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Presentazione
testo a cura di Valerio Dehò
Se
la poesia visiva centrava la sua azione sul concetto di un'avanguardia
che si fa gruppo di lavoro e di produzione, movimento politico culturale,
le eterne vicende della parola dipinta rivelavano un cotè più
strettamente letterario.
Gli stessi componenti del Gruppo 70 hanno composto poesie tradizionali,
ma certamente la caratteristica di questi è stata quella di
puntare il fucile dell'arte sul mucchio di immagini pubblicitarie
o dei rotocalchi che tessevano le trame del potere della nascente,
invasiva comunicazione mediatica: distruggerlo o per lo meno usarne
il linguaggio per invertirne il senso, è stato l'obbiettivo
dichiarato profondo dalla loro guerriglia semiotica.
La ricerca era quindi autenticamente all'interno di una tradizione
di relazione tra mondo delle immagini e mondo delle parole.
La scrittura visuale invece crea immagini a partire dalle singole
parole: sono queste che isolate, ingrandite, stravolte, miscelate,
centrifugate producono una forma che di per sé giustifica il
messaggio.
I prodromi sono negli alfabeti di lingue inesistenti, nei giochi tipografici
del futurismo, nei bianchi silenzi di Mallarmè, nel dadaismo
di Iliazd, nelle "primitive" scritture di Klee.
Negli anni sessanta sono poi da ricordare i Cvokogrami del grande
Jiri Kolar e i paesaggi mentali del poeta tedesco Carlfriedrich Claus
in cui già la scrittura non aveva più il supporto di
un univoco universo di discorso, ma si presentava nella sua totale
asemanticità.
Lasciando stare le tecniche per ottenere l'assoluta libertà
della scrittura dal suo significato è bene ricordare che anche
in pittura alla fine degli anni cinquanta l'esperienza di Tobey eppoi
di Twombly o di altri italiani come Festa, andava verso la ricerca
di un abbandono del gesto informale, e verso una forma libera ma concreta
e oggettiva che solo il linguaggio poteva suggerire.
La spazializzazione insita nell'attività scrittorio-linguistica
a cui siamo indotti fin da piccoli, è un imprinting a cui non
possiamo rinunciare.
La stessa abitudine a organizzare il pensiero in forma verbo-lineare
offre poi la possibilità all'artista di giocare senza troppi
problemi sullo straniamento di una scrittura organizzata soltanto
in forma visiva.
In più in Italia si aveva la sensazione, se non la certezza,
che liberare la parola dalla fonè avesse un valore rifondante.
Esperienze straordinarie come "Ana etcetera" (1958) di Martino e Anna
Oberto sono lì a testimoniare che il supporto teorico andava
di pari passo con la ricerca, e questo è un elemento caratterizzante
di tutta la ricerca verbo-visiva. D'altra parte si trattava e si tratta
di intellettuali, forse per questo il Grande Mercato dell'Arte ha
sempre dubitato di loro.
Però sul terreno del fare la scrittura si materializza la sua
volatilità, l'essere fatto di consuetudini e convenzioni mai
scritte eppure costitutive.
Alla fine la regola generativa consiste nel fare degenerare il codice,
di smontare la norma nelle sue infinite eccezioni.
Si può cominciare dallo sconvolgimento dell'ordine sequenziale
per arrotare le frasi in spirali, galassie dagli incerti confini.
Il colore diventa un elemento significante di per sé che assommato
alla parola, alla lettera conduce a evocazioni libere ma comunque
iscritte nella dinamica delle associazioni mentali.
Gli stessi stili di scrittura possono diventare un veicolo di valori
formali a cui il linguaggio destrutturato fornisce una comune base
d'incomprensione.
La frantumazione della parola, il suo uso improprio, la coinè
visiva di differenti forme linguistiche, l'emergenza del colore come
alienazione della tradizione bianco/nero-vero/falso-giusto/sbagliato,
la palesata infermità del ductus della scrittura, la linea
verbale che si piega alle dolcezze di una geometria libera, la saturazione
visiva e ossessiva che svuota una parola del proprio senso, sono alcune
coordinate in cui si esprime la scrittura visuale quando non cerca
di diventare oggetto per fondersi, pur nel rispetto della propria
linea di ricerca, con la più vasta conceptual art che origina
dall'identificazione dell'arte con la filosofia e la scrittura.
Ma non si insisterà mai abbastanza sull'insistere che queste
ricerche nelle loro articolazioni e suddivisioni sono figlie della
maturità delle ricerche logico-linguistiche che sulla riscoperta
di Saussure, sul fascino infinito del Tractatus di Wittgenstein, sulla
definizione di metalinguaggio di Tarski e sull'esperienza estetica
delle avanguardie storiche (Futurismo e dada innanzi tutto) hanno
coltivato il fiore di una poesia ironica, aggressiva, misteriosa.
Hanno cercato di polemizzare con la società e la tradizione
costruendo un'alternativa linguistica al potere della comunicazione
standard, quella che si appoggia e produce soltanto potere e denaro.
E mentre sugli esiti si potrebbe discutere e magari prima o poi si
dovrà farlo, è vero che il successo e la diffusione
mondiale delle ricerche verbo-visive, sta a ricordare anche la più
importante stagione dell'utopia di un'arte a cui (quasi) tutti potevano
accedere.
Valerio Dehò
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