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Dare Ombra

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  Elogio dell'ombra
<< prima parte

Opera di Ennio Bianco«Ma tu amico mio, se vuoi vivere tra gli uomini, impara a rispettare prima la tua ombra e poi il denaro».

da «La storia meravigliosa di Peter SchlemihI»

di Adalbert Von Chamisso




E la borghesia ha da sempre scambiato la sua arte come l'unica possibile, per di più portatrice di valori assoluti.
Su tali valori i sostenitori del ritorno alla pittura hanno suonato la grancassa, senza sospettare che i medesimi valori erano già adoperati come mercé di scambio della cultura commerciale.
La novità di questa posizione consisteva nel clamore, nella spettacolarità della rappresentazione, nell'orientamento del mercato.
La nuova pittura è stata incoraggiata da un recupero sociale di posizioni contrarie ad ogni modificazione dell'esistente. L'idea di oltraggio insita in ogni operazione artistica che cerchi il superamento, è stata abbandonata per dei prodotti levigati e professionali.
Il fiorire di piacevolezze stiliche è stato accompagnato dalla cultura della citazione, una teoria non nuova che affiora nei momenti di transizione al nuovo, ma che novità non è.
Vuoi dire che bisognerà attendere per riaprire ancora gli occhi?
Non è semplice uscirne, anche se è ancora più complicato rimanerci.
Le mostre sul concettuale che si stanno tenendo in questo momento, testimoniano di un ritorno d'interesse per degli autentici protagonisti dell'arte contemporanea, sempre lucidi e creativi, all'interno di una corrente artistica e di pensiero sempre ricca di proposte.
Per essere originali non è sufficiente negare quello che è stato fatto precedentemente.
Le stesse avanguardie storiche hanno dovuto superare questa impasse.
Il valore propositivo sta nel rapporto dell'arte con la sua storia attraverso la mediazione del sistema nervoso centrale di una cultura.
Quando l'arte si pone come esperienza, il pensiero interagisce con l'azione e l'autonomia dell'arte risulta amplificata dalla sua immagine del mondo.
È chiaro che l'universo dell'arte è troppo limitato perché tutti ci si possano ballare sopra, ma la professionalità richiesta ai ballerini non è una condizione sufficiente, le leggi dello spettacolo non arrivano fin qui.
Chi cerca qualcosa di diverso si deve accontentare dei margini del discorso, quei margini in cui scivolano le verità che lambiscono l'esperienza.
Non vi possono essere delle città artificiali all'interno delle quali far crescere delle generazioni di artisti, è preferibile il bordello senza pareti di cui parlava Genet.
L'arte deve essere in anticipo sui tempi, non può mettersi a rincorrerli. Un quadro deve parlare di qualcosa che accadrà e non certo di qualcosa che è passato.
La realtà non condiziona la sfera dell'attività artistica ma deve fornire i materiali per i suoi sogni.
Certamente si escludono ideologie e rapporti casuali tanto semplificati e scemi da non discuterne. Si cerca nell'opera d'arte un momento anarchico di comunicazione nel mondo sempre più soffocante della notizia.
Continuità e rottura: senza questi due fondamentali momenti del pensiero rischiarne di accedere alle mode semplicemente con un gesto del telecomando.
All'interno della malleabile ottusità della comunicazione del potere, l'evento artistico prefigura gli spazi di coscienza non ancora intasati dall'inutile ripetizione di frasi e immagini.
Gran parte dell'arte in distribuzione in questi ultimi dieci anni non ha ombra, esposta alla luce non lascia alcuna scia dietro di sé e senza ombra non si da realtà.

MATERIA UMBRATILE

L'accenno all'ombra sposta il discorso riportandolo al rapporto fra le arti figurative e la produzione del senso, facendo emergere così il legame fra critica e storia dell'arte, legame sotterraneo e nascosto, che quando riaffiora costringe a delle prese di posizione scomode e necessario.
Al di là dell'opera-evento si dovrebbe scorgere la presenza di un «programma» di un serie d'intenzioni simboliche che ne costituiscono lo sfondo culturale.
La molteplicità degli aspetti della cultura moderna, moltiplica i «programmi» e favorisce le sovrapposizioni e i rinvii.
Questo «programma», riprendo il termine da Gombrich, nel Rinascimento poteva essere l'emergenza di una ripresa di certi studi filosofici o l'affermarsi di una cultura che sosteneva i valori sociali che si erano creati all'interno della società.
Non solo referente culturale quindi, ma patrimonio di pensiero in cui l'opera è immersa in modo consapevole o meno.
I valori specifici dell'espressione artistica risultano amplificati da questo programma che altro non è che l'ombra che l'arte getta sulla comprensione, l'aura d'indeterminatezza e di sospensione che ogni opera d'arte dovrebbe possedere.
L'espressione formale interagisce in modo determinante tanto che il programma originale ne risulta modificato, l'ombra diventa un luogo di creazione di nuovi valori che modificano il referente di significazione.
Se la figura dell'artista in quanto creatore e non soltanto come prestatore d'opera ad altrui idee o addirittura a modi di pensiero totalizzanti come la religione, risulta amplificata dalla libertà che ti ruolo nella società gli ha aperto è nel contempo più impegnata.
Tale responsabilità è astratta e non coercitiva.
Se nessuno può domandare ad un artista di mettersi al servizio di una ideologia, gli si può chiedere di dichiarare la propria poetica, di prendere posizione attraverso la sua arte.
Lo scadere della funzione dell'artista è andato di pari passo con la deresponsabilizzazione dell'arte, con un suo ruolo marginale nella cultura una volta assimilata al mercato e allo spettacolo.
La tendenza non è controllabile e in questo momento il mercato è tutto e richiede certi prodotti che i mercanti si affrettano a procurare.
Le stesse proposte di nuovi artisti sono razionate, si rischia sempre meno. L'arte con una propria ombra e non con quella surrettizia che qualsiasi critico è disposto a creare nel nome della libertà di pensiero, è più pesante e meno vendibile.
Generalizzare un atteggiamento e ipostatizzare il disimpegno in favore di un anarchismo bene organizzato, è stata la più grave colpa della recente critica d'arte che ha proposto il rappel a l'ordre di cui parlavo all'inizio.
Se la funzione dell'arte è quella di arricchire il patrimonio di conoscenze della propria epoca non si può continuare a far finta di niente, a immaginare che quello che si vede fuori dalla finestra sia soltanto un telefilm che passa periodicamente alla TV.
Si richiede l'impegno nei confronti di un modo d'intendere l'arte e l'esperienza che non sia confinato nel mondo dei ricordi.
Se il cinismo della critica fa riflettere sul ruolo del potere intellettuale, il cinismo della pittura e dei pittori atterrisce.
Se l'artista rinuncia ad essere in conflitto con la società, rinuncia ad essere in conflitto con se stesso e si può avviare ad una tranquilla sterilità.
Il pensiero dell'arte non getta più ombra su alcunché, non vi sono spazi per agire in quanto il significato dell'esperienza sta soltanto nell'adeguarsi alla richiesta, con la moderata novità e trasgressione che si attribuisce ad ogni creazione artistica.
Questo conformismo ben retribuito (sottolineo il parametro economico che è quello più interessante per lo spettacolo dell'arte) ha creato dei danni che dureranno a lungo, mentre si smorzano gli echi del ritorno alla pittura e la critica straniera con le grandi istituzioni internazionali accreditano il periodo del concettuale come una tappa dell'evoluzione artistica contemporanea che continua ad occupare il presente.
«Quanto c'è di provocatorio nell'arte moderna viene continuamente azzerato da assegni e cocktail», scrisse Moholy-Nagy intorno al 1944 e la frase possiamo sottoscriverla oggi, consolandoci che in questa lamentazione funebre siamo in buona compagnia.
Non si tratta di praticare un moralismo di ritorno quanto piuttosto si tratta di cercare d'intravedere nelle nebbie pubblicitarie che ristagnano su riviste e fiere, quali artisti al di là delle pedate che ricevono riescono a camminare sulle proprie gambe.
Quando l'arte si ciba di se stessa, finisce sotto i tavoli tenendosi la pancia per l'indigestione: è accaduto con Guido Reni (il quale se non era «divino» era sicuramente «grandissimo») e sta accadendo con i trans e neo che ripetono fino alla stucchevolezza le loro immagini di immagini di immagini.
Se nella storia della cultura i periodi di citazioni (anche quelle giudiziarie) sono stati innumerevoli e periodici, il persistere nell'atteggiamento è un'inutile pervicacia.
Abbiamo assistito in letteratura (penso all'OULIPO, a Quenau, a Perec, a Calvino fino a Eco o Puig) a numerosi e eccellenti esempi di meta-letteratura, di una letteratura che si alimenta da se stessa, che parafrasa e riscrive, che finge modi e pensieri appartenuti ad un'altra epoca, ad altra gente, rivelando i meccanismi della scrittura oppure occultandoli definitivamente attraverso l'eccesso della forma.
Tutto il ritorno alla pittura è stato un rapido immergersi nella memoria, un riappropriarsi di stilemi perduti in una fiera della vanità e della pocaggine lautamente gratificata dal pubblico e dal mercato.
Ma probabilmente la festa è finita e si può passare ad altro.
È giusto ritrovare la propria appartenenza temporale, riappropriarsi del presente, dell'ombra perduta.

FORME D'OMBRA

L'opera d'arte deve cercare la sua sacralizzazione non all'interno della mitizzazione commerciale, ma rivolgendosi all'esterno nella complessità dei rapporti normalizzati della cultura massificata e delle spinte centrifughe delle sotto-culture non codificate.
Il suo spazio è «altrove» rispetto all'immagine convenzionale che la società le assegna e la sua scelta deve essere l'incomprensibilità come scelta di progettualità e non soltanto come occasione di rottura.
 

Se ci si pone dal punto di vista di chi instaura un archetipo comunicativo, non si può eludere il problema che ogni forma di immediata riconoscibilità costringe la comunicazione stessa nell'ovvietà, il che se favorisce la riconoscibilità immediata pregiudica ogni nuova acquisizione, ogni accenno di novità.
Se un'opera d'arte si pone come facilmente esplicabile, vuoi dire che ha margini delimitati, che adopera un linguaggio ipercodificato, che non ha alcuna ombra da allungare sulla realtà.
In questo senso l'avvertimento contenuto nella favole di Peter SchlemihI, «Chi non ha ombra, non vada al sole», inquadra la funzione primaria dell'ombra che è quella di rivelare la realtà.
Si tratta di una prova d'esistenza che ritorna spesso, per esempio, negli scritti di Moholy-Nagy, per attestare una presenza vitale che si contrappone dialetticamente con la luce.
Come in un negativo fotografico i valori luminosi s'invertono, le ombre diventano scie luminose, la luce ristagna nella oscurità.
Un esempio d'interrelazione fondamentale per comprendere anche il rapporto negativo (questa volta non in senso fotografico) in cui spesso l'arte si è posta nei confronti del mondo circostante, della società, dell'estetica del bello, temi questi necessariamente ricorrenti anche se slavati dai loro contorni romantici come è naturale che sia.
Non è forse vero che il titolo di una grande retrospettiva dedicata all'arte concettuale si chiamava proprio «Vitalità del negativo»?
Questa funzione dell'ombra è euristica, serve a seguire una traccia che può portare perfino alla verità.
C'è del misticismo in tutto questo ed è giusto che sia così a patto che non si fondino sette e non lo si vada a predicare.
L'oggetto d'arte è mistico per ostentazione pura e semplice.
La sua tensione umbratile, la sua carica d'attese consiste nella realtà che sa oscurare, nelle risposte che non da.
E questa comunicazione in fieri, questi segnali da un nuovo mondo costituiscono un'eruzione della sensibilità che blandisce il pensiero.
In questo senso si può parlare di possibilità che si aprono alla conoscenza, la quale resta aperta all'esperienza e alla sperimentazione e, quindi, alle regole induttive della novità, non a quelle deduttive della certezza.
Nei margini, nelle pieghe della sensibilità, nelle cantine dell'immaginario si celano semplici e scomode verità, nascoste dal continuo passaggio delle mode culturali.
In questi coni d'ombra si allunga la realtà irriflessa, quell'ombra che è condensazione di luce non certo il suo perdersi: e in questi coni d'ombra si costruisce il senso delle parole di domani.
Un'altra orma dell'ombra è quella di essere presagio, magia.
L'ombra ha un aspetto di minaccia che appartiene agli archetipi della paura, della notte, del buio.
Se la notte getta la sua ombra sui nostri sogni, il buio è presagio di morte, aurora d'assenza.
L'aspetto dell'ombra come annuncio di una realtà che non coincide con la vita, una sorta di spazio neutrale occupato di volta in volta da risucchi infernali o da ineffabili guadenze riservate in genere all'anima ascensionale, rispecchia il lato oscuro dell'arte che spesso mette in comunicazione con i risvolti sgradevoli dell'esistenza senza risparmiare il sorriso dell'estetica.
Il legame poi della morte con l'arte per il tramite dell'ombra si esplica attraverso tutta la pittura sacra che ricorda costantemente il momento della dipartita, il dolore, attraverso parabole o metafore che vengono riconsiderate soltanto dal naturalismo caravaggesco.
In questo caso ogni turbamento viene drammatizzato in un'estasi dell'ombra che abbraccia la vita, mentre la morte dismette le sue astuzie per rivelarsi.
E l'ombra ci osserva anche dai magnifici quadri di De La Tour in una visione della vita che è eterna penembra e in cui la semplice luce di una candela è sufficiente a delimitare lo spazio di un crepuscolo metafisico.
Eppói la pittura simbolista nordeuropea e l'espressione del Die Brucke hanno guardato al romanticismo di Friedrich come all'ultima possibilità per una mistica della natura prima dell'abbraccio mortale del positivismo.
Pensate a Munch in cui l'ombra è colore o a Nolde in cui è materia pulsante che invade la superficie dell'opera.
Del resto già nella grande grafica tedesca del '500 troviamo espressa una condizione umana incisa nel mondo a forti contrasti e sempre minacciata da una Danza della morte che non risparmia a nessuno.
Ci sono inoltre le ombre dei Café-chantant e della Goulue di Touluose-Lautrec che distribuisce la propria infelicità nei bordelli e nei bistrot, mentre qualche altro arrivato in ritardo non comprende che lo spirito del tempo non si nasconde sotto le crinoline della società del bon ton.
E ci sono le ombre della materia che espone se stessa, che con la sua scabrosità viola le leggi della forma e del disegno per manifestare se stessa come forma e disegno, tracce di una sensibilità senza speranza, ma non disperata.
Infine ci sono le fredde ombre di una natura sezionata e ricostruita secondo un'estetica che cerca di annullarsi come estremo tentativo d'estremizzarsi (Cari Andre), di un'utopia pan-naturalistica che cerca nell'evento estratto dal flusso del tempo di sottrarre l'arte al museo e al circuito delle merci (J. Beuys), di un'estetica dello scarto e del rifiuto meccanizzato per costruire delle macchine celibi o autodistruggenti, dei teatrini di morte che esibiscono la distruzione del fuoco violentemente autobiografica (Yves Tinguely).
E con gli esempi ci possiamo fermare qui. Ma vi è anche un'altra forma dell'ombra che si apparenta con l'ispirazione e con la fantasia e che costituì argomento di dibattito filosofico dal tardo Medioevo fino al Rinascimento maturo.
Mi riferisco alla teoria dello «spirito peregrino»; cioè di quella capacità che è concessa agli artisti e ai poeti, di poter far viaggiare la propria anima verso le alte sfere dell'intelletto, per giungere alla rivelazione, alla conoscenza,
Questa concezione assimila l'ombra alla «materia sottile» che consente all'artista di superare i limiti dell'umano, a «trasumanar» per accedere direttamente alla comunicazione divina.
In ambito cristiano lo sviluppo della riflessione ha portato alla congiunzione del «sacro fuoco» con il mondo supra-sensibile, adoperando come intermediario lo Spirito in quanto forma dell'anima.
«In realtà, se il ferirne 'forma essenziale' può essere usato parlando dell'Intelletto (Spirito) è solo perché quest'ultimo nella sua azione sulla materia di una certa anima, finisce per costruire la 'forma personale' dell'anima stessa».
Senza entrare nel merito dei rapporti fra anima e spirito, forma e materia, è sufficiente sapere che il movimento della conoscenza associato al raggiungimento della bellezza, era un movimento ascensionale in quanto la conoscenza consisteva nel congiungimento dei dati sensibili con gli archetipi esistenti presso Dio.
La concezione richiama il platonismo per cui la realtà è soltanto l'ombra del mondo dell'intelletto o mondo delle idee e che pertanto ogni genuina conoscenza poteva esplicarsi con un viaggio al di là della finitudine e del sensibile.
Lo Spirito viaggiatore è ombra e l'ombra è fatta di materia sottile che può modificare l'aria circostante, come leggiamo in Dante:

Secondo che ci affiggono i disiri
e li altri affetti, l'ombra si figura.
(Purg., XXV, 106-7)

In questo senso l'ombra si associa alla conoscenza, diventa legame mistico in chiave di Rivelazione e razionale in chiave gnoseologica.
Si può parlare dell'ombra in quanto messaggera di conoscenza all'interno di un'estetica che coniuga bellezza e conoscenza, come termine per l'incantesimo della materia.

QUI SI CONCLUDE

II discorso sull'ombra e sulle sue forme è servito per affermare un concetto di arte che si pone in contrasto con la deliberata superficialità e decoratività della stessa.
Il decoro non è compito dell'arte, la critica alla sensibilità invece lo è.
L'equivalenza bellezza-conoscenza ha ancora un significato, anche se «bellezza» non sta più semplicemente ad indicare il risultato della gradevolezza estetica.
Così come non sarà un colpo di dadi che abolirà l'azzardo, non sarà la superficialità del sistema che ci farà dimenticare la funzione dell'arte.
L'impegno richiesto non è sociologico o politico: riguarda la responsabilità di fronte al proprio lavoro e alla propria storia.
Se la comprensibilità dell'arte può diventare la sua condanna, la conoscenza estatica assicura le dovute incertezze della conoscenza estetica.
L'estasi, la proiezione al di fuori del corpo dell'anima sensibile, non appartiene al linguaggio gastronomico o sessuale, ma a quello filosofico.
Probabilmente questa non è un'epoca autenticamente neo-barocca, le manca qualcosa d'importante.
L'estasi procura dolore in quanto il processo della conoscenza è costretto a superare ciò che in Natura è compresente.
Lo spirito peregrino scaglia la sua ombra in una dimensione altra, oltraggiosa procurando sofferenza al pensiero che si avventura oltre l'universo riconoscibile.
Per questo il ritorno alla pittura è stata soltanto un'operazione parziale e frettolosa, rigorosamente ignorante su quanto la pittura stessa ha espresso in termini di cultura e di conoscenza.
Ma questo già lo si sapeva.

Bologna, gennaio 1989
Valerio Dehò

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