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Presentazione
Nelle
opere di questi ultimi anni Vito Mazzotta mostra il suo corpo nudo
abbandonato sulla roccia, negli anfratti e nelle crepe della terra,
perfettamente aderente alle sue sinuosità. È
come pietrificato, ha assunto l'essenza stessa di ciò che lo
sorregge e sembra custodirlo.
Forte potrebbe essere la tentazione di classificarlo nei vari contenitori
che la critica ha fabbricato nel passato come una forma di arte della
«performance», di body art, di earth art, di arte povera
o concettuale.
Si tratta però solo di tangenze, di elementi analogici che
si ordinano in un altro dire, in un poema diverso.
La Pietra, la Terra, su cui Mazzotta fa stare il proprio corpo non
si identificano in nessuna specie particolare di pietra o di terra,
di tufo o di arenaria, si devono piuttosto leggere come proiezioni
mitopoietiche, come metafora di ciò che è primario,
fondamentale e persistente.
Figure della phisis, dell'essere cosmico.
La nudità del corpo è il segno dell'oltrepassamento
di ogni oggetto della tecnologia e quindi della storia.
L'uomo di Mazzotta spinge al massimo negazione e autonegazione, si
oltrepassa in quanto essere storico, sociale, essere che costruisce
cose e quindi anche opere d'arte.
Come sottolinea Umberto Palamà, si indentifica con la
Terra per far corpo con essa. «C'è ancora quel
quieto abitare dell'uomo fra la
terra e il cielo? Domina ancora sulla terra lo spi-
rito meditativo? C'è ancora una patria in cui radi-
carsi, nel cui suolo l'uomo stia stabilmente, ab-
bia cioè la sua dimora?».
(Martin Heidegger)
Sono questi gli interrogativi di cui l'uomo di Mazzotta indica la
risposta con il linguaggio «muto» della Roccia.
Ci può essere un'altra dimora se ci si spoglia della natura
del faber, se si oltrepassa la techné come volontà di
potenza.
Se «salvezza» ci può essere essa si trova in una
radicale restituzione al Cosmo, nel riposare in ciò che da
sempre ci sostiene e sorregge. «Si fa uno stare»
dice in un testo poetico, dedicato al Nostro, Marilena Cataldini.
Gelassenheit, la dimensione dello sfare, del lasciar essere, l'apertura
della necessità, la Gioia del Tutto.
Un respiro calmo, un sapere trasparente che consenta alla Terra di
emergere. È in questa direzione che possono essere
interpretate le opere di Vito Mazzotta, nel senso di una meditazione
«poetica» dei luoghi che stanno percorrendo anche i pensatori
del nostro tempo.
Tuttavia non una traduzione in immagini di temi filosofici, perché
il detto del filosofo e le figure dell'artista non sono mai la stessa
cosa.
Piuttosto un pensiero per immagini, una forma di riflessione non astrattamente
concettuale ma immaginativa e sensitiva.
Dichten e Denken, il pensiero e il poetare, in un'accezione non logocentrica
come linguaggio di ogni arte, possono intrecciarsi in un dialogo,
in un legame non metafisico con la Verità.
(Tiziano Santi) |
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"Uom(o)vo Lapietra"
1979/80 
"Uom(o)vo Lapietra"
1979/80 
"Ciel(o)mo Laterra"
1985 
"Ciel(o)mo Laterra"
1985
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