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Van Gogh dentro
e fuori la tela
Il ritratto del dottor Gachet, una delle ultime opere di Van Gogh
prima del suo suicidio, può essere ragionevolmente considerato
uno degli esempi più significativi nella storia dell'arte di
transfert psicanalitico.
E' di fatto evidente quanto il pittore di origini olandesi abbia effettuato
un profondo processo di identificazione con il suo medico curante,
tanto da interpretare la richiesta di un ritratto da parte di quest'ultimo
come una possibilità per autoritrarsi.
Il risultato di tale processo è nella tela, in cui l'Io disintegrato
dell'autore si proietta fuori di Sé - con un moto centrifugo
- nella figura del dottore in cui egli aveva modo di vedere il proprio
riflesso.
Tale operazione di sdoppiamento, alla cui origine c'è una chiara
questione di ordine psicopatologico, è resa più agevole
dai numerosi punti in comune esistenti tra medico e paziente.
Come suggerisce Melanie Klein, "il fatto che il soggetto senta
ch'egli ha molto in comune con un'altra persona, è concomitante
col proiettare se stesso in quella persona".
Apprendiamo inoltre da una lettera alla sorella: "Nel dottor
Gachet ho trovato senz'altro un amico, e anche qualcosa come un fratello,
talmente ci assomigliamo fisicamente e interiormente. Anche lui è
molto nervoso e molto eccentrico".
E, più nello specifico: "Sto lavorando al suo ritratto,
la testa con un berretto bianco, e molto bionda, molto chiara; anche
le mani sono di carnagione chiara, ha una marsina azzurra e c'è
un fondo di blu cobalto, è appoggiato a un tavolo rosso sul
quale c'è un libro giallo e una pianta di digitale a fiori
rossi. Ha la stessa atmosfera del mio ritratto, che mi sono fatto
prima di partire per venire qui. Il signor Gachet è fanatico
di quel ritratto, vuole che gliene faccia uno per lui, se posso, assolutamente
identico, cosa che desidero fare anch'io".
Ad accomunarli, infine, oltre ad una certa somiglianza fisica, un'indole
melanconica incline alla depressione. Sempre dalla corrispondenza
con il fratello, apprendiamo che "attualmente niente, assolutamente
niente mi trattiene qui, salvo Gachet".
Emerge quindi con chiarezza il legame di forte interdipendenza tra
i due. La strana figura di Paul
Gachet
Se rivolgiamo ora la nostra attenzione al soggetto ritratto, scopriremo
ulteriori elementi utili per decifrare il quadro.
Negli anni Ottanta del secolo scorso Gachet fu allievo e assistente
all'ospedale parigino della Salpetrière, ove ebbe modo di conoscere
Charcot e di approfondire i suoi studi sulle patologie mentali.
La sua tesi in medicina - "Studio sulla Malinconia" - può
essere considerata una sorta di compendio delle conoscenze neurologiche
del tempo.
Nel testo che segue viene presentata la descrizione dell'individuo
melanconico secondo Gachet: "sembra che la creatura si rattrappisca,
si ripieghi su se stessa, come se dovesse occupare il minor posto
possibile nello spazio. La postura del malato è tutt'affatto
particolare (…). Il tronco semiflesso sul bacino, le braccia
trattenute verso il torace (…) le dita più che flesse
(…). La testa quasi piegata sul petto leggermente inclinata
verso destra o verso sinistra. (…). I muscoli facciali sono
come contratti e stiracchiati e conferiscono alla fisionomia un aspetto
di particolare durezza; i muscoli sopraccigliari, aggrottati in maniera
permanente, sembrano nascondere l'occhio e aumentare la sua profondità;
le arcate sopraccigliari sporgono in avanti, due o tre pieghe verticali
separano le due sopracciglia. La bocca è serrata in una linea
diritta, sembra che le labbra siano scomparse(…). Il solco naso-labiale
è più appariscente, le gote sono scavate, la pelle è
come incollata agli zigomi; il colorito è giallastro e terroso
(…). Lo sguardo è fisso, inquieto, obliquo, diretto verso
terra o di lato.".
Ora,
è palese che le caratteristiche del ritratto di cui ci stiamo
occupando sono riprese passo passo dalle teorie dello stesso Gachet.
Si notino ad esempio le pieghe delle sopracciglia o quelle tra le
orbite, la linea accentuata del naso, la bocca serrata o la postura
inclinata.
E' abbastanza facile, a questo punto, formulare l'ipotesi secondo
cui Van Gogh fosse a conoscenza degli scritti del suo amico dottore.
Del resto, è cosa nota che il pittore si interessava delle
teorie neurologiche del suo tempo.
Infine, prendendo in esame la storia personale del soggetto ritratto,
scopriremo che egli stesso amava assumere in maniera deliberata personalità
distinte.
Paul Ferdinad Gachet esercitava la professione di medico, specialista
di malattie nervose e delle patologie della depressione, sperimentatore
anche di terapie alternative, dall'omeopatia all'elettricità.
L'artista Paul Van Ryssel, ovvero Paul da Lille (Ryssel è il
nome fiammingo della sua città natale), era l'autore di opere
che ripetevano lo stile di due suoi amici, Cézanne e Van Gogh:
qualcuno, in quel pittore, ha visto un abile falsario.
La critica d'arte Blanche de Mézin era il dottor Gachet in
vesti femminili, con un nome composto da quello della moglie, Blanche
Castets, e dal suo luogo d'origine. Con quella firma ha siglato pure
una dura critica alla Bagnante con grifoncino di Renoir, esposto al
Salon nel 1870.
Appaiono qui evidenti le clamorose affinità tra il dottore
e il suo paziente, tra il ritrattista e il ritrattato.
Tradizione, simboli e coincidenze
Nel
dipinto è ben presente il legame con la tradizione iconografica.
Un testo pittorico di riferimento su tutti: Melanconia I di Durer.
Di fatto, il tronco obliquo e la testa appoggiata sul pugno chiuso
di Gachet costituiscono i tratti distintivi dell'homo melancholicus,
di Saturno, il padre dei malinconici.
Il pittore, scrivendo a Gauguin, definiva tale posa "l'espressione
triste della nostra epoca". Come hanno fatto notare tanto Freud
quanto la Klein, esistono correlazioni concrete tra una disposizione
alla melanconia e la tendenza alla scissione della personalità
e al suicidio.
Oltre all'evidente rimando a uno dei temi più cari agli artisti,
l'opera è molto ricca di valori simbolici. La digitale in primo
piano allude apertamente alla passione per l'omeopatia del medico-mecenate,
che la usava per curare i disturbi cardio-vascolari.
La tela diventa ancora più interessante quando si considerano
i due libri appoggiati al tavolo.
Si tratta di due romanzi dei fratelli Goncourt, Germine Lacerteux
e Manette Salomon.
L'uno narra di un caso patologico conclusosi tragicamente, l'altro
è ambientato nel mondo dell'arte.
Questo secondo testo è particolarmente rilevante per capire
il quadro di Van Gogh. In esso assumono infatti un'importanza centrale
le dinamiche del ritratto. Vengono così passati in esame i
complessi rapporti tra pittore e modello, nel delicato equilibrio
tra esibizionismo privato e professionale .
Un ritratto che anticipa i tempi
Il ritratto del dottor Gachet è sintomo quasi profetico della
concezione che l'uomo moderno ha di sé come essere frantumato.
Di fatto, la sensazione di un Io frammentato, privo di riferimenti
e certezze stabili è dettata da un perdurante senso di inadeguatezza
e di disagio propri dell'individuo del Novecento. Van Gogh anticipa
con lucidità sconcertante il fenomeno della frantumazione della
personalità e lo fa affrontando alla sua maniera (come sempre,
personalissima) il tema del doppio. Ciò che non va dimenticato
nell'analizzare questa tela del giugno del 1890 è il particolare
stato psichico dell'artista, il quale di lì a poche settimane
(27 luglio) si sarebbe sparato. Sottolineo questa premessa teorica
perché ritengo che il ritratto in questione non vada guardato
come un'opera fine a stessa, come una normale testimonianza della
poetica dell'autore. Al contrario, ritengo che questo dipinto sia
uno straordinario indice (nel senso peirciano del termine) della delicata
situazione psicologica in cui riversava il pittore.
Sono di fatto palesi in questo ritratto le tre dinamiche alla base
della scissione dell'Io. In prima istanza, come si è già
fatto notare nel paragrafo "Van Gogh dentro e fuori la tela",
sono visibili i meccanismi di proiezione, attraverso i quali il ritrattista
riesce a mettersi in sintonia psichica con il suo modello, verificando
le varie somiglianze che li uniscono. In un secondo tempo, si continua
con un processo di tipo introiettivo, in cui l'artista - con un movimento
psichico opposto rispetto al precedente - ricostruisce il proprio
Io "iniettando" in sé le caratteristiche del ritrattato.
In un terzo momento avviene la cosiddetta "identificazione proiettiva".
Secondo la Klein, si tratta di "una fantasia fondata sul fatto
che una certa parte dell'Io è stata separata e collocata dentro
a un oggetto esterno. In questo caso l'alterazione dell'Io è
rappresentata da uno svuotamento sia di energia fisica (senso di vita)
[vedi suicidio imminente, N.d.A.] sia di capacità reali".
La scissione dell'Io di Van Gogh rappresenta lo stadio finale della
sua nevrosi: essa ha dato "origine a un senso di frammentazione
e di frantumazione" che lo ha indotto a scaricare su un altro
le proprie debolezze e fragilità interiori. Come abbiamo visto,
l'Altro non è stato scelto in modo casuale: come sottolinea
ancora la Klein, perché si verifichi una scissione è
necessario che vi sia empatia tra i soggetti coinvolti.
Seguendo la ripartizione proposta da Ferrari sulla scorta di Freud
, è possibile infine delineare gli effetti perturbanti che
ha su di noi l'opera di Van Gogh. Essi sono compresi, partendo dalla
prospettiva dell'analista, nel secondo caso esaminato, "quando,
insieme, o magari al di là di questa semplice somiglianza fisica,
percepiamo una sorta di omologia mentale, psichica, tra due persone,
le cui menti sembrano collegate e in contatto l'una con l'altra. Si
ha allora, secondo le parole di Freud, "un'accentuazione di questo
rapporto mediante la trasmissione immediata di processi psichici da
una all'altra di queste persone (…) così che l'una è
compartecipe della conoscenza, dei sentimenti e delle esperienze dell'altra"".
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Vincent van Gogh
Portrait of Dr. Gachet Seated at a Table. Auvers-sur-Oise. June
1890. Oil on canvas. Collection Ryoei Saito, Tokyo |
| Gli
Autoritratti di Van Gogh |
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Vincent van Gogh
Self-Portrait in a Grey Felt Hat. 1887. Oil on card. Stedelijk
Museum, Amsterdam, Netherlands |
Vincent van Gogh
Self-portrait with Straw Hat. 1887. Oil on canvas on panel.
The Detroit Institute of Arts, Detroit, USA |
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Vincent van Gogh
Self-portrait. 1887. Oil on canvas. Musée d'Orsay, Paris,
France |
Vincent van Gogh
Self-Portrait. 1887. Oil on paper. Rijksmuseum Kröller-Müller,
Otterlo, Netherlands |
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Vincent van Gogh
Self-Portrait. 1887. Oil on canvas. Vincent van Gogh Foundation,
Rijksmuseum Vincent van Gogh, Amsterdam, the Netherlands |
Vincent van Gogh
Self-portrait with a Pipe. December 1888 - May 1889. Oil on
canvas. Private collection |
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Vincent van Gogh
Self-Portrait with Bandaged Ear. January 1889. Oil on canvas.
Courtauld Institute Galleries, London, UK |
Vincent van Gogh
Self-Portrait. Saint-Rémy. September 1889. Oil on canvas.
Musée d'Orsay, Paris, France |
Informazioni
Tratto da:
"Il doppio nell'arte e nella letteratura
alcuni esempi tratti da Vincent van Gogh
(il ritratto del dottor Gachet),
Robert Louis Stevenson
(The Strange Case of Dr Jekyll and Mr Hyde),
Guy de Maupassant
(Le Horla) -
Dalla disintegrazione centrifuga dell'Io alle contraddizioni
della natura dualistica dall'alienazione fino alla perdita
di sé"
di Silvia Zanella
http://www.silviazanella.it
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