I Hope I Die Before
I Get Old.
Mostra Collettiva
17/07/09 > 06/09/09 - Lucera (FG)
Parliamo della mia generazione, quella di chi è nato negli
anni ‘80: gli ultimi ad aver visto in piedi il Muro di Berlino
e probabilmente anche gli ultimi ad aver costruito “muri”
con il lego colorato.
A ben vedere, tuttavia, la tendenza ad una sorta di “auto-analisi
generazionale” non è cosa nuova se nel 1965 i The Who
pubblicavano il loro singolo più famoso: “My generation”,
appunto.
Il chitarrista di quella mitica band, Pete Townshend, alla fine degli
anni ‘50 frequentava a Londra la Ealing Art School: vi insegnava
un certo Gustav Metzger, che nel ‘59 pubblicava il “Primo
Manifesto dell’Arte autodistruttiva”.
Tra le varie affermazioni contenute in quel Manifesto una in particolare
avrebbe affascinato il giovane Townshend, quella secondo la quale
l’opera d’arte avrebbe dovuto avere un’esistenza
brevissima, dai pochi attimi al massimo di una ventina d’anni:
un’esistenza al termine della quale l’opera sarebbe dovuta
essere rimossa dal suo spazio e gettata tra i rottami.
Proprio uno dei versi di “My generation” dice “I
hope I die before I get old”, “spero di morire prima di
poter diventare vecchio”, come a voler sintetizzare un vecchio
principio dell’estetica decadente, “la vita come opera
d’Arte” e l’affermazione di Metzger sulla durata
di essa.
In sostanza: facciamo della vita un’opera d’Arte, ma sapendo
che “il Bello” è anche per antonomasia effimero,
volatile, veloce come un riff di chitarra.
Non dunque un inno alla morte fine a sé stesso, ma piuttosto
il desiderio di esorcizzarla e deriderla, la volontà di buttarsi
a capofitto nella vita, anche a costo di bruciarla in un’unica
fiammata.
Ho così invitato sei giovani, tutti under 30, a confrontarsi
con questa suggestione, sapendo che essa sarebbe stata ampiamente
accolta e condivisa.
La mia generazione non vuole scherzare con la vita, ma scherzare della
vita, volgerle uno sguardo disincantato e disinibito, ed in questo
modo raccontarsi (Talkin’ about...).
E all’abbrutimento dilagante questi ragazzi hanno voluto replicare
in maniera chiara e forte con la loro arte spesso nervosa, veloce,
a tinte forti, punk.
All’assenza di contenuto così paventata nella/dalla comunicazione
contemporanea hanno voluto rispondere aggiungendo spesso parole alle
immagini, a voler invece ribadire una sovrabbondanza di quel contenuto,
che “l’immagine” non è tutto, come si dice,
ma che di essa e del culto che se ne fa, ci si può prendere
gioco.
Una ventina d’anni al massimo sarebbe dovuta durare un’opera
d’arte secondo Metzger: questa la “durata” anagrafica
degli artisti in mostra che si sottopongono al vostro sguardo.
Qui di seguito una breve presentazione degli artisti in mostra.
Mute e serrate per sempre le bocche dei sei personaggi proposti da
Elbluo (al secolo Giacomo Bagnara) e definitivamente chiuso lo sguardo
al mondo di chi forse ha già visto troppo. Dietro l’apparenza
di donne e uomini comuni l’artista nasconde alcune delle più
controverse icone rock: ci vengono qui restituite in una nuova dimensione
quasi pirandelliana, quella di chi deliberatamente decide di sottrarsi
ad un’esistenza – la propria - non più sostenibile,
di rinunciare al mito di sé e così riconsegnarsi alla
vita con una nuova “non-identità.
Si dice che il rock sia la musica del demonio, mentre Dante ci assicura
che i suicidi vadano all’inferno. Pierpaolo Febbo smentisce
tutto ciò. Nei suoi ritratti Nick Drake, Elliot Smith e Dennes
Boon dei Minutemen prendono direttamente la parola e raccontano la
verità su sé stessi e su come si siano congedati dalla
vita. Quelle parole restano tuttavia impronunciabili, la comunicazione
irrimediabilmente interrotta, le verità per sempre nascoste.
All’artista non resta altro che spalancare fiduciosamente loro
le porte del paradiso.
Come autoscatti presi da un adolescente davanti allo specchio della
propria cameretta o del bagno della scuola i disegni di Laura Lamoratta
fissano gesti minimi di vanità femminile e rabbia; ciò
che comunemente è percepito come umiliazione e sconfitta qui
diventa quasi motivo di orgoglio, degno di essere immortalato.
Dario Molinaro volge il suo sguardo impietoso e sarcastico ad una
società il cui tradizionale assetto è percepito come
ribaltato: bambini cresciuti troppo presto e che rimpiangono un’infanzia
mai vissuta e adulti mai realmente diventati maturi. Tra i due estremi
si colloca il magma informe dei “non più bambini ma non
ancora grandi”: privi di punti di riferimento, condannati a
sbandare tra falsi miti e percezioni distorte del reale.
Approfondisce il tema dell’autoritratto Cosimo Piediscalzi,
restituendoci un’immagine di sé sfuggente e scomposta,
tutt’altro che pacificata. Il colore viola, col suo bagaglio
evocativo, domina nei sei lavori in mostra e fa da sottofondo ad un
irriverente gioco di morti presunte ed annunciate.
Raffaele Siniscalco interpreta il tema della mostra dedicando i lavori
esposti ai primi versi di “My generation”, il celebre
brano degli The Who. La netta contrapposizione tra il rosso ed il
nero segna il confine tra un “noi” ed un “loro”,
diventa metafora di due generazioni che si puntano vicendevolmente
il dito contro eludendo il confronto dialettico, che si condannano
a morte ancor prima di celebrare il processo.
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