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Fabrizio Carotti - Andrea Silicati.
Occhio Dorato Scura Pazienza

19/09/09 > 30/09/09 - S. Benedetto del Tronto (AP)

"Occhio dorato (del principio) scura pazienza (della fine)"

Georg Trakl

Tra le infinite forme di stupore a cui ci dobbiamo ancora abituare, quella della ridefinizione dei confini tra pittura e fotografia è forse tra le più affascinanti ed è quella che faremo più resistenza ad accettare. Non che non restino e resteranno differenze, ma ormai sono saltati alcuni parametri che distinguevano ancora tra mondo meccanico e manuale, tra i tempi di esecuzione, tra gli strumenti dell’ operare, tra l’atteggiamento verso l’opera del pittore e del fotografo. Il problema delle origini, quando la fotografia si diceva pittorialista, perché scimmiottava la pittura, quando questa invece cercava proprio nella nuova creazione nuova linfa (Degas, Monet), si ripropone in un certo senso a parti invertite. Dagli anni Sessanta in avanti è la pittura che utilizza i paradigmi visivi della fotografia o di altre riproduzioni meccaniche, il mondo delle immagini è sempre più stretto attorno alle idee e ai simboli.
Alla foto si è sempre attribuito un costante e, spesso, improprio “effetto di realtà”, anche Barthes ci casca pensando alla madre sul poggiolo di casa. La foto è una finestra rapida e veloce su quello che consideriamo la realtà, e in realtà ( il calambour è d’obbligo) non sappiamo cosa sia. Poi ci si sono aggiunti i Magnum come Cartier Bresson, ma è chiaro che ormai fotografare è un atto profondamente concettuale, qualcosa che a che vedere con un progetto e sempre meno con il caso. La pittura per rigenerarsi come tale, si è riflessa nella dilatazione temporale per recuperare una crisi parziale d’identità, nell’inside piuttosto che nell’out door, nelle tecniche sempre più complesse, nelle sperimentazioni individuali che isolano l’Uno dai Molti. La cultura è lenta a cambiare per cui è interessante sorvegliare i confini e osservare i mutamenti in atto per non farsene sorprendere.
Per questo il prezioso dittico di artisti iesini giunge quasi a ricordare come la contrapposizione tra l’Occhio dorato e l’oscura pazienza, nella sintesi icastica del grande poeta austriaco George Trakl, sono in effetti una sorta di bellissima utopia attorno a cui riflettere. Proprio Andrea Silicati, il pittore, inventa una propria tecnica personalissima per evadere dalla prigione della tradizione. Usa il contagocce per distillare lacrime cromatiche sulla carta giapponese che abitualmente viene adoperata per il restauro. Ma non vi è nulla a che vedere con il tachisme, quanto invece una rivisitazione originale della figurazione che assume toni imprevisti. Infatti le carte montate a strati su tela restano tali con il loro trasudato colore, con la loro sottile percezione grafica, quasi una memoria che vaga tra pittura e disegno. Una pittura non pittura, un segno disfatto, irregolare e per questo interessante, proprio perchè la classicità dei corpi ricamati d’intensità rosse, verdi, gialle e blu risulta da un lavoro in cui la variabile temporale riappare come contenuto concettuale, non come tradizione del dipingere e del ritirarsi (da mondo). Tra Schiele e il pattern painting le opere nascono da un profondo feedback tra la materia e la composizione. Silicati lavora con molta attenzione non solo sui rapporti interni tra le carte dipinte, ma soprattutto le suddivide in scansioni relazionali che richiamo la classicità del dittico o del trittico, ma continuano a mantenere la freschezza della tecnica, non sono mai monumentali pur esprimendo profonda spiritualità.
In fondo, Silicati è un erede attuale del giapponismo che influenzò alla fine dell’Ottocento anche Van Gogh, naturalmente non dal punto di vista della semplice citazione storica, quanto piuttosto come riscoperta di punti di equilibrio nella storia dell’arte tra Espressionismo e Ukiyo-e. Molto bello è infatti il rapporto tra il pattern e le figure, il sapere giocare su diverse intensità perché sorretto da una capacità compositiva complessa fatta di variazioni, di sottigliezza e di clamorosi vuoti. Silicati non ha paura del bianco, la sua pittura propone una visione contemporanea dell’uomo che trova una collocazione non più nella storia, ma nel vuoto metafisico del tempo. I suoi corpi sono relitti che vagano sulla superficie pittorica alla ricerca di un’isola che non c’è. E’ un perfetto regista di una sorta di dramma tra vuoti e pieni, tra decorazione e corporeità: qualcosa che non si scioglie mai in una soluzione accondiscendente. La sua pittura diventa una metapittura, lo sgocciolamento del dripping, con la casualità connessa di espressività inconsce tra la mano e l’Hasard, viene ribaltata dalla tecnica del contagocce che distilla con sapienza tutto il voluto, ma resta aperto al suo contrario. La mente e la pittura si rispecchiano come un continuo feeed back tra il vedere e il sentire, tra il conosciuto e il conoscibile.
Fabrizio Carotti invece usa la fotografia con una ponderatezza che non diventa mai incapacità a non farsi coinvolgere dalle possibilità di un confronto con la temporalità rappresa. Parte dalla fotografia come genealogia impossibile per aprirsi ad una sperimentazione verso altre situazioni e verso la pittura stessa, che è consanguinea per la sua generazione. Il digitale fa sì che i tempi della ripresa e dell’elaborazione coincidano in un’ unità di tempo infinitamente variabile.
Da un lato è la pittura che sorprendentemente riappare nelle opere di Carotti che recano tracce di trame e di antichi graffi, di colori scaldati e quasi ossidati, di un tempo che virtualmente ha abbracciato uomini e paesaggi in un abbraccio figurale. Dall’altro i volti così contemporanei e la stessa velocità delle pose, i movimenti spesso storditi d’immediatezza, ci riportano nell’alveo di una tecnica che sappiamo possa sempre cogliere gli attimi che perdiamo nel corso della nostra esistenza. Ma il gioco dei paradossi sta proprio nel fatto che Fabrizio Carotti ricorda la pittura non solo quando le deposita una patina che avvolge cose e persone, ma anche quando ne riprende gli stilemi, soprattutto in chiave caravaggesca. La luce nera diventa allora una sorta di negazione della fotografia, la camera chiara di Roland Barthes ridiventa scura, proprio perché la fotografia attuale, quasi interamente digitale, è aperta verso paradigmi in cui il mezzo sembra farsi da parte, sembra non voler diventare determinante per chiarire la pozione dell’artista rispetto al mondo e rispetto alla storia dell’arte.
La cultura di Fabrizio Carotti lo conduce poi a misurarsi non solo con le zone impervie dell’arte ma anche non la letteratura e non a caso ritorna nei recentissimi lavori un gigante come Fëdor Michajlovic Dostoevskij che alle “memorie del sottosuolo “ ha dedicato un’ opera irrinunciabile . La sua fotografia nasce propria da questo radicamento della coscienza della fotografia rispetto all’universo d’ immagini generate non solo dalla pittura ma anche dalla letteratura, madre di tutte le arti. Questo è importante perché questa fotografia, o pittura digitale come si usa chiamare, mostra una progressione verso la sfera del noumeno che prima non poteva avere. Come a dire che proprio uno strumento legato alla tecnologia diventa il depositario di un sapere legato al profondo, alla memoria, agli archetipi a quell’ universo che anche in chiave antropologica, è sempre appartenuto alla cultura.
Non a caso bisogna rammentare una parola che probabilmente il lavoro di Carotti riesce benissimo ad esprimere: “teatro”, inteso tanto come “teatrum mundi” che come “teatro della memoria”. L’artista riesce perfettamente con grande lucidità a sondare le immagini paradigmatiche di una civiltà: la compassione, il dolore, la morte, l’amore, la sospensione temporale. Si attende da perfetto utopista che sia la bellezza a salvare un mondo che al contrario s’ inabissa nell’indifferenza delle immagini sovracodificate dai media. Qui accade il contrario, e che Caravaggio si affianchi ai Demoni o all’Idiota di Dostoevskij è prova che la cultura occidentale possiede ancora dei punti di riferimento e delle icone anche per le generazioni attuali .
La fotografia pittorica di Carotti riesce a sintetizzare quello che si affaccia sulla scena dell’arte figurativa contemporanea, sempre alla ricerca di una medietà tra le strutture del profonde e i miracoli della superficie digitale. Ma anche alla ricerca di un’originalità di una visione del mondo che sappia essere equidistante tra il passato e il futuro, in una consapevolezza delle origini che è soprattutto scelta di una posizione nel mondo.
Per questo il confronto tra pittura e fotografia appare più indefinito adesso, appare come un qualcosa che ci ricorda qualcos’altro e che resta un’idea che qualcuno ha perseguito e realizzato, ma sta progressivamente diventando un ricordo. L’importante è ricordare che se il Novecento ha distrutto quasi tutto, a questo nuovo secolo e alle sue generazioni non resta che ricostruire dai frammenti sparsi, dalle rovine del senso.

Valerio Dehò


Artista: Fabrizio Carotti - Andrea Silicati

Titolo: Occhio Dorato Scura Pazienza

Curatore: Valerio Dehò

Inaugurazione: 19/09/2009

Inizio: 19/09/2009

Fine: 30/09/2009

Sede: PALAZZINA AZZURRA

Indirizzo: Viale Buozzi 14

Citta: San Benedetto del Tronto

Provincia: AP

Orari: Aperto tutti i giorni tranne il lunedì dalle 10:00 alle 12:00 e dalle 17:00 alle 20:00

Ingresso: ingresso libero

Telefono: 333 34 89 980

Fax: 0731 205440

EMail: a.barchiesi@tele2.it

Web:

Patrocinio: Comune di San Benedetto del Tronto Provincia di Ascoli piceno regione Marche

Ufficio Stampa: Paolo Termentini


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