Corrado
Tamburini. Le bolle di Nardina
07/03/09 > 29/03/09 - Sassuolo (MO)
Una delle modalità essenziali dell’arte contemporanea,
uno dei suoi più profondi segreti, consiste nella scelta del
soggetto. Se questa scelta è azzeccata, l’opera si trasforma
in uno specchio magico. Uno specchio che riflette sia il mondo che
l’osservatore, evidenziando zone cruciali della cultura da un
punto di vista nuovo, e raccontandoci di quello che siamo nel profondo
e che ancora non sappiamo di essere. Il ciclo pittorico di Corrado
Tamburini è interamente dedicato a Leonarda Cianciulli, nota
alle cronache come la saponificatrice di Correggio. Ma al di là
di questo titolo da strega postmoderna, la Cianciulli è stata
tante altre cose, trasformandosi in continuazione fino alla morte,
come esige il codice archetipico del Mutaforme. La sua identità
riesce a riunire tutto e il contrario di tutto, in un incessante divenire
altro. La violenza, la malattia, l’emarginazione e la negazione
dell’amore primario sono le cifre della sua infanzia: frutto
di uno stupro, rifiutata e maltrattata dalla madre e dai fratelli,
epilettica, circondata da amici immaginari, Leonarda ha incubi tutte
le notti e tenta il suicidio varie volte prima di compiere dieci anni.
Solitudine, Incubi e Suicidio sono le tele che Tamburini dedica alla
piccola Nardina. Solitudine e Suicidio tratteggiano figure antropomorfe
che sembrano feticci voodo di rami legati fra loro, come nel film
The Blair Witch Project. Linee nervosissime, tracciate con violenza,
che si intersecano spesso in X e croci, simboli grafici del confronto,
dell’annullamento, della cancellazione, della privazione di
senso, dell’opposizione. Sono le stesse trame lineari che compaiono
in Le Vittime e in Nove, che raffigura in numero rituale di parti
in cui la Cianciulli smembrava le donne che cadevano sotto la sua
mannaia. Incubi ha un’atmosfera più rarefatta, con colori
pallidi e spettrali, e le stesse forme morbide che ricorrono in Bambino
Nero, il quale infatti rimanda ad un altro incubo decisivo della saponificatrice,
quello che la indusse a iniziare la sua carriera di assassina seriale.
Nonostante Tamburini non dedichi spazio alla giovinezza di Leonarda,
è opportuno sottolineare la sua prima trasformazione, da problem-child
in adolescente brutta e mascolina, ma precocemente ed assiduamente
dedita al sesso, con molteplici partner. Poi Leonarda cambia di nuovo:
sposa ribelle contro il volere materno, terremotata d’Irpinia
agli inizi del Novecento, emigrata dalla provincia di Avellino a Correggio.
Donna gravida per diciassette volte, con solo quattro figli vivi all’attivo.
Quindi donna emancipata, che caccia il marito nullafacente e si sceglie
gli amanti. Poi donna manager, con tanto di villetta, domestica e
fiorente commercio di abiti usati. Fascista convinta. Simpatica e
benvoluta da tutti in paese, nonostante il suo status di immigrata,
di esterna, di straniera. Leonarda era una maga del marketing: antesignana
meno sbracata di Wanna Marchi, coniugava la sua attività commerciale
con quella di fattucchiera/cartomante. Conosceva, sondava, manipolava.
Piegava al suo volere.Come gli strateghi del desiderio all’opera
nell’advertising, la Cianciulli faceva leva sui sogni e sulle
mancanze, prometteva lavoro, amore, possibilità di riscatto.Poi
scannava, squartava,faceva sparire. In un’ exploitation totale
delle vittime, si impadroniva di soldi, vestiti, gioielli, e da casalinga
provetta non buttava via niente: trattava il corpo con la liscivia
e ne faceva sapone, esattamente come l’alleato germanico nei
campi di sterminio, proprio in quegli anni. Ma Leonarda riusciva a
spingersi anche oltre: riciclava il sangue per farne dolcetti speziati
al cioccolato, li offriva alle amiche e ai figli, e li mangiava lei
stessa. Di questi eventi raccontano le tavole Ladra, Bolle, Doni.
Tamburini utilizza colori esangui, grigi fumosi, bruni, azzurri spenti,
neri antracite, tutti colori che richiamano il livore della morte.
Oscilla fra un segno delicato, fatto come in trance, e uno grossolano,
carico di furia. La sua stilizzazione della figura umana ricorda l’Art
Brut di Dubuffet, e quella temperie informale che voleva rappresentare
il caos della follia e dell’infanzia. La Cianciulli è
l’antesignana (o l’incarnazione) di tante maschere cinematografiche
e letterarie. Come la Carrie di Stephen King, zimbello del liceo,
brutalizzata dalla madre, si prende la sua rivincita e da vittima
diventa carnefice, ma invece del secchio di sangue di maiale ha il
calderone di soda caustica. Come Mrs Lovitt, -l’Helena Bonham
Carter di Sweeney Todd- ricicla resti umani nella sua cucina. Come
Tyrell Durden di Fight-club, fa saponette con il grasso umano, ma
è meno politicamente corretta, perché non si rifornisce
nelle cliniche per liposuzioni ma direttamente alla fonte. Come Hannibal
Lecter coniuga le raffinatezze culinarie con il piacere del cannibalismo.
Tamburini raffigura la Cianciulli in una sagoma stilizzata avvolta
da un denso alone d’ombra scura, con una bocca da orco irrorata
di sangue, e il ventre arrossato dalle gravidanze, dall’ossessione
dei figli e della madre. Leonarda ha zampe di gallina come il diavolo
nelle tradizioni nord-europee, o come la casetta della strega Baba
Yaga. Perché Leonarda è una strega sul serio, e come
insegnano Hansel e Gretel, i dolci delle streghe è sempre meglio
non mangiarli.
Luiza Samanda Turrini
Dedicare un’intera mostra alle vicende della saponificatrice
di Correggio trova motivazione nella ricorrente presenza della figura
della terribile Cianciulli nei miti della mia infanzia.
Sentir raccontare dagli anziani del paese di quella donna che uccideva
altre persone per farne sapone, ha sempre costituito un’intrigante
e nntenebrosa attrattiva che col tempo è divenuta parte dell’immaginario
collettivo.
A ciò si è poi aggiunto un preponderante interesse nel
cercare di capire come un essere umano possa barbaramente assassinare
tre suoi simili, fare sapone con i cadaveri ed utilizzare il sangue
come un comune ingrediente per dolcetti, da distribuire poi a parenti
e conoscenti.
Leggendo la biografia di Leonarda Cianciulli (1893 – 1970) -
probabile figlia di uno stupro, bambina debole e malata di epilessia,
trascurata dal padre e non amata dalla madre, più volte mancata
suicida, madre di quattro bambini sopravvissuti dopo diciassette gravidanze,
di cui tre aborti e dieci figli morti in tenera età - appare
che la violenza è, talvolta, una forma di risposta possibile
ai problemi dell’esistenza e che il carnefice spesso è
anche vittima.
Il titolo intende esprimere tale dualità riferendosi alla gioiosa
immagine delle bolle di sapone e quindi dell’infanzia felice
negata alla Nardina o Ina - come veniva chiamata - ma anche al ribollire
del pentolone in cui si concludeva il truce rituale.
Non intendo formulare giustificazioni o giudizi di sorta ma, puntando
i riflettori su questo personaggio, voglio semplicemente sottolineare
che anche lei era un essere umano e, come tutti noi, divisa tra il
bene e il male, oscillante tra il lato più magnanimo e quello
più crudele che spesso non si vuole riconoscere.
Se ci fosse una morale da esprimere allora vorrei chiedere: se gli
esseri umani possono, ormai in troppe occasioni, arrivare a tanta
efferatezza e pericolosità, non sarebbe il caso di rivedere
radicalmente la nostra posizione nel mondo? Da assoluti dominatori,
detentori dell’arrogante potere di decidere della vita e della
morte di tutti gli altri esseri viventi, essendo noi stessi imperfetti
e gravemente dannosi per la vita dell’intero pianeta, non sarebbe
doveroso porci con umiltà e rispetto tra gli altri esseri viventi
e non al di sopra di essi?
Corrado Tamburini
Corrado Tamburini. Le bolle di Nardina
a cura di Luiza Samanda Turrini e Sara Montesello
Inaugurazione: Sabato 7 marzo 2009 ore 18,00 Periodo: 7 - 29 marzo
2009
MAGAZZINI CRIMINALI – Associazione Culturale
Piazzale Gazzadi, 4
Sassuolo (Mo)
Orari: sabato e domenica 16.00-19.00; per appuntamento: 392 4811485
magazzinicriminali@libero.it
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