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Dare Ombra - Ennio Bianco

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  Presentazione

Ennio Bianco - ParticolareNell'età postindustriale, nella cultura «postmoderna», con le trasformazioni tecnologiche legate all'informatica, si sono create nuove condizioni che non possono lasciare intatte ne la natura del sapere ne quella degli oggetti, delle «cose».

Se ciò è vero, è diventato necessario che la riflessione se ne occupi a fondo, a tutti i livelli, relativamente a tutti i linguaggi, compreso quello dell'arte.

In questa direzione, fin dai primi anni '80, il lavoro di Ennio Bianco si è mosso attorno al nodo arte-elettronica.

Se il software diventa sempre di più il linguaggio del sapere, può o deve essere il linguaggio dell'arte, e se lo può attraverso quali modalità?

Ed ecco allora l'invenzione di programmi, programmi che venivano tradotti in immagini sul video con l'intento di evidenziare le caratteristiche espressive di quest'ultimo: la luminosità, i pixels, le possibilità di cancellazione-spegnimento, l'ambiguità delle sovrapposizioni.

Un percorso che si inseriva in qualche maniera a livello metalinguistico.

In seguito l'avvento dell'alta definizione e della simulazione-elettronica attanagliavano e seducevano lo spettatore con le loro mirabolanti evoluzioni e determinavano la conseguente rinuncia a rincorrere tutte le novità che la tecnologia mette a disposizione quasi quotidianamente, la volontà di stringere più da vicino il problema del software.

Diventava allora necessario rigettare il video, l'idolatria dello hardware, rifiutando assieme il consumismo tecnologico, ma non i linguaggi tecnologici, i codici per produrre immagini in spazi euclidei o meno.

Da questo momento gli interventi di Bianco si sono orientati verso la lettura degli statements di un programma, verso la proposta del listing come opera d'arte.

Se la forza trainante di questa società è il software, occorreva accentrare su di esso l'attenzione.
E il modo non poteva essere altro che il ricorso alla lezione duchampiana.

Togliere le immagini e la scrittura del software dal video e dai moduli continui per portarle altrove, decontestualizzare per esempio l'immagine di un bicchiere o di una macchia di colore, le istruzioni del programma per acquisire e digitalizzare le stesse attraverso una telecamera (istruzioni magari scritte in carattere romanico per spiazzare lo spettatore presentando l'ultra-tecnologico con una veste antica che da il senso del durare).

L'operazione di riprodurre questo materiale su dei teloni plastificati, come quelli dei camions, non va letta tanto come il ricorso ad un espediente curioso, ma l'invito a riflettere sugli spazi della visibilità.

L'uso dell'automobile con i sistematici incolonnamenti fa si che ci si trovi a guardare per delle decine di minuti la parte posteriore di qualche camion, essendo precluso il paesaggio da centinaia, migliala di cartelloni pubblicitari.

Per ciò la destinazione di questi teloni è stata pensata anche in vista dell'utilizzo reale di questo spazio che sembra essere l'unico per chi viaggia.

Altre opere si indirizzano completamente al software, ai codici in generale e in particolare alle codificazioni a barre.

Queste ultime sono presenti ormai su ogni oggetto, su ogni artefatto, per integrare i flussi informativi che interessano i processi produttivi e distributivi, la «carta di identità» degli oggetti, per cui non tanto paradossalmente si può dire che l'oggetto sta diventando il suo codice a barre, la sua carica informativa.

Ad esplicitare questa situazione sono rivolte due «sculture» che riproducono in discrete dimensioni i ritmi degli elementi di questi codici, ancora decontestualizzandoli, ma soprattutto la decisione di firmare le opere stesse apponendo loro un codice a barre che significa «Arte».

Per Bianco non solo gli oggetti ma anche le opere d'arte trovano nel sistema la loro condizione di esistenza identificandosi in un codice a barre.

(Tiziano Santi)
 

Ennio Bianco - Opera
Vino Rosso
1988
Ennio Bianco - Opera
Box
1989
Ennio Bianco - Opera
Scultura ?
1988
Ennio Bianco - Opera
Case Red
1989

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Ennio Bianco
Vito Mazzotta
Hossein Golba
 

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