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Presentazione
Quanti
bar hanno impressionato la retina di una folla!
Bar di metropoli, bar di paesi, bar di fìlm indimenticabili
come Arancia meccanica o Shining di Kubrick o ancora quelli dei bistrot
di Fassbinder.
Franco Vaccari si ritaglia e arreda uno spazio di Biennale per spostarlo
semanticamente rispetto alla realtà.
Una volta segnato il suo territorio, vi struttura un'insidia tanto
sottile da diventare consumabile come una tazza di caffè.
Bar Code/Code Bar, il titolo è a chiasmo, si presenta come
un luogo occasionale di incontro, un bar appunto con tanto di tavolini,
di abat-jour, di distributore automatico di caffè, godibile
dal pubblico come uno dei passage parigini di fine secolo.
Passage che "sono casa come sono stelle", è Benjamin
a dirlo.
Lo
spazio partecipa dell'una e delle altre, ma l'atmosfera ovattata e
rassicurante è incrinata di realtà.
Una volta di più l'artista dilata l'immaginario dell'opera
nell'immaginario della folla che la visita: autore diventa la memoria
collettiva.
La luce, intima, piove sulla tovaglia di lino, discretamente come
nelle confortevoli sale da té mitteleuropee.
Uscito dal rumore di fondo dei precedenti spazi espositivi, lo spettatore
è attratto da questo luogo appartato, vero passaggio dalla
sezione transiti, dove è iscritto, a quella dei trittici.
C'è spostamento, ma non cambiamento che non sia un inaspettato
calo di tensione, un sottoinvestimento di tragico.
Tra due interni di Biennale si inaugura un'interfaccia: è qui
che l'avventura della collisione ha inizio, con tanto di "fenomeno
di immigrazione".
Non è ogni transito una moltiplicazione di frontiere?
Entrando in contatto, due ordini di attenzione negoziano tensioni.
Dato uno spazio come reale, l'artista elargisce prove della sua realtà
come se fosse falso.
Ne bastano due: la garanzia di un marchio industriale, pubblicizzato
dai media e quindi rassicurante (distributore automatico) e un caso
politico deplorato dai media (fatto sociale destabilizzante), segnalato
esponendo il ritratto della donna in questione e chiedendo al pubblico
un coinvolgimento scritto.
Un caso nasce tra le pieghe di una legge differente.
Non è inopportuno ripensare che, alle spalle di questo "luogo
di incontro", si muove la storia delle situazioni- in - opera
di Franco Vaccari e dei testi (Esposizioni in tempo reale, denominazione
che gli appartiene, Duchamp e l'occultamento del lavoro, Fotografìa
e inconscio tecnologico) e quindi interrogativi sui luoghi e i modi
dell'opera d'arte, sui dispositivi di produzione di valore connessi
all'abilità tecnica, sui versanti umani e post-umani di una
società capitalistica post-industriale.
Facendo qui interagire la grafica perversa del codice a barre con
il ritratto di un'esponente sociale, l'artista prefigura concettualmente
la condizione della "realtà virtuale".
I suoi ambienti, permeati di calore rassicurante, risuonano di stridii
di polaroid, di gorgoglii di distributori automatici.
Suoni
rotondi si mescolano a sibili per ricordare che l'uomo rammemora,
ma la macchina memorizza, la carta informa, ma il computer informatizza.
L'artista non espone momenti d'arte, ma sottoespone o sovraespone
momenti di vita; spettatore e insieme attore di un film neorealista
italiano, Vaccari partecipa di un "realismo concettuale"
che non cessa di esibire la sua attitudine a contagiarsi di realtà.
La sua biografìa in nulla assomiglia a quella degli altri artisti,
il suo curriculum è il quotidiano, le sue pubblicazioni un
diario della mente e dell'occhio, scritto dal reale e leggibile come
un passo di Aragon, l'autore che mai ha cessato di esercitare il suo
fascino su Franco Vaccari.
Viana Conti
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Informazioni

Tratto dal catalogo: "Franco Vaccari - Esposizione
in Tempo Reale n.21
Bar Code - Code Bar"
Edizioni Archivio di Nuova Scrittura.
Testo di Viana Conti.
XLV Biennale di Venezia 1993 © dei rispettivi autori.
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