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Arte e Spazio



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  Nella prospettiva degli anni '90

Edoer Agostini - Dinamica VisivaQualche anno fa l'americano William H. Ittelson, psicologo della percezione, fece un'importante dichiarazione.
Pur affermando il ruolo centrale della percezione nella vita umana - "vivere vuoi dire percepire", e "periodi di fermento del pensiero umano spesso corrispondono a periodi di riorganizzazione delle idee sulla percezione" -, tuttavia osservò lo Ittelson, oggi "lo studio della percezione si è frammentato in un numero disordinato di sottoproblemi che non possono, nella loro attuale formulazione, essere riuniti in un più vasto insieme".
Questa difficoltà di pervenire a sintesi teoretiche sembrerebbe essere cosi la più grossa difficoltà a cui si trovano di fronte oggi l'arte e la scienza, quando si pongono come fine la percezione umana.
Ma il problema è ancora più complesso, come ha evidenziato di recente il neuropsicologo inglese Keith Oatley, perché l'attuale insoddisfazione per gli studi e le ricerche percettive non è dovuto solo, come dice lo Ittelson, alla frammentarietà dei sottoproblemi che caratterizzano le varie scuole e ricerche percettive; è dovuta anche alla ben più grave frammentarietà delle informazioni che i nostri organi di senso ricevono dal mondo esterno, oggettivo.
"Come si può percepire correttamente" si domanda lo Oatley, "in un mondo in cui le informazioni che giungono ai nostri organi di senso sono incomplete e frammentarie? Di fronte a questo fatto, non c'è sintesi teorica che tenga.
Cosa può fare l'arte, oppure la scienza, di fronte ad un mondo esterno che trasmette a gettito continuo miriade di informazioni frammentarie, incomplete, discordanti? In altre parole, potrà mai l'arte di oggi esprimere le aspirazioni e i sentimenti umani della nostra epoca in cui viviamo, ovvero pervenire a dalle visioni unitarie del mondo, consone ai nostri tempi, se la percezione umana è cosi inceppata da tanta frammentarietà e dispersione di sottoproblemi e di informazioni?
Lo Oatley propone una soluzione, al primo momento suggestiva, ma che poi, in un secondo tempo di verifica, appare piuttosto sconcertante.
La percezione, come tutta la sensorialità, non può essere autonoma se vuole essere una percezione completa e corretta. Deve perciò essere supportata dalla rappresentazione, cioè dalla capacità di elaborazione di schemi percettivi o interpretativi a-priori; o meglio, dalla capacità di rappresentazione simbolica che è propria della mente e del cervello.
Ma questo sorprendente ritorno alla rappresentazione lo abbiamo già visto attuato in questi ultimi vent'anni, sia nel campo dell'arte, sia in quello dell'architettura e del design ufficiale.
E con quali risultati! Al momento della verifica, il binomio "percezione e rappresentazione" proposto dallo Oatley appare decisamente impercorribile, se non altro per i risultati di ibridi revivals o di kitsch che ne scaturiscono.
D'altra parte, con un minimo di coscienza storica, non è possibile ignorare che la strutturazione della forma nei vari movimenti moderni storici del nostro secolo non si è mai compiuta per mezzo della rappresentazione, ma all'opposto per mezzo di autentici processi di formazione (Gestaltung).
Come ignorare che la crisi della rappresentazione è stata una positiva conquista dell'arte moderna (storica)? Nessuno schema a priori della forma o dello spazio, della società o della storia, poteva essere accettato dall'arte moderna, perché l'atto puramente artistico muoveva al contrario, dall'idea-forma, che in quanto tale è sempre ricusa dall'autorità di modelli precostituiti.
Augusto Garau - Particolare La feconda dialettica di forma e segno che ha caratterizzato l'autentica arte moderna si affermava con il necessario abbandono della rappresentazione, che fu problema di un altro secolo, l'Ottocento. Ma allora perché si è verificato in questi ultimi decenni un cosi grande ritorno indietro ai tempi in cui era in auge la rappresentazione?
Solo a causa dei condizionamenti dei mass media, oppure a causa della debolezza e frammentarietà della percezione? In realtà, per rispondere a queste domande, è necessario ritornare ai fatti della percezione, per lo meno sul piano artistico (che è quello che ci compete). È importante riconsiderare, prima di tutto, il fatto che gli "inventori" della rappresentazione prospettica dello spazio rinascimentale non furono - come di frequente si è creduto - imitatori o costruttori del reale, ma creatori di illusioni ottiche (e infatti la gran parte delle illusioni ottiche hanno origine dalla visione prospettica).
Ed è anche opportuno considerare che la loro concezione dello spazio fu più scenografica che euclidea. Essi ammettevano determinati a-priori: che lo spazio fosse cubico; e che tutte le linee fossero di fuga, convergenti in un punto; e che la configurazione della forma coincidesse con quegli schemi di rappresentazione lineare.
Si ammetteva inoltre che luce e ombra fossero subordinate alla forma. Inoltre che simmetria speculare, proporzione e armonia, prospettiva, cubo scenico, modellato, sfumato fossero i moduli visivi di una concezione dell'uomo posto come attore sul teatro del mondo. La prima incrinatura di questa concezione la si ebbe quando sul finire del secolo scorso venne messo in discussione il rapporto del colore con quella forma a priori.
Cosi un nuovo linguaggio plastico, un nuovo pensiero visivo e nuove tecniche nascevano allora come conseguenza della registrazione di sensazioni luminose staccate dalla forma.
Normalmente sono rarissimi nella vita della società come nella vita delle singole persone profondi cambiamenti intellettuali, di modi di pensare e di vedere. Tuttavia allora, dopo quel primo radicale cambiamento che disgiunge colore e luce da una forma data a-priori, subentrarono a breve distanza due altri radicali cambiamenti che disgiunsero da quella forma, per mezzo di decostruzione e scomposizione, spazio e movimento; e quello che poi liberò quella forma dalla materia inerte, cosi come è data dalla natura, e dalla struttura gravitazionale.
È il percorso che va dall''Impressionismo al Cubismo fino al Costruttivismo. Lo studioso olandese Cornelis Van de Ven, nel suo recente importantissimo libro sullo spazio (Space in Architecture) osserva che le nuove idee di spazio che hanno caratterizzato i vari movimenti dell'architettura e dell'arte sono fioriti fra il 1890 e il 1930.
Marcello Morandini  - Particolare Furono questi gli anni più fecondi per l'elaborazione di una nuova percezione, di una nuova mentalità sociale, di una nuova concezione plastica o nuovo plasticismo; "dopo il 1930, nessun concetto di spazio si aggiunse a quelli già configurati: le idee già elaborate furono poi solo ripetute".
Le condizioni storiche per un avanzamento dell'arte e dell'architettura moderna, della percezione e di una nuova mentalità moderna, divennero molto sfavorevoli. Ma in realtà vi fu poi una ripresa, vi furono nuovi avanzamenti, in particolare nel periodo che va dalla fine degli anni 1950 alla fine degli anni 1960, anche se subentrò successivamente una nuova stasi, quella recente degli anni 1970 e 1980.
È pertanto necessario guardare oggi agli anni 1960, anni del nostro recente passato, d'un passato non-finito, non stabilito ne riuscito perché interrotto; un passato (per usare le parole dello storico Bloch) che è "ancora futuro", perché in esso ciò che "non è ancora divenuto sia messo in divenire, sia messo in moto verso ciò che è ancora futuro".
Quello che stava maturando negli anni 1960, prima che subentrasse il blocco degli anni del riflusso, era la relazione della percezione non certo con la rappresentazione, ma con il linguaggio. In questa Biennale di San Martino di Lupari sono presenti artisti di diversa provenienza: alcuni fecero parte dei gruppi dell'Arte ermetico-visuale o arte programmata, e alcuni militarono a suo tempo nel Movimento arte concreta; alcuni da tempo producono opere annoverabili nell''Astrattismo lirico, ed altri nella continuità del Costruttivismo. In comune essi hanno il problema della percezione.
Nelle loro ricerche, configurazioni, e nei loro modi di espressione, la percezione è in ogni caso analizzata da un punto di vista diverso da come normalmente viene intesa. Normalmente oggi, nell'arte, la percezione è intesa in modo piuttosto riduttivo. Nelle manifestazioni più ufficiali o più in auge dell'arte, dell'architettura e del design, ovvero in quelle manifestazioni che esprimono più compiutamente lo establishment di oggi, la percezione è intesa come semplice dato immediato della sensorialità.
Viene trascurato il suo carattere più saliente e più importante, di essere un processo cognitivo. Il riduzionismo della percezione a pura sensorialità è una delle cause (insieme ad una non sufficiente assimilazione dell'era informatica come èra delle memorie) del ritorno alla rappresentazione.
Sensorialità, memoria, rappresentazione simbolica hanno dato luogo cosi ad un'arte di revivals e di figurazioni neo-classiciste, ad illusionismi barocchi e a riedizioni dell'art-decò.
Nelle manifestazioni invece di continuità razionalista e progettuale, la percezione appare ancora legata al "principio dell'isomorfismo" che fu tipico della Gestalt o psicologia della forma, per cui si riteneva che le forme che si imprimono nell'occhio (la retina) e nell'area visiva del cervello (la corteccia occipitale) sono identiche alle forme o configurazioni degli oggetti esterni che hanno stimolato la nostra percezione.
Prima di tutto è giusto considerare che questi riduzionismi della percezione venivano costantemente superati dai modi della percezione che si aprivano all'inizio del secolo con le avanguardie storiche dell'arte moderna, con l'Impressionismo, il Futurismo, il Cubismo, il Costruttivismo, il Neoplasticismo, via via fino al Concretismo della Scuola di Zurigo. Il processo percettivo, sicuramente molto avanzato, che veniva posto in essere dagli artisti dei movimenti moderni storici, del colore, della luce, del movimento dello spazio, della tensionalità anti-gravitazionale, ecc. aveva un carattere complesso, ed era anche un processo di conoscenza estremamente attivo e dinamico, oggi purtroppo quasi inesistente.
Ora, non è cosi azzardato affermare che gli artisti presenti in questa Biennale sono fra quegli artisti che si propongono una riattivazione della percezione dell'uomo contemporaneo.
Walter Valentini - ParticolareSi tratta di una riattivazione che si esplica nei seguenti punti (per usare dei concetti espressi da A.R. Luria, neuropsicologo russo dell'Università di psicologia di Mosca): 1) con l'analisi della struttura percepita, cosi come viene ricevuta dal cervello, un'analisi che si compie tenendo conto di un elevato numero di componenti o indizi che vengono man mano codificati e sintetizzati, e posti in corrispondenti sistemi mobili; 2) con lo sviluppo attivo della configurazione, dell'opera, sotto l'influenza diretta di prove a cui viene sottoposto il soggetto che percepisce; 3) con l'ausilio integrativo di codici precostituiti, in particolare i codici del linguaggio, i quali svolgono cosi l'importante ruolo di collocare il percepito in un appropriato sistema di relazioni; 4) procedendo infine per comparazione, ovvero nella verifica tra l'ipotesi formale percepita e le attività percettive in generale.
Ma c'è un modo più semplice di capire l'intenzionalità artistica di questi operatori.
Essi evitano in ogni caso di percepire ciò che è famigliare o consueto, perché è un modo contratto, riduttivo di percepire, pieno di scorciatoie.
Essi vogliono che si percepisca, per mezzo dell'opera, ciò che non è famigliare, acquisito, consueto, ciò che non riflette gli abitudinari modi di pensare, affinché il processo della conoscenza sia più nuovo e più complesso, più vasto e più completo.
Questa più ampia e aperta conoscenza del mondo e delle relazioni richiede, per essere compresa, una codificazione del materiale percepito, ovvero un processo costruttivo che solo può aver luogo con la stretta partecipazione del linguaggio (non soltanto dei linguaggi parlati, ma anche dei linguaggi visivi, non verbali, della pittura, della scultura, dell'architettura, del design, della fotografia, ecc.).
Cosi questi artisti finiscono con il dimostrare che l'attività percettiva umana, come tutta l'attività di comunicazione ed espressione, non ha luogo nella sua pienezza senza la partecipazione diretta del linguaggio, che proprio grazie a questa cooperazione (di "percezione linguaggio") diventa "linguaggio alternativo".
D'altra parte, siccome ciò che si percepisce (della percezione intesa come elaborazione cognitiva e non come pura e semplice "prima impressione sensoriale" o sensazione) trova sempre il suo punto più saliente nel problema dello spazio - proprio perché lo spazio non è mai il risultato di percezioni immediate, ma di ipotesi elaborate della mente, - questi artisti finiscono col dimostrare che con l'arte la "percezione-linguaggio" trova nello spazio il suo punto più saliente.
A ben vedere si tratta di una bella alternativa contro il "pensiero debole", di oggi, quello del "riflusso" e del "post - modern".
A quello sterile processo di sensorialità - memoria - rappresentazione simbolica viene contrapposto un dinamico e avanzato processo di percezione - linguaggio - spazio.
In altre parole, dato che l'organizzazione spaziale non è mai frutto di una pura e semplice sensorialità, di una percezione immediata, perché nel problema dello spazio convergono luce, colore, movimento, e percezioni non solo ottiche ma anche aptiche (tattili-corporee) e cinestesiche, il problema della percezione diviene, nell'opera di questi artisti, un problema di relazione tra il pensiero dello spazio e l'elaborazione di linguaggi alternativi della comunicazione (cosi avvilita oggi dalle immagini iperrealiste dell'informatica e dei mass-media).
Anche l'oggetto non ha valore come oggetto (anche se cosi vuoi farci credere la "mitologia dell'oggetto" propria del consumismo), ma come espressione delle relazioni percettive che sempre si concretizzano come spazio, dando luogo ad un oggetto-spazio. Se è vero quanto qui affermato, saranno le opere esposte in questa Biennale di San Martino di Lupari a testimoniarlo o a smentirlo.
Se la risposta risultasse affermativa, ci troviamo di fronte qui ad una valida alternativa rispetto all'"arte anagrafica" proposta dalla ben più ufficiale e macroscopica Biennale di Venezia; ma soprattutto ci troviamo di fronte ad un'ottima prospettiva di lavoro degli anni '90.

Attilio Marcolli
 
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Le Opere, gli Artisti
Italo Antico Walter Ballmer
Italo Antico
"Ipotesi nel tempo - variazione"
1981-83, acciaio inox
Walter Ballmer
"Ricomposizione modulare di elementi cromatici"
1990, acrilico su tela
Alberto Biasi Beppe Bonetti
Alberto Biasi
"...e primamente un saldo ci fece smisurato scudo,..."
1966, tecnica mista
Beppe Bonetti
"Dittico - assenze 689/690"
1989, acrilico su tela
Sara Campesan Gianni Colombo
Sara Campesan
"Sovrapposizione e rotazione, spazio visivo"
tecnica mista
Gianni Colombo
installazione
Nino Di Salvatore Augusto Garau
Nino Di Salvatore
"Spazio gestaltico curvo 19"
1990, acrilico su tela
Augusto Garau
"Solaris"
1990, olio su tela
Horacio Garcia Rossi Gaetano Kanizsa
Horacio Garcia Rossi
"Couleur lumiere"
1989/90, acrilico su tela
Gaetano Kanizsa
"Senza titolo"
Attilio Marcolli Giuseppe Minoretti
Attilio Marcolli
"Campi equivalenti ed equidecomponibili"
1990, tecnica mista
Giuseppe Minoretti
"Variabili interferenti"
1989, ottone e acrilico
Marcello Morandini Leonardo Mosso
Marcello Morandini
"Appunti di architettura n.296"
1987, legno
Leonardo Mosso
"Progetto del sistema a giunto elastico - Laura"
1976, alluminio
Carlo Nangeroni Walter Valentini
Carlo Nangeroni
"Percorso + luce strutturata"
1990, acrilico su tela
Walter Valentini
"Stanza G.T."
1980, tecnica mista
Grazia Varisco Roberto Vecchione
Grazia Varisco
"Extrapagina - opening"
1983, metallo
Roberto Vecchione
"Colonna musicale"
1987, alluminio e ottone
Waltrud Viehboeck Giorgio Villa
Waltrud Viehboeck
"Senza titolo"
1989, ferro e colore
Giorgio Villa
"Divaricazione in nero"
1990, tensostruttura acrilico tela
Elisabeth Weiss Silvio Wolf
Elisabeth Weiss
"Spazi sbarrati"
1989, legno
Silvio Wolf
"Scala reale, struttura tridimensionale bifrontale"
1990, tecnica mista
Shizuko Yoshikawa ...
Shizuko Yoshikawa
"Kunst und architektur"
1981, tecnica mista
...

INFORMAZIONI


Tratto dal catalogo:
"Arte e Spazio nella prospettiva degli anni '90"
IX edizione Biennale d'Arte Contemporanea
San Martino di Lupari
Assessorato alla Cultura
Museo Civico d'Arte Contemporanea
"Umbro Apollonio"
Circolo A.P.L.
Chiesa Storica: aprile - maggio 1990
San Martino di Lupari (PD)
testo di Attilio Marcolli
 
 
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