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L'Opera d'Arte
Totale
Percepire
l’assoluto, intuirne l’ancestralità e preservarne
la bellezza nel divenire cosmico. L’indissolubile, l’indicibile,
l’indescrivibile, freme, pulsa, vive in pagine musicali che
dilatano lo spazio, arrestano il tempo e ne custodiscono il pulviscolo.
Pioggia d’oro, gocce di vita dissolte nei dipinti di Klimt,
dove i risvolti e gli ornamenti si traducono nel fregio dedicato a
Ludwig Van Beethoven.
E’ l’opera d’arte totale, trasmutazione dell’empireo
artistico in presagi, in oniriche visioni pronti a condurci nella
fluida immensità dell’astrazione.
Musica, pittura, poesia, scultura si dispiegano come onde nell’incorporeo
esistenziale, viatico verso la nostra essenza.
Per la XIV mostra della Secessione Viennese (1902) ventuno artisti
tra cui Klimt e Klinger lavorano alla realizzazione di un'unica idea:
la celebrazione di Beethoven, realizzando un’opera d'arte totale.
Tutto ruota intorno all’artista, a iniziare dalla statua, posta
nella sala centrale e realizzata da Klinger in preziosi marmi policromi,
avorio, alabastro e bronzo, che irradia luce e ci irradia verso l’indefinibile.
Lo stile di Klimt , caratterizzato da accostamenti di colore come
piani cromatici e da linee sinuose e scattanti, emerge molto bene
nel fregio beethoveniano.
La Nona Sinfonia assume qui, un'interpretazione simbolica: il raggiungimento
della felicità e della redenzione dell’uomo attraverso
l’arte.
Gli ornamenti fluttuano come arpeggi in assonanze di forme nella non
– forma della felicità, raffigurata nella prima scena.
Felicità, frutto del desiderio, fonte di gioia, ancora di salvezza
per un’umanità emaciata, la cui sofferenza, non più
latente, volge un disperato sguardo d’aiuto al cavaliere, l'eroe
simbolo di virtù, che, accompagnato da Compassione e Orgoglio
intraprende una dura lotta.
La strada verso il sublime è tortuosa, difficile, lastricata
da difficoltà insormontabili, ma tra l’effimero e il
vacuo, la meta appare in lontananza, come un dolce richiamo, un’estasi
divina, pronta a placare ogni nota dolente in un abbraccio con la
Poesia.
Il giorno dell’inaugurazione, la musica rivive con l’esecuzione
dell’Inno alla Gioia diretto da Gustav Mahler e la genialità
di una mente protesa verso il futuro, scorre immersa in una soluzione
di continuità tra l’estatica percezione sensoriale, la
consapevolezza dell’irreversibilità esistenziale e l’incarnazione
musicale ai massimi livelli.
La
mostra della secessione segna un’immaginaria linea di confine
tra la smaterializzazione degli elementi costitutivi e la loro integrazione
simbiotica in un ordine armonico che sfugge all’ordinario, tra
l’espressione e la rappresentazione dell’arte, pronta
a rivelarci il reale più reale della realtà.
Beethoven, non si può consegnare alla storia, perché
Beethoven è storia contemporanea, è modernità,
è e rimarrà attuale per i posteri a venire.
In lui, l’umanità divenne suono, un suono che giunge
a noi chiaro, forte e drammaticamente vero.
Non necessità d’interpretazione, vive nella sua indipendenza
libero da ogni condizionamento e sovrano nella propria potenza di
illuminare lo spirito.
Beethoven continua a irretire nei dedali dell’ermeneutica più
profonda, rilanciando nuovi orizzonti a noi sconosciuti.
E tutto ha inizio come un rito orfico... Il
Dialogo Impossibile
...Pulviscolo
sonoro in dipinti della memoria, terza dimensione del tempo in visione
metafisica. E’ un viaggio nell’astrazione empirea della
musica classica dove il percepibile incontra il cosmo al di là
dello spazio e al di là della forma. L’irreale e l’indicibile
si rivelano negli anfratti della mente prigioniera di un sogno. Un
sogno nella luce della verità e nella bellezza dell’armonia,
dove il sublime e l’assoluto si concretizzano sotto i nostri
occhi, in uno sguardo nello sguardo di L. van Beethoven. Il tempo
si arresta e la musica avanza, lei protagonista e noi comparse in
un dialogo impossibile con il grande maestro. Contaminazioni di linguaggio
risolte in un concerto orchestrato da variazioni e cadenze verbali.
Il concerto è un’espressione artistica,
è lirismo poetico scolpito in suono, per Lei cosa rappresenta?
L’interpretazione
musicale è la genesi dell’opera che prende vita nell’inafferrabilità
del tempo passato, ma è anche futuro anticipato dal flusso
musicale che si compie nel presente. Sintesi estrema della profondità
ancestrale in un divenire cosmico governato da verità, armonia
e bellezza. Maestro, l’inafferrabilità
della musica e il moto perpetuo dell’anima, intesi come soffio
vitale, coincidono con l’atemporalità del tempo?
Il
soffio vitale è racchiuso nella profondità dell’uomo,
i sentimenti, l’emozioni, gli ideali determinano gli eventi.
La storia ci ha consegnato grandi uomini, ma spesso le loro nobili
gesta si sono oscurati nell’esibizionismo e nella sete di potere.
Un nome, Maestro
Il
nome identifica ma non differenzia gli uomini, è la loro morale
che ritorna nella memoria collettiva. L’uomo Bonaparte, ne era
consapevole, ha saputo ricondurre all’unità la divergenza
di un sistema estraniante, la vacua incertezza dispersiva di una società
priva di riferimenti concreti e democratici, un carisma incandescente
liquefattosi nell’ autocombustione di un ego solipsistico, ...
forse. A Bonaparte ha dedicato la Sinfonia n.3,
fortemente intrisa di passione e di vitalità. I sentimenti
hanno giocato un ruolo importante nella sua scrittura?
E’
nata da una concezione spirituale, da una riflessione meditativa giunta
a un punto di non ritorno, a un punto dove l’energia interiore,
il pensiero, la percezione sensoriale incontrano l’uomo e la
sua essenza. L’arte ne rivela il significato al di là
del tangibile e al di là del percepibile. Si,
e’ tutto molto evidente Lei stravolge le regole, libera l’arte
da funzioni puramente estetiche e cortigiane e le restituisce il suo
vero valore. Una trasformazione non solo sul piano ontologico ma anche
su quello della costruzione formale.
Quando
la creatività affianca la maturità, la scrittura e l’ontologia
viaggiano in parallelo. La costruzione formale della terza sinfonia
e’ risolta con architetture completamente nuove che si discostano
dallo stile mozartiano e settecentesco, a iniziare dalla vistosa dilatazione
formale rispetto al modello classico, dalla ricerca di un maggior
spessore sonoro sul piano del volume e della timbrica, dalle forzature
dinamiche e dall’impulso ritmico che pervade l’intera
composizione. Attualmente rientrano nei canoni, ma se consideriamo
il contesto storico, in cui e’ nata, ci rendiamo conto che costituivano
delle assolute novità. Oggi, quello che
sorprende e’ l’impatto e la contemporaneità non
solo di questo lavoro, ma di tutta la sua produzione. Pensa che le
varie interpretazioni che si sono susseguite negli anni hanno rispettato,
stravolto, indebolito o rafforzato le Sue opere?
Fondamentalmente
l’interpretazione rispecchia e riassume la poetica, la concezione,
la cultura, lo stile, la maturazione e la preparazione del direttore.
Ogni esecuzione e’ un dipinto sonoro, dove sullo sfondo emergono
i tratti salienti della sua maturità tecnica – interpretativa
e in primo piano le pennellate armoniche, l’essenza, il contenuto,
la leggerezza o l’intensità dell’opera. La visione
d’insieme deve rappresentare la sintesi tra la struttura formale
ed estetica, tra il pensiero del compositore e l’idea del direttore.
Sono pochi i direttori che affrontano una partitura partendo da un
profondo rispetto musicale e adottando un metodo di studio e di lettura
filosofico. Credo che per ridare alla musica il suo giusto valore,
e il suo forte senso simbolico, bisogna addentrarsi nella genesi dell’opera,
ripercorrerne i meandri, e ritrovare nell’origine l’essenza
della creatività compositiva divenuta suono. Ammiro molto direttori
come Harnoncourt, Sinopoli o Abbado. Hanno saputo staccarsi dalle
esecuzioni impregnate di tradizione e creare una certa “ sospensione
” tra carattere storiografico e musicologico.
Dunque partire dal significato filologico per ridare vita
all’opera?
Esattamente,
la partitura respira, pulsa di vita e il direttore non deve fare altro
che ricercare il suono giusto, il fraseggio più corretto, i
timbri più adeguati. Una profonda interpretazione recupera
il flusso vitale dell’opera e lo riporta in superficie attraverso
la luce della sua coscienza e della sua sapienza. In
tutta la sua immensa produzione, dalle sinfonie ai concerti per pianoforte
ai quartetti, sui quali ci soffermeremo più avanti, esiste
“ un’identità del suono”. La dimensione sonora
è soltanto un mezzo, una finalità interpretativa?
Il
suono ha una propria identità, la creazione lo forge plasmandolo
in sfumature, in emozioni, in tessuto armonico. Assume valenza filosofica
o di psicologia universale, e tutte le sfaccettature dell’animo
umano, dall'angoscia alla pausa affettuosa, dall'ebbrezza orgiastica
alla serena contemplazione, vengono tradotte in valore espressivo.
La dimensione sonora lo condensa in spazialità dinamica non
limitante alla prassi esecutiva o all’atto interpretativo.
I quartetti rappresentano un opera capitale, soffermiamoci
, se Lei e’ d’accordo, sui tre quartetti dell'op.59.
Ho
cercato di estrapolare tutte le possibilità espressive e tecniche
del timbro e dell’armonia. Nell’opera scorrono delle linee
guida a volte parallele a volte divergenti, come la coesione tematica
e i frammenti delle diverse voci strumentali. Ma tutto il lavoro e’
pervaso dalla ricerca del suono puro, una sonorità astratta
che sfugge ad ogni contaminazione materica. Quelle note ripetute all’ossessione,
per.es. nell’Allegretto del terzo tempo del primo quartetto,
spingono verso la contemplazione del cosmo nell’ancestralità
del suono. Sopra un abbozzo del terzo quartetto,
scrisse: "Come tu ti getti oggi nel turbine della società,
così è possibile scrivere delle opere nonostante tutte
le contrarietà sociali. La tua sordità non sia più
un mistero, neanche per l'arte." Utopia?
Nel
musicista sensibile convivono l’intellettuale e l’uomo,
la ragione e la percezione sensoriale. Ebbene, le contrarietà
sociali, la mercificazione dell'opera d'arte e la solitudine, si sono
riversate immancabilmente nella scrittura. Andante desolato, cadenze
che si spengono nel pizzicato del violoncello, atmosfera plumbea risolta
in modulazioni dal tono grave e un menuetto grazioso ma lontano dagli
scherzi energici de mio ultimo periodo. E’ stata una scelta
retrospettiva con profondi rimandi a un’interiorità celata
dietro un presente che preme e un passato che persiste dentro di noi.
E’ l’espressione di una lucida memoria d'artista in conflitto
coi tempi. E la Grande Fuga?
E’
stata concepita come sesto e ultimo tempo del Quartetto in si bemolle
maggiore op.130 eseguito per la prima volta dal quartetto di Schuppanzigh
il 10 marzo 1826. Era il più lungo e arduo degli ultimi quartetti,
le perplessità derivate, mi convinsero ad accogliere la proposta
di Artaria di pubblicare la fuga separatamente, e l'op.130 ebbe un
nuovo Finale molto più leggero, che muta radicalmente la sua
architettura complessiva. L'effetto sconvolgente che la Grande Fuga
suscitò fra i contemporanei, stava nella violenza esercitata
sulle strutture e sul carattere dell'antica forma, nella lacerante
evidenza dei contrasti, e nella rigorosa, aspra e arditissima capacità
di costruire edifici polifonici senza precedenti. Molti aspetti originalissimi
della scrittura, furono imputati alla mia sordità. “
Quel brano era risultato terribile per il sano orecchio dell'epoca
che si ribellava a quanto l'autore, non condizionato dalla capacità
di udire, aveva avuto la temerarietà di escogitare: cioè
una zuffa selvaggia di voci strumentali smarrite nelle supreme altezze
e nelle massime profondità,………… “
con la mia opera misi in discussione lo spirito della fuga. Lavorai
su un materiale limitato e unitario per ottenere un risultato opposto
a quello che era sempre stato il senso della concentrazione compositiva:
drammatizzare qualche cosa che per eccellenza non dovrebbe essere
drammatizzato. Segmenti musicali in forma di
dialogo per una figurazione del Suo pensiero attraverso la parola.
E la “ parola musicale “ attraverso il suo pensiero filosofico?
La
filosofia induce ad un’intesa riflessione, un’elaborazione
razionale per approfondire in pensiero il proprio tempo. La musica
traduce nel linguaggio emozionale i sintomi dell’epoca che stiamo
vivendo, ne riflette l’immagine, ma custodisce, anche i germi
di un futuro prossimo. La filosofia della musica, quindi, è
un binomio spirituale scindibile dalla forma inscindibile dall’etica.
Secondo Friedrich Schlegel in ciò che viene chiamato filosofia
dell'arte manca sempre una della due: o la filosofia o l'arte. Da
qui bisogna partire per espletarne il concetto: l'unica via ancora
aperta e percorribile, dice Kant, è quella critica.
Antonella Iozzo |
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Gustav Klimt "Beethoven Frieze" dettaglio
1902 - Austrian Gallery, Vienna 
Gustav Klimt "Beethoven Frieze" dettaglio 
Gustav Klimt "Beethoven Frieze" dettaglio

Gustav Klimt "Beethoven Frieze" dettaglio

Gustav Klimt "Beethoven Frieze" dettaglio
Gustav Klimt "Beethoven Frieze" dettaglio
Gustav Klimt "Beethoven Frieze" dettaglio
Gustav Klimt "Beethoven Frieze" dettaglio
Gustav Klimt "Beethoven Frieze" dettaglio
Gustav Klimt "Beethoven Frieze" dettaglio

Artisti del Movimento Secessione Viennese: Anton Stark, Gustav Klimt,
Kolo Moser, Adolf Böhm, Maximilian Lenz, Ernst Stöhr, Wilhelm
List, Emil Orlik, Maximilian Kurzweil, Leopold Stolba, Carl Moll,
Rudolf Bacher.
Max Klinger (1857-1920)
Beethoven Memorial
Marble and bronze
Private collection
Carl Moll
Self portrait
Kolo Moser
Self portrait
Gustav Mahler
Portrait
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