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Ilario Cuoghi. Il Dono di Efesto
14/01/10 > 30/01/10 - Milano

Ilario Cuoghi La grande corniola, al centro, catalizza la luce. La cattura nel suo cuore sanguigno e ribollente per poi restituirla in lampi caldi. Intorno, a farle da cornice fino quasi a circondarla tutta, un’ampia sezione di cerchio in argento sbalzato e acciaio, imponente come uno scudo.

Proprio a uno scudo fa pensare questo Ciondolo longobardo del 2000. Alla preziosa armatura di un condottiero. Perché una delle qualità più intriganti dei gioielli di Ilario Cuoghi è il fatto di essere costruiti in forme talmente assolute e bastanti a se stesse da poter essere avulse dalla contingenza e ripensate in qualsiasi dimensione: dalla più microscopica alla più gigantesca. Questo ciondolo, agganciato al girocollo attraverso due semplici uncini che si infilano in due anelli d’argento, vive nella sua perfetta dimensione di ornamento femminile, ma potrebbe vivere altrettanto perfettamente come grande scultura così come elemento architettonico. I suoi equilibri sono assoluti e insindacabili. La sua imponenza non conosce limiti di misura. Un’armonia primordiale ne definisce le linee.

Scultore prima di tutto, Ilario Cuoghi riesce a dispiegare la medesima potenza nelle grandi opere pubbliche così come nelle piccole sculture e nei monili. Tutti i suoi lavori, sotto qualsiasi denominazione li si voglia classificare, sono accomunati da una serie di caratteristiche ricorrenti. Innanzitutto la ricerca sulle forme, che lo porta a prediligere impostazioni lineari, geometrie nette, sezioni di cerchio. Poi un gusto per le asimmetrie che lui riesce puntualmente a tradurre in equilibri, un’abilità che ha il potere di trasformare le sue creazioni in trappole per lo sguardo, ipnotiche come rompicapo dai quali non sia possibile separarsi finché non se ne è trovata la chiave. Anche i materiali ricorrono, dominati dall’argento. Ilario Cuoghi lo tortura, lavorandolo con il martello fino ad ottenere superfici scabre, sfaccettate, sulle quali la luce entra in vibrazione; texture percorse da centinaia di impronte: le tracce del suo meticoloso procedere. Infine il colore, che affida alla pietra. Ambra, lapislazzulo, ametista, agata verde, onice nera, malachite, diaspro sanguigno e l’amata corniola campeggiano come cuori pulsanti al centro della composizione, nel punto dal quale partono tutte le linee di forza. Mai incastonate, perché l’artista sente il castone come una prigione. Piuttosto posate in un nido che le custodisca senza costringerle, regalando loro anche una certa libertà di movimento. Un po’ come accade per i collegamenti tra le differenti parti del gioiello, sempre mobili e dinamici, perché ottenuti con chiodi e ganci e mai attraverso saldature.

Quando per i gioielli Ilario Cuoghi sceglie l’oro, allora è il suo oro. L’oro verde. Lega di sua invenzione – formata da 18 parti d’oro e 6 d’argento – che si dimostra particolarmente morbida e cedevole agli inesorabili colpi di martello. E se oro deve essere, cambiano le pietre. Entrano in scena zaffiro, smeraldo e rubino indiano. Mai il diamante, però, perché l’artista aborre la sua fredda lucentezza priva di colore.

Quando, di tanto in tanto, decide di deviare dall’abituale linearità delle forme, Ilario Cuoghi rivela una sorprendente natura romantica, una vena segreta di pura emotività. Come quando fa apparire all’improvviso una piccola barca d’oro e d’ambra che sembra letteralmente schizzata a matita. Oppure quando su un ciondolo d’argento, drappeggiato come uno straccio di seta, fa cadere, come per caso, una goccia di smalto rosso. Ipnotica e inquietante come una macchia di sangue ritrovata sul luogo di un delitto.
Ilario Cuoghi. Il Dono di Efesto

A cura di: Alessandra Redaelli

Periodo: 14/01/2010 - 30/01/2010

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Via Cagnola, 26
Milano

Orari: Lunedì-giovedì 15.30-19.30; venerdì-sabato 13.00-16.00 Fuori orario su appuntamento
Tel. 02 33105921 - 335 6665509
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