Bruno De Santi. Geometie Variabili
10/06/09 > 21/06/09 - Milano
Con questa serie di opere recenti, Bruno De Santi si riallaccia ad
una fase antica e primigenia della sua pluriennale ricerca pittorica,
riprendendo con sfacciata nonchalance un discorso lasciato in sospeso
trent’anni orsono.
Come se Ulisse di ritorno ad Itaca dicesse a Penelope: “passata
bene la giornata?” Segno che per un artista il trascorrere del
tempo è un fatto del tutto opinabile, soggettivo, effimero.
Così, Bruno De Santi ha ripreso a costruire i suoi reticoli
di linee, le sue campiture di colore à plat, tutte giocate
su scarti e intervalli tonali: i dedali di stanze triangolari in cui
scompone la superficie rettangolare o quadrata della tela esaltandone
la bidimensionalità ed attribuendo all’azione pittorica
compiti di spiccata, controllatissima razionalità.
La stesura del colore è compatta, meticolosa, misurata, senza
nulla concedere alla gestualità: simula la perfezione della
macchina.
Pur mediando da Mondrian l’approccio di assoluta astrazione,
De Santi evita sistematicamente di allineare le sue composizioni sugli
assi cartesiani, per privilegiare il gioco dinamico di diagonali,
usando il triangolo (anziché il quadrato) come modulo compositivo,
come unità di misura.
Talvolta l’articolazione dei triangoli dà vita a strutture
spiraliformi che ricordano labirinti, oppure rose, reticolati, piramidi
sezionate, tagli di luce prodotti da un gioco incrociato di fari…
ma non credo che ci sia mai nessuna vera intenzione di rappresentazione
neppur vagamente icastica, realistica.
Ciò che conta è l’equilibrio (o il disequilibrio)
che deriva dal gioco sapiente di giustapposizioni o contrapposizioni
di triangoli colorati, spesso dipinti tono su tono: il modo in cui
tale gioco cattura l’attenzione, intrappola lo sguardo del fruitore.
Poco importa se si tratta di un gioco apparentemente semplice, elementare,
fatto di poco o di niente, solo linee e colore piatto… (Ma davvero
è così semplice? O si tratta piuttosto di quella “difficilissima
facilità” di cui parlava l’Ariosto, così
ardua da conquistare?).
Quello che conta è che il meccanismo scatti, affinché
una parte dell’anima del fruitore possa rimanere impigliata
in queste trappole di colore, in questi labirinti astratti, mentali,
come sospesa fuori dal tempo, partecipe di una dimensione astrale,
ideale, eterna, che sarebbe piaciuta a Platone.
Amen.
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