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La musica del cervello
"Spesso nell'essere oscuro abita un dio nascosto.
E come un occhio nascente coperto dalle palpebre,
Un puro spirito cresce sotto la scorza delle pietre."
Gerard de Nerval
Un guscio di testuggine all'interno del quale, immersi in una colata
di cera d'api, si vedono le immagini delle due parti del cervello
in fotocopia. Due rami in croce sono attaccati sui bordi del guscio.
Il più lungo, ricurvo, si protende oltre il bordo verso l'alto
e termina con le chele di un crostaceo. Dalla sua estremità
si dipartono alcune corde cerate, fissate e tese da cavicchi all'altro
ramo. Al capo opposto del guscio è posta una zappa su cui sta
una statuetta africana. Gli oggetti così assemblati hanno come
basamento una macchina per elettroshock. Il guscio è calotta
cranica, scafo, cassa armonica. I rami sono alberi e sartie, ed insieme
elementi di una lira o di una korà. Le chele e la zappa sono
polena e castello di poppa. La statuetta africana è musicista
e timoniere. L'imbarcazione è anche strumento musicale. La
macchina per elettroshock è energia, vibrazione e ritmo, ma
anche onda e pericolo.
I - La figura e l'opera inaugurale dell'arte novecentesca sono quelle
di Marcel Duchamp, realtà che in positivo o in negativo si
può verificare in ogni operazione artistica contemporanea.
"Duchamp gioca a scacchi, io preferisco giocare a Shangai",
diceva Maciunas, mettendo l'accento sulle analogie e le diversità
fra il gesto duchampiano e il gesto fluxus, più vitale ed aleatorio.
Anche in Claudio Costa c'è il riconoscimento di una relazione
profonda con l'artista francese e nello stesso tempo un presa di distanza
precisa. In un'installazione alla Galleria Forma di Genova nel '77
fra gli altri elementi spiccava l'opera "II Miele dell'Ape d'Oro",
che costituiva il punto focale della mostra. Una piramide di oggetti:
su un tappeto di pelle di vacca era posta una vecchia arnia verde,
ai cui lati erano appoggiati dei favi, l'arnia sosteneva una scacchiera
modificata dove le caselle invece di otto erano diventate nove, in
modo da disporre una terza fila di scacchi per una partita da giocare
in tre. Così Costa spiegava in alcuni appunti: "È
il tentativo di dare 'matto' a Marcel Duchamp. Tutto è mutato:
i giocatori sono alleati e nemici contemporaneamente, non c'è
più solo un fronte, il 'motore' non è più 'immobile',
ma mobile, come mobili sono le idee-api che dirigono i tre giochi
di scacchi.
Marcel ha gli scacchi d'Oro: oro come Opera cercata dagli Alchimisti
e come \ colore dell'ape. Oro come donare l'oro del sapere, oro come
indistruttibilità della materia". Duchamp rappresenta
l'azzeramento della tradizione, ed è noto come prima di passare
al ready-made abbia ripercorso tutte le tappe delle prime avanguardie
fino al Futurismo bruciandone l'esperienza in pochi anni. In fondo
la sua traiettoria è simile a quella di Nietzsche. L'Uebermench,
dopo aver decostruito l'intera parabola della civiltà occidentale
e dopo averne trasmutato tutti i valori, si riprende dal Nihilismo
istituendo nuove tavole. Sulle macerie dell'arte europea Duchamp si
assume la responsabilità di porsi come fondamento del senso,
del valore estetico. È su questo piano che Costa tenta di dare
matto a Duchamp e, in fondo, se a Duchamp sono dovuti gli scacchi
d'oro, egli è invitato a giocare su un'altra scacchiera, dove
non esistono più regole che i giocatori conoscono, dove c'è
un Terzo che sconvolge la logica binaria della soggettività,
la struttura della logica e della verità come si è venuta
a determinare nella storia della metafisica.
Niente quindi nuove tavole, ma l'immersione nel divenire, nel flusso
dove i contrari enigmaticamente passano l'uno nell'altro, dove il
caso e i colpi di mano del soggetto non hanno nessuna rilevanza. Ogni
concatenazione è reversibile, anche la freccia del tempo può
cambiar rotta. L'istanza progressiva che nella modernità l'opera
aveva incorporato può essere smontata da un cambiamento di
direziono, da un work in regress. E non si tratta di nessuna restaurazione,
non ne va di nessun status quo da ripristinare. Lo spostamento di
Costa può essere letto piuttosto nella prospettiva di quello
Schritt Zuruck di cui parlava Heidegger, di quel "passo indietro"
che si ritira di fronte all'oggettivazione in quanto necessario correlato
del pensiero rappresentativo e dell'im-posizione della scienza, rapportandosi
all'essere in maniera tutt'affatto diversa.
II - Acqua / miele / cera / vetro / argilla / terracotta / bronzo
/ legno / ottone / farina / paglia / pomice / zafferano / ruggine
/ corteccia / semi / palma / fumo / ossa / gusci di testuggine / oro
in foglia / piombo / tubazioni in ghisa / spago / bicchiere / bussola
/ mascella di cane / coda di pesce / calchi di organi umani / cervello
in cera / cranio umano / cranio di Zinjanthropus ricostruito / bucranio
/ favi di api / favo di calabroni / isolatore elettrico / feticcio
africano / fotografie / fotocopie / disegni / macchina per elettroshock
/ zaino militare / maschere in cera / treppiedi in legno / occhiali
da sci / cellette d'alveare ricostruite / Veneri steatopigie in bronzo
e in terracotta / bacheche in vetro/zappa / chele di granchio / oggetto
per tagliere i capelli / oggetto per tosare le pecore.
Ecco la Tavola degli elementi e degli oggetti, il Vocabolario con
cui l'artista genovese costruisce le opere che compongono questa mostra
"Le case dell'essere" nella Casa di Giorgione, una serie
estremamente varia ed eterogenea che ci riporta alla memoria la ricchezza
barocca della Wunderkammer, la sua aura misteriosa ed esotica.
Assieme a reperti della civiltà contadina e primitiva troviamo
immagini della classicità.
Elementi dei tre regni della natura, minerale, vegetale, animale si
accompagnano ai prodotti del lavoro umano ed animale. Tracce della
vita si alternano a segni della morte.
Macchine per la terapia psichiatrica si accompagnano con feticci rituali.
Storia dell'arte occidentale e dell'arte africana coesistono.
Le tecniche tradizionali del disegno e della pittura si assemblano
alle moderne tecnologie della fotografia e della fotocopia, come d'altra
parte materiali arcaici, terracotta e legno, con materiali industriali,
quali le materie plastiche.
Non c'è però in Costa un'intenzione di decontestualizzazione,
non c'è la ricerca dell'effetto di Unheimlicheit, dello spaesamento.
Per l'artista niente può ridursi a qualcosa come un semplice
oggetto che ci sta davanti attendendo il nostro conferimento di senso,
mentre invece tutto è provvisto di un'anima, di una sorta di
“mana” che evoca a partire da se stesso la sua carica
significativa.
Come la brocca heideggeriana non è anzitutto un recipiente
(così ci assicura la scienza che è certo cogente nell'ambito
degli oggetti), ma l'offerta del versare in cui permangono Cielo e
Terra, Divini e Mortali, in tal modo ogni cosa a suo modo costituisce
questa Quadratura, è una trama di significati in cui dimora
l'essenza di un mondo.
Ogni opera si identifica allora nell'illuminare nelle cose queste
trame, il loro essere evento di un mondo di cui custodiscono in qualche
maniera il senso.
Dimore di un mondo le cose, le opere a loro volta lo sono alla seconda
potenza, col profilo più ricco e più incisivo della
forma.
La pratica dechirichiana e duchampiana del detournement viene sostituita
da un'operazione di natura archeologica che mira a reintegrare gli
oggetti nella loro vera sostanza , che è antropologica ma non
soggettiva, seguendo le tracce che ancora conservano, o da un'operazione
mitopoetica che ne evidenzia le virtualità simboliche.
III - In realtà tutto ciò che appare immobile è
invece sempre in movimento, ogni cosa è carica di eventualità
e partecipa al flusso universale, come icasticamente attestano le
sentenze di Eraclito.
Quindi l'arte, nella fissità delle sue forme, non può
non inglobare il movimento, non può non esprimere questo paradosso
dell'unità di moto e quiete.
Si può dire che in tutte le installazioni di Costa siano presenti
degli elementi che al divenire, al flusso e alla trasformazione fanno
riferimento.
E non solo come semplice estensione di un fenomeno fisico, come succedeva
in certi esiti dell'Arte Povera. Il Divenire è sia fenomeno
fisico che principio metafisico, “arcké”. È
l'eterno transito fra vita e morte , è inarrestabile ciclo
di generazione e corruzione in cui Dioniso subisce la morte e rinasce
("Lo smembramento di Dioniso"), è la primordiale
ed inesauribile fertilità che si moltiplica ("La nascita
della Venere delle api").
Leit motif dell'intero ciclo di opere "Le case dell'essere"
è però l'insetto primordiale, l'Ape, la sua incessante
opera di trasformazione, la sua alchimia, il suo aureo colore e i
suoi aurei prodotti. Le api, la cera e il miele erano la chiave di
volta anche della mostra "II Miele dell'Ape d'Oro" del '77.
Con più ricchezza viene oggi riproposto lo stesso tema, nel
quale non è arduo vedere la metafora dell'Opus alchemico.
L'Alchimia ha svolto nel lavoro di Costa un ruolo fondamentale come
l'analogo di un percorso salvifico e rigenerante.
Gli alchimisti istituivano un parallelo fra la Grande Opera e le tappe
della formazione di un essere umano, l'accoppiamento, il concepimento,
la gravidanza, il parto e, infine, il nutrimento speciale necessario
al bambino.
Costa utilizza l'approccio alchemico per metabolizzare le sue esperienze
e per costituire "procedure di salvezza" per il suo stesso
io.
Ma il lavoro dell'Ape, dell'Alchimista, dell'Artista significano in
più l'alternativa all'Homo faber, alla Tecnica moderna, un'alternativa
che porta a collaborare con le leggi della materia piuttosto che ad
infrangerle.
In conclusione, se gli alchimisti volevano percorrere la strada della
reintegrazione del reale alla gloriosa condizione primordiale, Costa
vuole dirigersi verso quella "stanza antica", allargata
a dismisura eppure affollata di cose, zeppa di sentire eppure solitaria,
in cui tutto è netto eppure sfuma di continuo, in cui fra vita
e morte non c'è distinzione, in quella dimensione ritrovata
in Africa e a cui continuamente allude.
Tiziano Santi
Castelfranco Veneto, Gennaio '93 |
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Informazioni

Tratto dal Catalogo: "Claudio Costa - Le Case dell'Essere"
De Ferrari
Editore
Casa del Giorgione - Castelfranco V.to
6 - 28 Marzo 1993
Testi di Tiziano Santi, Giorgio Cortenova, Maurizio Nicosia.
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