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"Les Songes
drolatiques"
A
scorrere le raccolte di canti e proverbi siciliani, sembra incredibile
che il mare, per un'isola che ha 1039 chilometri di coste, sia un
elemento quasi ignorato o tenacemente rimosso, fatta eccezione per
i paragoni alla bellezza femminile (quando è sereno, quando
fa specchio), alle passioni (quando è agitato); e per la visione
di quando vi veleggiano i vascelli che portano grano alle città
affamate; alle città del granaio d'Italia.
Per il resto, il mare è amaro, chi ha roba sul mare ha niente,
chi può andare per terra non vada per mare, costa più
il nolo che la mercanzia, chi naviga per mare solo pericoli può
raccontare; e così via.
Qualche avvertimento o prescrizione: mare grande pesci piccoli, chi
pesca in fondo piglia pesci grossi, canna storta pesci porta; e una
sola lode, il mare è ricco.
Questa avversione al mare, terragna, contadina è forse una
delle principali ragioni per cui la Sicilia è come è.
Il mare è ricco ma chi può deve starne lontano.
E anche i paesi e le città che di necessità sono nati
sul mare, subito tentano di voltargli le spalle e di allontanarsene.
La storia urbanistica di Palermo è in effetti la storia di
una fuga, frenetica e confusa, dal mare.
E di tanti altri centri.
Soltanto Agrigento, che ha alle spalle cretosi strapiombi è
andata orrendamente verso il mare: ma sempre creando, tra sé
e il mare, una successione di sipari.
Maurilio Catalano, che pure è nato e vive allo Sperone, una
contrada marina di Palermo, non deroga da questo sentire popolaresco.
Nella sua dimestichezza col mare, anche da pescatore, e appassionato
per giunta, c'è un fondo di terrore.
Il suo mare è popolato di enormi balene (bianche, ma incidentalmente:
nessun riferimento a quella di Melville) che inghiottono pescherecci
e navi di linea; di polipi mostruosi; di foreste di coralli sensibili
e voraci come piante carnivore.
Vi avviene anche l'eterno e proverbiale dramma del pesce piccolo mangiato
dal grande; ma è cosa di poco conto, a confronto del vivamaria
che succede a bordo di una nave quando un polipo la incatena o i coralli
se l'abbracciano o una balena se la crocchia come biscotto.
Il «Viva Maria» che si leva dai naviganti che stanno per
finire, come Pinocchio nel ventre della balena, è un vivamaria:
non cioè il grido della devozione, l'apice di una festa, ma
il massimo della confusione, il punto in cui il mondo si rovescia.
Non per lo scampato pericolo, la morte sfiorata, il miracolo, la salvezza
del corpo e dell'animama invece il nome di Maria si leva in lode e
gloria perché il pencolo incombe, la morte è inevitabile,
impossibile la salvezza; e insomma il miracolo appunto consiste nel
perire.
E morirono felici e contenti o felici e contenti impazzirono: come
in ogni fiaba che si rispetti e anche in questa, che sotto sotto è
forse una fiaba ecologica, che Maurilio Catalano ci racconta parodiando
mezzi, modi e moduli dell'arte popolare: della pittura su vetro, degli
ex-voto, delle figurazioni tra mistiche e superstiziose.
Tutto è trascrizione ironica, e consapevolmente ironica, a
volte diretta, a volte rovesciata, della cultura popolare di grado
infimo: e ne vien fuori un curioso repertorio di «songes drolatiques»,
tanto riflesso e introverso quanto all'apparenza è immediato,
vivido, allegro.
Palermo 13-4-1972 - Leonardo Sciascia |
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"La vita e la morte"
acrilico su tela
150x110, 1992 
"Barca con rais"
acrilico su tela
60x80, 1992 
"Barca e pesci"
acrilico su tela
80x60, 1992 
"La morte e il mare"
acrilico su tela
100x80, 1992 
"I fondali dell'isola"
acrilico su tela
100x80,1992 
"Barche nel golfo"
acrilico su tela
80x60, 1992
Informazioni

Tratto dal catalogo "Maurilio Catalano - Parlement
Europeen - Palais de l'Europe - Strasbourg - Octobre 1992"
Realizzato con il patrocinio di
Facoltà di Lettere e Filosofia - Università di
Palermo
Accademia di Belle Arti Palermo
e con il contributo di
Azienda Provinciale per il Turismo di Palermo
testi di Leonardo Sciascia |
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