7a Festa della Fotografia d'Autore 2009
24/05/09 > 07/06/09 - Castellanza (VA)
L’A.F.I.
– Archivio Fotografico Italiano e l’Associazione Culturale
Click Art’s fotografia, sempre più attive nel promuovere
la fotografia di ricerca e la giovane fotografia, organizzano 7a Festa
della Fotografia d’Autore, manifestazione annuale dedicata alla
fotografia. L’iniziativa, presso l’antica Villa Pomini,
noto centro d’arte e cultura della provincia di Varese, ha un
ricco programma.
Paesaggi Umani – Massimo Vitali
“Le immagini devono avere una dimensione magica, in cui si incontrano
a volte spunti sociologici e lucidi e dove si elaborano strutture
narrative. Sono soddisfatto quando la lettura delle miei foto è
complessa e contraddittoria, e sono curioso fino al limite del voyeurismo,
affascinato dal comportamento degli individui, pur senza cerca di
comprenderne il significato. Il mio intervento è neutro, non
faccio che registrare: attendo che le cose mi accadano davanti perché
le cose che succedono definiscono l’immagine. L’esperienza
fotografica diventa una pratica aperta per un’esperienza del
mondo”. Con questa riflessione Vitali presenta il suo lavoro,
apprezzato e conosciuto a livello internazionale.
Massimo Vitali, nato a Como nel 1944, è toscano d’adozione
e vive a Lucca. Studia fotografia al London College of Printing, Negli
anni ’60 inizia una carriera come fotoreporter che, grazie anche
all’incontro con Simon Guttmann, fondatore dell’Agenzia
Report, lo porta a lavorare per riviste e agienzie italiane ed europee.
Negli anni ’80 gira anche dei film per la televisione la pubblicità.
Dal 1995 si dedicata alla fotografia come ricerca artistica, iniziando
la serie sulle spiagge, sviluppata come strumento originale per ritrarre
il mondo. La sua abilità nel mostrare paesaggi e masse di gente
con dettagli narrativi e formali a volte esaltati da sfondi quasi
impalpabili, fa classificare i suoi lavori come paesaggi umani contemporanei.
Anime in Rosso – Mario Chiodetti
La mostra “Anime in rosso” ricapitola un lungo lavoro
di studio che il fotografo Mario Chiodetti ha compiuto sull’opera
dell’amico pittore Luca Lischetti, una ricerca che vuole reinterpretare
le figure enigmatiche e inquietanti dell’artista attraverso
il filtro dell’immagine fotografica.
Con l’ausilio di una modella, Magda, Chiodetti ha compiuto un’operazione
di sintesi, immergendo nel rosso delle grandi tele lischettiane la
morbidezza di un corpo femminile ma con le medesime caratteristiche
cromatiche dei “totem” del pittore, larve d’uomo
con il volto di maschera.
«E Lischetti si presta, la sua anima da pittore non si tira
indietro di fronte al corpo umano, come fosse un Ives Klein ma meno
metafisico e più ruspante o un Piero Manzoni che non ha le
fisime dell’avanguardia. Si diverte, insomma, a trattare con
mano quando normalmente tratta di sega elettrica. Chiodetti intanto
scatta e gira intorno alla scena, come il cacciatore. Sa che la creatura
deve acquistare una sua vitalità in relazione all’opera,
all’ambiente, deve prepararsi al suo ruolo cui è chiamata
e legata: la statua vivente che prova a dare un senso altro a quelle
creature immobili e impassibili», scrive nella presentazione
al catalogo il critico d’arte Riccardo Prina.
«Da tempo pensavo di inserire la figura umana nelle tele di
Luca, che mi hanno sempre affascinato per la loro potenza espressiva»,
spiega Chiodetti, «e grazie a Magda, una modella polacca che
già aveva avuto esperienza di body painting, ho tentato l’esperimento,
vissuto da noi tre come un divertissement. Poi è nata l’idea
di una mostra, sollecitata anche da Giuseppe Biselli, fotografo e
giornalista, appassionato collezionista di automobili d’epoca,
e direttore del settimanale “Cronaca Vera”. La mostra
consta di cinque grandi stampe su supporto di alluminio e altri lavori
più piccoli assieme a una figura di Luca e ad altre sue tele
di dimensioni ridotte».
Un “incrocio di mani” tra il fotografo e il pittore all’insegna
di un colore, il rosso, nuovo per il fotografo, di solito più
a suo agio con il bianco e nero, una sfida da evidenziare alla fine,
con la tecnologia ultima della stampa fotografica digitale.
In mostra il catalogo con i testi di Riccardo Prina, del gallerista
Giuseppe Biselli e dello stesso Chiodetti, curato dalla grafica Benzoni
ed edito da Arterigere.
Mario Chiodetti è nato a Varese dove vive e lavora. Giornalista
e fotografo professionista freelance, ha collaborato con quotidiani
e periodici tra cui “Airone”, “Qui Touring”,
“Focus”, “Il Venerdì di Repubblica”,
“Donna Moderna”. Attualmente è editorialista e
curatore delle pagine culturali de “La Provincia di Varese”.
Autore di libri fotografici come “Il lago perduto” e “Color
di Provincia”, ha scritto testi per cataloghi d’arte e
libri di fotografia.
Un altro Vedere – Fotografie stenopeiche di Massimo Stefanutti
Lensless ?
La forma interrogativa è d’obbligo: c’è
una effettiva e concreta ragione per fotografare con uno stenopeico
(e cioè senza l’obiettivo o, meglio, le lenti) invece
che con una normale macchina fotografica, analogica o digitale che
sia?
Una delle risposte più comuni a questa domanda fa espresso
riferimento alla c.d. pratica stenopeica e cioè ad una sorta
di “ rito “ , variamente identificato (senza voler esser
esaustivi) con la particolarità della macchina utilizzata,
dalla pretesa antitecnologicità del mezzo, da un situazione
di lentezza nel fotografare in opposizione ad una velocità
nell’ordinario mezzo usato (soprattutto se digitale), alla necessità
di operare con un processo manuale di ripresa complicato e laborioso,
ecc.
Pochi riflettono - prima di tutto - sulla struttura tecnologica di
una macchina stenopeica e assolutamente nessuno mette in rilievo come
lo stenopeico (intendo il solo foro) abbia una propria caratterizzazione
prima naturale e poi simbolica. In fondo si tratta solo di un piccolissimo
buco analogo a tanti altri esistenti in natura o artificialmente creati:
da quelli nelle rocce a quello della serratura.
Spesso il risultato finale non è quello immaginato o sperato
(uso questi termini con cognizione di causa).
L’immagine finale contiene, molte volte, più di quanto
ci si immaginasse anche se, spesso, ha molto meno di quanto si volesse:
un’ottima applicazione dell’inconscio tecnologico, secondo
il pensiero di Franco Vaccari. E ciò con buona pace di tutti
coloro che credono nella assoluta e perfetta previsualizzazione dell’immagine:
concetto ora ancor più smentito dalle fotocamere digitali (quanto
meno quelle compatte in uso alla maggior parte del popolo fotografico)
nelle quali “si guarda e si vede“ direttamente in un piccolo
schermo ma, in concreto, non si pre-visualizza alcunché in
quanto l’immagine è in movimento e non ferma; in sintesi,
si post-visualizza.
L’assenza della mediazione dovuta dalla lente inibisce all’immagine
la fruizione di una serie di strutture formali - che ci si attenderebbe
ritrovare una normale fotografia - prima di tutto la messa a fuoco.
E non solo: la prospettiva non è più quella del Brunelleschi,
l’ampiezza della focale non è più riconoscibile,
le masse hanno rapporti disconosciuti, le proporzioni delle cose all’interno
dell’immagine sono assolutamente incongrue, la riconoscibilità
del soggetto rasenta sovente il paradosso ed il senso di spaesamento
è fortemente marcato. Tutto questo costituisce un punto di
forza dell’immagine ottenuta e l’analisi non può
essere condotta con certi parametri estetici.
Allo stenopeico il tempo come istante non interessa: non deve confrontarsi
con momenti decisivi veri o falsi che siano; capisce l’assoluta
equivalenza di qualunque momento rispetto ad un altro e rivela lo
stato delle cose, in una prospettiva assolutamente simbolica; opera
(a causa dei tempi di esposizione spesso molto lunghi) in una situazione
di tempo dilatato nella quale il passato non è ancora passato
ed il presente non è del tutto presente.
Con questi riferimenti si possono capire le immagini stenopeiche attuali:
ma il discorso non sarebbe completo se non si facesse mente locale
a questa fotografia come ad una “fotografia dell’oscurità”.
Il nero catramoso accanto a bagliori accecanti, il tono basso, una
specie di tunnel visivo dato dalla caduta della luce verso i bordi
dell’immagine, i soggetti criptici e quelli che fanno pensare
alla morte, l’incertezza della visione, conferiscono una patina
misteriosa a queste icone segnate da qualità oniriche e magiche,
riconducibili ad un fitto dialogo con gli archetipi della nostra memoria
individuale o collettiva.
“Foro negletto“ secondo J.H. Wandell e “Crudele
spazio stenopeico “ secondo Paolo Gioli e, come tutta “La
Fotografia, per le sue due origine extra-umane, al punto di congiunzione
dell’arte e della filosofia”, secondo Jean-Claude Lemagny.
(Massimo Stefanutti)
Massimo Stefanutti, avvocato, specializzato in diritto della fotografia,
nasce a Venezia nel 1957, dove vive e lavora. E’ tra i maggiori
autori internazionali di fotografia stenopeica, ed è membro
dell’Osservatorio Italiano per la Fotografia Stenopeica presso
il Musinf di Senigallia.
Ha esposto personali in prestigiosi spazi in diverse parti d’Italia,
partecipando a manifestazioni nazionali di rilievo di arte e fotografia
contemporanea.
Sguardi sul Set – Marina Alessi
In Effetto notte (La nuit americane, 1973) François Truffaut
aveva voluto anche il fotografo di scena nella piccola troupe impegnata
nella realizzazione di Vi presento Pamela – film nel film -
affidandogli una eloquente funzione narrativa (prima amoreggiava -
prendendosi i rimbrotti del regista – e poi fuggiva con la fidanzata
di Jean Pierre Leaud). Una scelta significativa quella operata dal
grande regista francese, a ribadire l’importanza della sua funzione
. Perché al fotografo di scena è demandato il compito
di documentare la realizzazione e di produrre il materiale fotografico,
utile all’ufficio stampa per la promozione. Se un tempo, il
suo compito era quello di riprodurre la scena (facendo mettere gli
attori in posa e fotografandoli dal “punto macchina”)
in foto utili anche per la vendita del film, oggi la situazione è
decisamente cambiata. Il fotografo deve essere soprattutto un testimone
in grado di restituire la vita, le pause, il fermento del set. Un
testimone, spesso solitario – si muove senza dover rendere conto
del proprio agire, se non a cose (scene) fatte – a cui è
richiesto sguardo vigile e sensibilità, oltre alla “trasparenza”
(non deve essere d’intralcio e non deve far perdere tempo).
Tutte qualità che Marina Alessi ha dimostrato di possedere,
fin da quando, alla fine degli anni ’90, slittando naturalmente
dal chiuso del palcoscenico (luogo del suo approccio al mondo dello
spettacolo), si è trovata sui set “en plain air”.
Set per di più particolari, perché animati da comici
(il trio, Aldo, Giovanni e Giacomo, di cui ha seguito il cammino cinematografico
da Tre uomini e una gamba fino a Tu la conosci Claudia? ma anche il
Claudio Bisio di Asini) in diversi casi all’esordio come protagonisti.
Per qualche tempo unica donna in un settore a decisa prevalenza maschile
(suo il solo nome femminile tra gli scritti di AFS, l’Associazione
dei fotografi di scena formatasi agli inizi del 2000 e dissoltasi
qualche stagione dopo), Marina Alessi ha saputo confrontarsi con un
genere non semplice come la commedia, riuscendo, con i suoi reportage
sul set, a riconsegnare ritratti puntuali e giuste atmosfere. Come
ha evidenziato fin da subito la giuria di “CliCiak”, il
concorso nazionale per fotografi di scena promosso dal Centro Cinema
Città di Cesena, che ha più volte premiato e segnalato
il suo lavoro. Ed è dall’ormai consistente fondo di quel
concorso, giunto quest’anno alla sua dodicesima edizione, che
provengono molti degli scatti visibili nella mostra. Antonio Maraldi
La fotografa Marina Alessi ha colto, attraverso il suo obiettivo,
i protagonisti del mondo del teatro, del cinema e della cultura, seguendoli
sui set e nella vita come ritrattista e fotografa di scena.
Collabora inoltre ai progetti grafici delle copertine di importanti
case editrici, fra cui Mondadori, Rizzoli e Condé Nast . Da
sette anni utilizza e porta ai massimi livelli i ritratti con Polaroid
Giant Camera, la macchina fotografica, costruita in 5 esemplari in
tutto il mondo, che permette, grazie alle sue dimensioni (un metro
e mezzo di altezza per due, 100 chili di legno e di ottone), la realizzazione
di ritratti in formato 50x60: veri e propri pezzi unici che hanno
come soggetto attori (citiamo ad es. Claudio Bisio, Carlo Verdone,
Diego Abatantuono, Filippo Timi, Violante Placido, Silvio Muccino,
Aldo Giovanni & Giacomo) e scrittori di fama internazionale come
Doris Lessing, Ken Follett, John Grisham, Tahar Ben Jelloun, Inge
Feltrinelli, Enzo Biagi, Valerio M.Manfredi, Mario Rigoni Stern.
Nascono così le sue personali: AutoRItratti 44+1 (2008) fotografia
e street art con-fusi nei ritratti di 44 street artists italiani in
mostra all’AuditoriumArte all’interno Auditorium Parco
della Musica a Roma. Sguardi in camera (2008) mostra sulle grandi
signore della cultura, che corona la collaborazione col comune di
Savignano sul Rubicone iniziata col progetto di foto-censimento Ritratti
di famiglia al femminile. Facce(e)Note (2006 e 2007), raccolta di
fotografie scattate ai cantautori del Premio Tenco, ancora una volta
per Vanity Fair (Teatro Ariston di San Remo). Facce da leggere, immagini
di scrittori colte per la rivista Vanity Fair durante il Festivaletteratura
di Mantova: 250 ritratti nell’arco di cinque anni. Un lavoro
coronato nel 2007 dalla mostra personale a Palazzo Ducale. Comicando
(2004), 33 ritratti di comici realizzati per Emergency (Fnac di Milano).
3.32: Terremoto in Abruzzo – reportage di Antonio di Vico
Il 6 aprile alle 3.32 AM una scossa del grado 6.3 della scala Richter
ha colpito L'Aquila e i comuni circostanti. La scossa è stata
avvertita chiaramente anche a Roma, fino ad arrivare a Napoli. Per
l'Italia si
tratta del terremoto peggiore dopo quello dell'Irpinia del 1980 con
un bilancio di 294 morti, 40.000 sfollati e danni incalcolabili. Questo
reportage racconta le prime ore dopo il disastro.
Antonio di Vico nasce nel 1981 in provincia di Caserta. Nel 2005 si
laurea in Comunicazione con il massimo dei voti. Ha lavorato come
content manager per il sito web della trasmissione “Grande Fratello”
e
art director free lance per aziende e istituzioni. Nel 2006 si trasferisce
in Australia, dove vive e viaggia per circa un anno. Il suo lavoro
è stato esposto in mostre, sia personali che collettive, in
Italia, Polonia, USA, Australia. Dal 2008 si occupa professionalmente
di fotografia di reportage.
Premio Italiano di Fotografia “Memorial Franco Pontiggia”
Esposizione dei tre migliori portfolio selezionati dalla Giuria, e
premiazione del miglior autore.
La finalità del Premio, oltre a ricordare la figura di Franco
Pontiggia, che si traduce in una straordinaria esperienza artistica
e di vita, e in un’ampia varietà di immagini dedicate
all’ esistenza umana, è quella di scoprire nuovi talenti
artistici, offrendo loro l’opportunità di esibire le
proprie opere in mostre collettive e personali, di essere inseriti
nella collezione dell’Archivio Fotografico Italiano e di vedersi
attribuire un Premio in danaro, da utilizzare per il proseguo delle
ricerche.
Gli autori esposti saranno resi noti in occasione dell’inaugurazione
ed il Premio al vincitore sarà consegnato dalla moglie del
noto indimenticato fotografo varesino, nel corso dell’apertura
della 7^ Festa, il 24 maggio alle ore 11.30.
7a Festa della Fotografia d'Autore 2009
Periodo: 24 maggio - 7 giugno 2009
VILLA POMINI
Via Don Luigi Testori 14
Castellanza (VA)
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