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Il problema "spazio"
Per dimensione non intendo una superficie misurabile in senso orizzontale
o verticale con un metro in cento centimetri, ma una dimensionalità
che sia l'immediata condizione per il formarsi lievitante della metafisica,
o meglio una impegnativa dimensione percepibile pienamente dal nostro
esistere concreto e che infine, per maggiore precisione, chiameremo
spazio; ma che allora diverrà anche qualità, perché
è semplicemente assurdo supporre che lo spazio consenta il
formarsi della metafisica senza essere stato precedentemente una qualità.
Sono del parere che indifferibile condizione per la validità
della pittura non possa essere che la precisa ed organica innucleazione
di una metafisica prodotta dallo spazio puro.
Ritenendo di meglio precisare la mia concezione dello spazio, aggiungerò:
esso è il corpo, è l'esteriorità di quell'interiorità
o verità o coscienza della materia organizzata che è
la razionalità intellettiva dell'uomo; esso è una realtà
attuosa, è potenza in atto; se è pura intellezione,
nel medesimo tempo percepibile dal profondo, non è, evidentemente,
pura enunciazione di termini al di fuori di un nesso, che non essendo
ne vera ne falsa non rappresenta conoscenza.
Lo spazio è la folgorazione della forma, è la forma
che diviene quarta dimensione; è dunque molto evidente che
esso non è una sorta di simbologia (p. es., non è Klee).
Quando Aristotele oppone all'antitesi materia-forma il rapporto potenza-atto,
il cui limite estremo è nell'atto, che è tutto atto,
od atto puro, e nella potenza, che è tutta potenza, o potenza
prima, allora conferma la realtà dello spazio, perché
esso è moto prodotto da un immobile, libero da ogni divenire,
da ogni cambiamento prodotto dall'esterno, in sé conchiuso,
termine fisso ed immutabile, statica assolutezza che tuttavia si attua
continuamente nel tempo e nella storia perché, come dicevo,
è realtà attuosa. È la sensazione della irriducibile
presenza dello spazio che sviluppa ed approfondisce le più
alte facoltà percettive dell'uomo.
Cosi io credo che sia: nella storia dell'arte non esistono questioni
di più o meno evidente oggettivismo (per quanto, come si intese,
il non-objective sia molto più favorevole all'esatta creazione
spaziale); vi è soltanto il binario spaziale, il resto è
il sangue più povero, inefficiente e limitato, ed è
soltanto quando questo binario è percorso, o per intuizione
o per scienza, che assistiamo alla fioritura, alla liberazione dal
chiuso asfissiante delle quattro mura locali. È ovvio
che lo spazio non esclude il puro piacere della geometria, e sono
sempre valide le parole che Fiatone, nel Filebo, fa dire a Socrate:
"Per bellezza io intendo ciò che è diritto o circolare,
ed anche le superfici ed i corpi che si ottengono col compasso, con
la riga o con la squadra, se ben mi comprendi.
Questi, io dico, non si riferiscono a qualcos'altro di bello come
le rimanenti cose, ma sono eterni, esistono in sé e sono belli
per la loro stessa natura".
Dovrei ancora ricordare il notissimo aneddoto di Apelle e Protogene
che si trova in Plinio?
Ma il piacere estetico di noi moderni, fatti ricchi e saggi dalle
esperienze dei nostri genitori (perciò gli antichi siamo noi
ed essi erano giovinetti) non può più provenire soltanto
dalle tré dimensioni della geometria euclidea; il nostro piacere
più alto è sempre stato basato, anche se a volte non
ci siamo accorti, essenzialmente sulla dimensionalità e proporzionalità
spaziale, divenuta nostra concreta dimensione e proporzione quindi
capace di lievitare date condizioni del profondo. È la
presenza, ovviamente non corpulenta, della quarta dimensione che l'anima
dell'osservatore trapassa se stessa penetrando nell'impalpabile diaframma
di linee geometriche pure articolantesi continuamente all'infinito,
sino a tramutarsi in spazio, per un processo quasi medianico, che
richiederebbe un libro per essere definito sia criticamente che speculativamente
con abbondanti citazioni dei greci, di Weber, Fechner, Minkoswski,
del behaviorism e della riflessologia americana, delle enunciazioni
di Von Ehrenfeis sulle qualità formali e la loro trasportabilità,
della psicologia della forma delle scuole di Graz sulla produzione
delle forme; di Linke, Buhier, Wertheimer, Kohler della scuola di
Berlino riguardanti le percezioni sensoriali e asensoriali, leggi
strutturali ("Gestaltgesetze"), pregnanza delle forme, modificazione
strutturale attiva di forme ("Umgestaltung"); della "Gestaltpsychologie"
della scuola dell'Università di Stoccolma, per il forte contributo
di Katz a conciliare la tendenza associazionistica con l'empiristica;
di Lewin sull'emotività ed il comportamento ; attivo dell'uomo
conseguenti dalla struttura, topologicamente intesa, dello spazio
ambientale, in rapporto ai fattori tendenziali; e cosi via sino ai
fenomeni metapsichici di "apporto".
La conclusione del processo creativo dello spazio è quella
di indicare all'osservatore il ritmo, l'ordine, il clima in cui incanalare
la sua immaginazione e a sua meditazione, senza mai costringerlo ad
una banale associazione di idee, ed allora è evidente che le
deduzioni formulate in questo discorso non impediscono di costringere
lo spazio entro una misura; esso non è un'astrazione, non è
nemmeno una corpulenza, ma poiché noi possiamo percepirlo,
io dirò che esso è una nuova "Sachiichkeit",
od oggettività, concretezza.
Estratto dallo scritto del 1950 e pubblicato nel 1951 in "Di
Salvatore. Dieci incisioni".
Prefazione di Andre Bloc,
Direttore di "Aujourd'hui".
Ed. Salto, Milano 1951. |
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Nino Di Salvatore "Spazio gestaltico curvo 19"
1990, acrilico su tela
INFORMAZIONI

Tratto dal catalogo: "Arte e Spazio nella prospettiva
degli anni '90"
IX edizione Biennale d'Arte Contemporanea
San Martino di Lupari
Assessorato alla Cultura
Museo Civico d'Arte Contemporanea "Umbro Apollonio"
Circolo A.P.L.
Chiesa Storica: aprile - maggio 1990
San Martino di Lupari (PD)
testo di Attilio Marcolli |
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