoluta. Ma poi daccapo, velenosamente, viene rimesso in gioco: quando
la scatola di detersivo dell’Omino bianco esibisce l’immagine
di Martin Luther King sottintendendo lo slogan Bianco bianco, colore
colore, e quando Hitler e Himmler, vestiti da graffitari, hanno tutta
l’aria di spruzzare con le loro bombolette “tags”
sui muri. Ma quell’insetticida spremuto fino all’ultima
esalazione descrive l’orrore del regime nazista, accostando
con tragica ironia Raid e Terzo Reich per poi clonarli nello slogan
Il Terzo Raid: li ammazza stecchiti.
Andrea Francolino, graffiante fustigatore di miti, riserva le stoccate
finali a Jackson Pollock e a Francis Bacon. Se l’action painter
del Wyoming, immortalato su fustino e fustone Dixan, viene “retrocesso”
a Campione contro le macchie sottraendogli di fatto il “copyright”
del dripping, allo psycho-pittore dublinese tocca accollarsi McBacon,
cognome da “fast food” con chiara allusione al colesterolico
hamburger Crispy McBacon. E qui, l’artista compie il miracolo:
triplicando il packaging in un ipoglicemico Mc Menu squassato, slabbrato,
consunto. Ripensando, chissà, ai tableaux-piéges di
Daniel Spoerri. Ma in fondo, i suoi, sono tutti “quadri-trappola”.
E i miti, logo o non logo, qualche volta finiscono in pattumiera.
Stefano Bianchi
Andrea Francolino nasce a Bari il 27 Aprile 1979. Nel 1997 si diploma
presso il liceo artistico di Matera dove risiede e nel 2004 si diploma
all’accademia di belle arti di Bari come scultore. Attualmente
vive e lavora a Milano.
Andrea Francolino. Dixart
a cura di Matteo Galbiati e Stefano Bianchi
Inaugurazione: giovedì 25 settembre, dalle ore 18.30 Periodo:
25 settembre - 25 ottobre 2008
PROROGATA AL 14 NOVEMBRE 2008
FABBRICA EOS
Piazzale Baiamonti, 2
Milano
orari: da martedì a sabato 10.00-13.00; 16.00-19.00
Ingresso libero
Tel. 02 6596532
www.fabbricaeos.it
info@fabbricaeos.it
Catalogo in mostra.
UFFICIO STAMPA Eleonora Tarantino
Press & Media (tel. 335/6926106) |
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