Vito
Cesare Carta. Visions
04/03/09 > 31/03/09 - Milano
Scrive di lui Franz Krauspenhaar: "La fotografia è qualcosa
che può spaventare. La rappresentazione della "cruditè"
del reale, appunto, può suscitare, nel fruitore dell'"aperitivo
arte", una convulsione dell'anima, qualcosa che può sconvolgere
anche gli stomaci più abituati ai pugni dell'estetica. Ma il
reale non è, quasi mai, ciò che è; in fotografia,
e in genere in tutta l'arte, il reale è ciò che si vorrebbe;
o meglio, è ciò che non si ha il coraggio di volere
fino in fondo nella vita di tutti i giorni, forse perché la
cosiddetta vita di tutti i giorni non ce ne dà gli strumenti.
Vito Carta ha il coraggio "voyeur" di volere. Il coraggio
di una volontà che può rappresentare e rappresentarsi.
Che ha la forza di incidere, con il vigore della propria addomesticata
violenza, sulle immagini della propria personalissima realtà
interiore. Che ha il coraggio di "vivere", con pennellate
acquerellate degne del migliore Otto Dix, nella pittura della decadenza,
in quello che nella Repubblica di Weimar era rappresentato "dal
vivo" con la crudezza di un articolo di cronaca nera riguardante
l’omicidio perpetrato da un serial killer del tempo (come il
Peter Kurten di Duesseldorf), o, in ambito cinematografico, con l’espressionismo
omicida di un Fritz Lang alle prese coi fischi premonitori del suo
assassino di bambine Peter Lorre. Le donne di Vito Carta sono donne
amate ma seviziate: seviziate dal troppo amore, seviziate dal suo
desiderio di rappresentarle come lui le vorrebbe sempre; soggetti,
e mai oggetti, della propria cronaca nera personale, dei propri personali
ed intimi inferni, del proprio tormento tutto suo, tutto maschile.
La fotografia si fa attimo fuggito, i contorni acquosi dell'intervento
pittorico, ancorché intrisi di dolcezza struggente, rendono
sfuggente l'occhio dell'osservatore; il quale, impossibilitato a catturare
un attimo che peraltro non è mai esistito, poiché il
tempo non è altro che uno scorrere inarrestabile (e il tempo
fotografico è una specie di tempo "metafisico" illusoriamente
fermato), si perde oltre i contorni smaterializzati di queste figure
femminili; le quali figure trascendono, spandendosi come onde sulla
sabbia, nella natura. Donne, quindi, come sale della terra che si
frammischia, nella purissima indecenza della creazione, con la nuda
e cruda terra, col paesaggio circostante, sia esso spiaggia sia esso
nero d’estremo contrasto, come fondo pittorico da ritrattistica
caravaggesca .
Vito Carta è un continuo rinnegamento d'origini fatto artista.
Egli è a sud di ciascun nord, potremmo dire; freddo ma delicato,
violento ma mai sanguigno, erotico ma mai volgare (non lo sarebbe
nemmeno se lo volesse) concettuale ma senza calcoli, senza meschinerie
seriali di "marchetta" da nipotino "schifanoide"
di Warhol. Ogni foto è una scoperta, ogni foto è un
romanzo, talvolta un capitolo, mai un'unica pagina. La compiutezza
è la sua storia, ogni sua foto è una storia compiuta,
ma dal finale quasi sempre aperto.
Vito Carta si mette in gioco ad ogni romanzo-ritratto, ad ogni romanzo-donna,
ad ogni radice dei capelli-capoverso d’ogni sua opera. Egli
è l'esatto contrario di Dahmane, che fotografa la patina erotica
delle donne, che rappresenta, peraltro con grande abilità,
il suo immaginifico e immaginario "boudoir" personale, spesso
"en plein air". Carta, invece, scarnifica la carne, la liquefa
compiendo una specie di sangennaresco miracolo apocrifo, tenta la
missione, per lui non impossibile, di coniugare la materia visiva
con lo spirito libero di un’osservazione molto espressionistica.
Ecco il perché, io credo, dei molti squarci di vita femminile
presenti nelle sue opere, parti di donne che sono parti della loro
stessa vita rappresentata in essenza, come profumo delle loro anime;
il contrario della macelleria pornografica, l'abiura totale dell'erotismo
satinato degli Angelofrontoni playboyeschi, delle ipererotiche e glamouresche
"pochades" fotografiche di un Helmut Newton, il Tinto Brass,
travestito da Visconti Luchino, della fotografia. Gli squarci s’aprono
sulla pelle quasi impalpabile di queste belle donne, di queste ninfe-ninfee
sensuali quasi come in un Monet fotografico, mai totalmente nude,
mai svelate per intero, e perciò concubine del nostro desiderio
inappagato; sempre, in parte, impressionisticamente occultate alla
nostra comprensione visionaria. Vorremmo conoscerle meglio, queste
donne, di loro vorremmo saperne di più: ma Carta sembra volerci
trattenere nel mistero di quelle anime, vuole anche dirci, forse,
che nell'arte nulla va capito, tantomeno spiegato; che l'arte si spiega
solo con l'opera, meglio se addirittura "omnia", che le
parole sono per i critici e gli esteti di professione e i sentimenti
sono per il pubblico, e che la visione è per tutti coloro che
hanno occhi, lucidi forse in tutti i sensi, per volerla vedere.
Che il corpo "virato" di una donna, di una femmina, può
essere la mappa la più esaltante del nostro viaggio all’interno
di noi stessi, all'interno del nostro desiderio, violento e comunque
irrefrenabile, nonostante tutto, di vivere la nostra vita, qualunque
essa sia. L'estetica torna ad essere grammatica, la sintassi si dispiega
a ventaglio tra le curve pericolose di tutte queste donne così
madri, così figlie, così amanti, così amate.
La fotografia delle donne di Carta sono perciò piene d'amorevole
ossessione, d'inoccultabile tormento, sono pregne d'amorevole violenza
e d'amorevole senso della perdita. Sono le fotografie di un appassionante
e appassionato amante dell'anima femminile, allo stesso tempo tenero
e cinico, incantato e disincantato; il quale sa, col sensibile cinismo
che l'esperienza nel tempo gli ha servito come destino-dessert, che
l'oggetto del suo amore, come in una virtuosistica dissolvenza incrociata
di Max Ophuls, si perderà, svanendo e riaffiorando e svanendo
di nuovo, in un tango finale della perdita accettata, stoicamente,
dolcemente, nel postribolo incantato della sua immaginazione.
Perché ogni emozione si paga: con l'emozione successiva, col
successivo fotogramma, fino alla fine della pellicola. "
Vito Cesare Carta. Visions
Inaugurazione: 4 marzo 2009 ore 18.00
Periodo: 4 - 31 marzo 2009
Fish and Chips di Simone Rubertelli
via Cosimo del Fante 6
Milano
Orari: lun/sab 10.00-20.00 |

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