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Edmondo Bacci

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  Il colore del mondo

Edmondo BacciDi fronte all'opera di Edmondo Bacci si è portati innanzi tutto a riprendere la perentoria indicazione avanzata a suo tempo da Hegel di essere il colore quello che rende pittore un pittore.
Svincolata questa affermazione dalle sue implicazioni romantiche ma anche dalla sua oggettiva genericità categoriale, essa si dimostra invece perfettamente calzante alla visione moderna che l'artista veneziano ha tradotto in un'opera nella quale il colore si manifesta infatti quale sostanza stessa della specificità semantica della pittura, forma del suo medesimo accadimento. Mai prima d'ora questa coscienza del colore ha avuto una tale intensità, una tale potenza di ideazione e di percezione quale si può riscontrare appunto con la pittura di Bacci, la quale ha raffigurato, attraverso stupefacenti metamorfosi visive, le energie più pure del colore in sé e per sé totalizzante.
Memore dei sublimi ètimi cromatici della grande pittura veneta, da Giorgione a Tiziano, da Veronese a Tiepolo, egli ha ereditato - per consonante vocazione - una disponibilità del resto naturale al linguaggio dei colori, della luce colore, delle sue fenomenologie figurative, giungendo pertanto a focalizzare nello stesso tempo ogni ulteriore ipotesi espressiva sulla spazialità liricamente strutturante del colore: primaria condizione dell'accadere nella materia del visibile, del farsi spazio all'evento della forma. Questa forma cosmo è il principio ontologico che pervade la pittura di Bacci, che ne trama
I segni in un organismo pulsante dello stesso dinamismo universale: genesi dell’avvenimento che la luce propaga nel suo divenire alle apparenze sensibili ma altresì ineludibili, agenti sul linguaggio di questa pittura.
L'occasione offerta dalla compilazione del catalogo dell'opera dell'artista curato con appassionato rigore da Chiara Bertola permette di seguire in modo finalmente esauriente, se non completo il percorso della sua maturità creativa nella elaborazione di una ricerca incentrata quindi sulla figurazione di inusitati universi sonori del colore, dei suoi itinerari interiori, in una visione che per qualità e virtù espressive ha pochi confronti nel contesto della pittura di questa seconda metà del secolo.
Del resto il colore di Bacci non aspira ad avere riscontro nella realtà naturale, e anche quando questo colore parrebbe voler introdurre riferimenti analogici, cioè allusioni più specificatamente cosmologiche, prestarsi quindi ad evocarne le origini, si avverte invece che egli scarta di proposito ogni casuale sinestesia per “ex-primere'' soltanto la propria sorgente ispirativa, identificata con un pensiero della luce di cui il colore è manifestazione visibile. Mettere in forma questa visibilità nel suo farsi allora cosmo è l'intento che ha animato l'intera ricerca di Bacci, fin dalle sue prime prove nelle quali l'equazione Guidiana di luce colore già si evolveva in una più articolata fenomenologia del colore come spazio, come evento visibile della luce spazio, principio fondatore delle stesse apparenze del reale, delle forme con cui il reale si declina nella concretezza dell'immagine pittorica. Questa ricerca impegnerà l'artista lungo tutto il suo periodo di formazione, almeno durante la fase della sua attività compresa fra il '58 e il '46, portandolo ben presto a virare in direzione poi di un sincretismo astratto come esito di una enucleazione plastica di estrema purezza formale, saldando egli cosi l'analisi degli elementi costitutivi della spazialità pittorica con una tematica di più stringente assolutezza enunciativa. Anzi l'ascetica riduzione di quelle prove, avviate fra il ‘46 e il ‘48 il ciclo in bianconero sul tema delle fabbriche verrà a condurre ed inclinare il suo processo di astrazione verso un rigore costruttivo nel quale la dinamica strutturale dei piani plastici, più che intessuta dalla icastica contrapposizione degli assi, risulterà derivare dalla essenzialità dei movimenti della luce nella sua libera determinazione spaziale.
A differenza degli altri esponenti non solo italiani della sua generazione, Bacci saprà dunque evitare l'arido formalismo della sintassi neocubista, arrivando semmai all'astrazione per le vie indicate da Kandinskij e da Mondrian, cioè attraverso l'elaborazione di una spazialità oggettivata in modo del tutto autonomo, svincolata da ogni referenzialità di ordine naturalistico, ancora presente per tramiti poi emozionali nelle ricreazioni scompositive dei protagonisti invece della pittura che si andava affermando proprio in quel periodo postbellico. Del tutto diversa l'esperienza compiuta da Bacci che andava saggiando piuttosto una nuova ricerca dei valori della luce e dello spazio, delle relazioni spaziali fra colore e forma, fra superficie e profondità entro cui incardinare la struttura stessa dell'immagine, senza dover peraltro ricorrere alla decoratività ormai inerte del neo-concretismo geometrico oppure alle ripetitive destrutturazioni sintattiche del linguaggio neocubista. L'immagine delle fabbriche o dei cantieri - oltre le motivazioni di una tematica sociale ricorrente all'incirca negli stessi anni nelle opere di Vedova e di Turcato - non è tuttavia un prodotto, in lui, di un linguaggio astratto di matrice geometrica, bensì il risultato di una geometria interna al costituirsi di elementi formali basilari, declinati invero secondo scansioni metrico - spaziali derivate da un lessico compositivo di estrazione neoplastica, anche se poi tali modi non si limitavano affatto a chiudersi in una pacificante fissità ortogonale, ma si aprivano con irrefrenabile rigore oltre gli argini della superficie per risultanza di una espansione effusiva, di un dinamismo luminoso che si propagava nello spazio, fulcro irradiante di un processo del resto analogico al motivo in particolare degli altiforni che aveva in sostanza ispirato l'artista.
Qui si possono rintracciare comunque le premesse della svolta che Bacci andava compiendo, ripartendo in effetti da nuovi assunti formali disancorati da ogni riferimento naturalistico. Una svolta altresì decisiva per la sua pittura che così poteva trovare imprevedibili soluzioni in quanto perseguiva l'intento di coniugare e di armonizzare nello stesso tempo il rigore del razionalismo oggettivo di Mondriaan, ossia l'ordine strutturale della scansione geometrica e spaziale, con la libertà immaginativa di Kandinskij, il simbolismo costruttivo della spazialità neoplastica con l'armonia interiore dello spiritualismo propugnato dal maestro russo. Entro queste polarità verrà dunque a maturare quel singolare linguaggio di Bacci sulle proprietà del colore, sulle sue realtà interne mediante un epifanismo cosmologico. L'intuizione Kandinskiana sul colore verrà cosi portata alle estreme conseguenze: il colore nella pittura di Bacci sarà soltanto immagine di per sé, spazio pertanto dell'accadimento con il quale essa potrà venire alla materia della visibilità, al visibile della pittura come manifestazione della bellezza intrinseca alla materia, ai suoi multi-universi immaginativi.
L'idea che guiderà in tal caso l'artista sarà dunque quella della cosmicità del colore, della sua “dynamis'' metamorfica espressa attraverso un simbolismo spaziale degli archetipi della luce.
Le figure dei suoi planetari cromatici sono infatti eventi di luce, delle energie che la luce emette, propaga, definisce in un pulsante organismo di avvenimenti - tale rimarrà del resto il titolo dei suoi diversi cicli pittorici - avvenimenti che segnano i percorsi, le mutazioni, le forme in sostanza dl un universalismo epifanico della luce - spazio, del colore - materia, termini insieme concettuali ed espressivi del linguaggio di questa pittura. Un linguaggio che ha saputo transitare per i territori immaginativi dell'informale acquisendo perö una pronuncia del tutto originale e di estrema purezza lirica.
L'informale di Bacci è pertanto di natura astratta, o meglio lo spazialismo di Bacci, la sua singolare versione dell'informale, ne ha esplicitato un deciso superamento nel senso del resto assai affine a quello degli altri esponenti veneziani di questa tendenza la quale saprà tentare, in quegli anni, l'esperienza forse più innovativa tra quelle espresse allora dalla neo - avanguardia italiana. Il gruppo spazialista veneziano si era in un certo senso riconosciuto nelle concezioni di Fontana, distinguendosi tuttavia per un orientamento che privilegiava le facoltà immaginative sulle pur necessarie conquiste di nuovi mezzi espressivi. Esso comunque trasferiva sulle risorse, tuttora inesauribili, della superficie pittorica le medesime istanze concettuali attorno alle nuove dimensioni della materia e dello spazio.
Nell'ambiente della Galleria del Cavallino, luogo d'incontro per la cultura di quel tempo, si era formato, dopo discussioni e confronti teorici, lo stesso circolo degli spazialisti veneziani, i quali apporteranno un contributo originale all'evoluzione del Movimento che in effetti prenderà poi una direzione volta soprattutto a prefigurare i valori di una adimensionalità dell'immagine in quanto molteplice movimento delle energie agenti sulla superficie. Luce - spazio, segno - colore, gesto - materia concorreranno perciò a produrre una interazione, strutturalmente dinamica, dell’evento d'immagine che si fa, oltre ogni riscattata autonomia dei propri mezzi espressivi, processualità di una pulsione interiore, quindi di esigenze più profonde e totalizzanti delle energie immaginative. Anche l'esperienza espressiva di Bacci si indirizzerà infatti a traguardare l'organicismo magmatico dell'informale, puntando, per vie proprie, a definire invece gli orizzonti figurativi di un'art autre, non solo nel senso di una esistenzialità attivistica, ma anche in quello di una partecipazione spiritualistica, di una identificazione - tramite le sue folgoranti proposizioni luminologiche attorno allo spazio-colore - con la dimensione cosmica delle forze della materia e della natura, secondo le conoscenze dischiuse allora dalle nuove epistemologie.
Del resto l'artista non ha mirato con le sue opere a trasmettere emozioni visive originate da particolari eventi cosmici, bensì ha cercato di restituire piuttosto alla stessa condizione emozionale che pervade il linguaggio del suo immaginario pittorico il senso di un afflato partecipe di una medesima realtà vivente, volgendo dunque la sua problematica cosmogonica al significato di un avvenimento - metafora della creatività come genesi del venire alla luce, del farsi mondo il mondo, - dell'essere in sé, dell’essere a sua volta immagine quel mondo del divenire universale.
Il più “esplosivo'' dei pittori moderni ebbe a definirlo Peggy Guggenheim che al primo approccio con la sua pittura, durante una personale di Bacci alla Galleria del Cavallino, ne fu subito conquistata, come prima le era capitato soltanto con Pollock. La grande collezionista si impegnerà d'altra parte a far conoscere l'opera di Bacci negli Stati Uniti e a sostenere in modo convinto le posizioni di quel fervido sperimentalismo immaginativo dell'artista il quale proprio in quegli anni, dal :52-'53 fino almeno al '68, darà seguito a diversi cicli pittorici improntati da una visione di assoluta spazialità cromatica, di esaltanti energie - alte temperature dello spirito - deflagranti nell’annuncio visivo di un big-bang che ha segnato inizi nuovi per le morfologie immaginative dell'arte contemporanea di quel tempo.
Nel vortice delle sue evoluzioni cromatiche la pittura di Bacci ha toccato vertici di incandescenza lirica mai prima di allora esplorati, aprendo spazi di una gioiosa ebbrezza, di una dinamica frenesia, per virtù di trasmutazioni alchemiche e di sapienti veggenze, nella decantazione di una materia luminosa che riflette di volta in volta, nucleo per nucleo, particella per particella, l'errare misterioso dei colori e dei moti dei suoi spettri formali in cui abita l'anima della visibilità, il cuore pulsante della luce nei suoi primari conflitti nel divenire al tutto alla sua estrema “epifania”.
La precoce scomparsa dell’artista, avvenuta nel ‘78, proprio nel momento in cui la sua opera stava raccogliendo i riconoscimenti che essa del resto già da tempo meritava - attribuendogli finalmente una effettiva notorietà internazionale - verrà purtroppo ad interrompere il corso delle sue ricerche con le quali l'artista sperimentava ulteriori sviluppi, indagando sui processi della percezione e sulla pluri - dimensionalità delle fluttuazioni luminose, in una serie di progetti plastici caratterizzati da una tensione verso una cangiante spazialità ambientale, verso un dinamismo cromatico di assoluti incanti lirici. All'effrazione concettuale e fisica della tela compiuta da Fontana: segno di un altrove che tramite tale gesto veniva a coincidere con lo spazio stesso del reale, Bacci andava invece opponendo un modo di infrazione dello spazio di superficie ormai concepita sempre più quale piano di scorrimento, luogo di prossimità invalicabili e di lontananze emergenti, le une e le altre trasfuse poi nella vitale adimensionalità dell’immagine, del suo altro di sé che è la causa prima di ogni significante atto dell'arte nel suo farsi materia di apparizione. Nelle galassie che abitano gli spazi pittorici di Bacci, nei magnetismi cromatici delle sue tele - parafrasi dell'impulso creazionistico che l'invera si dispiega una avventura della luce, tra le più alte che la pittura moderna abbia finora figurato, attraverso visioni di una grande bellezza, di una bellezza che viene dal mistero stesso delle profondità dell'essere.

Toni Toniato
 

Edmondo Bacci - Opera

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INFORMAZIONI

Edmondo Bacci - Catalogo Generale dell'Opera - Volume I. Opere 1947-1978
Testo tratto da
"Edmondo Bacci - Catalogo Generale dell'Opera - Volume I. Opere 1947-1978"
Testo di Toni Toniato
Edizioni del Cavallino - Venezia
 
 
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