Il Piave Mormorava. I Giornali Satirici di Trincea nella Prima Guerra Mondiale
19/12/09 > 28/02/10 - Forte dei Marmi (LU)
Di ben altre guerre si parlava tra il 1914 e il 1918 in Europa, quando logoratisi gli instabili equilibri della politica e della diplomazia, iniziarono a parlare le armi. In anni in cui ci siamo abituati a vivere le guerre in diretta sul piccolo schermo televisivo mediati solo dall'affanno preoccupato degli inviati che rendono palpabile a tutti la tragedia, ci resta assai difficile immaginare gli scenari della Prima Guerra Mondiale, le crudeltà, i massacri indicibili degli assalti alla baionetta, l'estenuante guerra di posizione nelle fetide trincee, culla di un mondo che iniziava e finiva lì. Eppure in momenti di immane tragedia, in quelle attese snervanti rotte solo dalla pietas per gli amici morti, non c'era solo il cupo odore della morte. Si faceva largo, grazie anche tanti intellettuali che vestivano il panno grigioverde una conoscenza che solidificava la speranza della vittoria, creava una coscienza unitaria unendo mentalità e attitudini diverse per un obiettivo comune, si faceva largo, insomma, la voglia di stringersi per far posto alla voglia di riscatto. La solitudine dei soldati in trincea, l'attesa spasmodica degli ordini di attacco, inframezzata solo dalla dolcezza dei ricordi di ciò che si era lasciato a casa, in una guerra dei nervi con il nemico, che a poche centinaia di metri, viveva in fondo una situazione speculare, furono l'humus su cui andò ad incidere la campagna propagandistica dello Stato Maggiore dell'Esercito. Era il 1918, la guerra aveva vissuto già tante stagioni, e si apprestava al suo bagliore finale. Vittorio Emanuele Orlando e il gen. Diaz riorganizzavano le file dell'esercito, e la Battaglia del Piave si intravedeva all'orizzonte, quando il "Servizio P." presso il Comando Supremo si convinse che in fondo anche "ridere è guerra". Al beffardo scherno dei potenti di sempre, bastò sostituire i pupazzetti della guerra, per rimotivare le truppe, lenire il logoramento delle battaglie, rianimare i soldati e il loro morale. A queste scelte non furono probabilmente estranei personaggi come Ugo Ojetti e Giuseppe Lombardo Radice chiamati da Diaz a collaborare in questa fase di rilancio delle strategie non solo militari. E il salto di qualità ci fu e fu evidente: ai ciclostilati "alla buona", saltuari, fatti con pochi mezzi dai soldati per i soldati, quasi a pretesto per sfottò o per animare i conciliaboli, si sostituisce via via una stampa periodica di qualità professionale, scritta e preparata da giornalisti-soldati per i soldati, di buona realizzazione anche tipografica. Le cifre parlano da sole: dal giugno 1918 vengono regolarmente spedite al fronte almeno 28 testate destinate alla prima linea, e una decina diffuse nelle retrovie e nelle città. Sono giornali ovviamente differenti uno dall'altro, come impaginazione, impostazione e realizzazione a stampa, c'è il semplice bianco-nero ma anche smaglianti colori, si va dal giornale che echeggia un modello di successo come quello de "L'Asino" di Podrecca e Galantara, vero punto di riferimento da molti anni in quello scorcio del Novecento, ad impostazioni e pretese più modeste. Me non mancano neppure certe raffinatezze iconografiche - Soffici sulla Ghirba, tanto per citarne uno - così come non mancano banali pagine dei lettori-soldati, vere palestre per far sbizzarrire chi inframezza questi divertissement alle tensioni della guerra. Probabilmente c'è l'Ufficio Propaganda a tirare le fila, un Ufficio che prepara spesso qualche promemoria che viene poi sviluppato dalle redazioni, ma è anche vero che i fanti-redattori hanno nomi celeberrimi: Pietro Jahier, Gaetano Salvemini, Emilio Cecchi, Giorgio De Chirico,, Giuseppe Ungaretti, Curzio Malaparte, Salvator Gotta, Gioacchino Volpe, Ardengo Soffici e tanti altri. Certo non è tutta satira, ma non sono nemmeno noiosi bollettini di guerra: all'informazione più tradizionale, in fondo pensa già quella manciata di giornalisti (nel 1916 erano 14) accreditati presso il Comando Supremo e autori di una cronaca asciutta e addomesticata dalla retorica e dalle reticenze. poiché in fondo deve solo rassicurare chi sta a casa più che informare, visto che il dibattito vero sulla guerra e i suoi esiti resta in quegli anni confinato alle classi medio-alte della società - ma coglie l'obiettivo di aumentare a dismisura le tirature. Successo di diffusione che la stampa tradizionale d'informazione condivise proprio con i Giornali di trincea. Ogni Armata, a 1918, inoltrato ne aveva ormai uno che seguiva una propria linea, per quanto le malignità sul nemico, gli sfottò ai Governanti austro-ungarici, l'esasperazione comica dei luoghi comuni, in fondo accomunava tutti. Qualcuno riusciva anche a farlo attraverso un'iconografia pregiata d'artista, e il risultato fu imponente e importante.
La satira dei giornali di trincea, fu comunque lo sforzo del "quarto potere" per motivare l'assalto finale alla vittoria con gli stilemi della satira, certo ben diverso da quell'esempio di violenta satira alla guerra che la settima arte proponeva a firma del genio di Chaplin nel suo Shoulder Arms (Charlot soldato) (1918). Un capolavoro satirico che, come scrisse Louis Delluc, precursore dell'estetica cinematografica, è "un'opera che giustifica tutto quel che si può sperare dal cinema" e che segna il trionfo della libertà dell'individuo in assoluto contro ogni sorta di censura, propaganda o mezza verità.
Cinzia Bibolotti
Franco A.Calotti
Il Piave Mormorava. I Giornali Satirici di Trincea nella Prima Guerra Mondiale
A cura di: Cinzia Bibolotti e Franco A. Calotti
Periodo: 19/12/2009 - 28/02/2010
MUSEO DELLA SATIRA E DELLA CARICATURA Piazza Marconi, 1 Forte dei Marmi (LU)
Tel. 0584 82966 E-Mail Web
Riferimenti e Note: Giornali e opere provengono dalla
Collezione Raffaele Bozzi - Serravalle Pistoiese e dalla Collezione Francesco Maggi - Genova
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