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Deterritoriale - Ampelio Zappalorto

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  CORPO E SUONO

Ampelio Zappalorto - Particolare "L'orecchio, invece, senza volgersi praticamente verso gli oggetti, percepisce il risultato di quella intema vibrazione del corpo, con cui viene ad apparire non più la quieta forma materiale, ma la pura e più ideale forma dell'anima".

( G.W.F. Hegel)










"Estetica"

"Noi abbiamo una posta: le secrezioni degli ormoni vanno in mille punti del nostro corpo a provocare eccitazioni.
Abbiamo un telefono: il nostro sistema nervoso; mi si punge, grido; ho vergogna, arrossisco, ecc.
Perché non dovremmo avere una radio? Il cervello emette forse anche onde che si propagano a grande velocità e che, come le onde a super-frequenza che si ingolfano nei conduttori vuoti, circolano all'inferno dei rivestimenti di mielina.
In questo caso possiederemmo un sistema di comunicazione, di connessioni, ignoto.
Il nostro cervello forse emette incessantemente tali onde, ma le riceventi non sono utilizzate, oppure si mettono a funzionare solo in rare occasioni, come quegli apparecchi radio male regolati che un colpo rende per un istante sonori".

( Louis Pouweis -Jacques Bergier)

"Le matin des magiciens"

Fondamentalmente sono due le modalità attraverso cui l'arte può avvicinarsi alla tecnologia, utilizzarne le procedure, gli strumenti, i materiali.
Da un lato può partire da una puntuale conoscenza degli apparati e delle funzioni, estrapolandoli dal contesto di utilizzabilità e valorizzandoli sul piano puramente estetico.
Con ciò, come ci mostrano numerosi esempi della storia dell'arte contemporanea, essa può connotare l'universo tecnologico in maniera positiva o negativa, esaltandone il ruolo o rivelandone i pericoli, prospettandolo di volta in volta, come è successo nel periodo moderno, come un paradiso o un inferno meccanico.
Da un altro lato può servirsi dei linguaggi e delle forme della tecnologia per costruire delle metafore, delle mitologie, senza il minimo riguardo per la funzionalità, la consequenzialità, il rapporto causa-effetto.
In quest'ultimo caso resta esempare un'opera come il Grande Vetro duchampiano, una macchina, o meglio il progetto incompiuto di un congegno che non potrebbe servire da modello per nessun ingegnere, anche se è provvisto di un "libretto di istruzioni" come la Scatola Verde.
Siamo in presenza di un universo macchinico antropomorfizzato, un ibrido fra i più insoliti di tecnologia e zoologia; il suo funzionamento è però solo simbolico, ci porta dal mondo reale della meccanica al mondo dell'allegoria.
La Sposa si spoglia in perpetuo come in perpetuo gli Scapoli macinano i cioccolato.
Tragedia e parodia del desiderio, se i Grande Vetro appare come il disegno di un congegno, è invece sostanzialmente una cosmogonia ed una palingenesi (Jean Clair), oppure una scena del mito, o più esattamente della famiglia dei miti relativi alla Vergine e alla società chiusa degli uomini, 'ultima versione di quel complesso di amore e conoscenza che caratterizza eros platonico, Shiva e KalF, Diana e Atteone, 'amor cortese (Octavio Paz).
Insomma il percorso che dal dato tecnico-scientifico sconfina ne mito, dal pensiero binario salta a pensiero analogico, è la dimensione aperta che in forme diverse costituisce ancor oggi una delle possibilità di incontro fra il tecnologico e l'artistico.
E a questa possibilità che fa riferimento il lavoro di Ampelio Zappalorto.
Certo i suo interesse non va primariamente verso i congegni meccanici, come nell'opera di Duchamp che si colloca nel so co di una modernità tramontante.
Le applicazioni tecnologiche a cui si riferisce sono piuttosto quelle dell'elettricità, dall'elettromeccanica all'elettronica, i media che costituiscono la contemporaneità e che sostituiscono allo schema lineare successivo lo schema curvo, circolare, il vero simbolo visivo analogico del nostro tempo.
Fra questi egli preferisce la radio che rispetto agli altri media ricopre un ruolo particolare nello suscitare lo spazio acustico continuo che la rivoluzione alfabetica, la civiltà dell'occhio avevano infranto.
Le opere di Ampelio Zappalorto si presentano spesso come scatole, sarcofagi, involucri che offrono forme sapientemente sciatte e primarie, fatte di geometrie incerte e precarie.
Messe insieme spesso con materiali di recupero, allusive di una società postconsumista, dedita al riciclaggio, questi contenitori vivono in simbiosi con registratori, apparati ricetrasmittenti, altoparlanti, che sono in parte celati o totalmente esibiti nella nudità dei loro congegni, delle loro viscere.
Gli apparecchi radio vengono sintonizzati sulle onde più lunghe o su quelle cortissime e sono comunque sempre impiegati in modo anomalo, non istituzionale.
Da questi complessi si espandono brusii, fruscii, voci e parole in flussi intermittenti o in densi volumi sonori.
Sono corpi che, carichi della pesante materialità del ferro, dello zinco, della terracotta, o del legno, possiedono con valvole e chips la capacità di recepire ed emettere segnali.
Hard e soft, corpo e anima; non è difficile leggervi 'allusione alla struttura antropomorfa, al complesso corpo-cervello, al dualismo platonico.
«Perché non dovremmo avere una radio?», anzi perché non dovremmo essere una radio. Perché i nostro cervello non potrebbe essere un'immensa sala macchine che resta perlopiù inattiva e silenziosa e che si mette a funzionare solo in rare occasioni.
I meandri curvilinei della materia cerebrale sono labirinti di circuiti stampati, la calotta cranica è curvatura della terra, volta celeste, abside.
Le opere di Ampelio Zappalorto si possono prestare anche ad un'ulteriore lettura come il tentativo di riconsiderare la nozione di oggetto che ha dominato per tanti versi la cultura occidentale, o meglio quella tendenza della cultura occidentale che si identifica con il processo della riduzione della realtà ad aggettività, equazione in cui convergono e si assolutizzano spazialità e visibilità nel segno della volontà di potenza e l'essere si riduce a mero residuo del lavoro categoriale, capuut mortuum.
Contro questa tendenza fondamentale molte voci si sono levate nel tentativo di smontare i rapporto soggetto-oggetto e ripensarlo sotto tutt'altre basi.
Heidegger ha proposto di considerare l'oggetto come «cosa», «Quadratura del quadrato» nel suo linguaggio, luogo di riunione storicamente differente dei Quattro, Cielo e Terra, Divini e Mortali.
Baudrillard parla di «scaltro genio dell'oggetto», che sfida il soggetto essendone la «parte maledetta», rimandandolo appunto alla sua impossibile posizione di soggetto.
Come dice Foucault, l'episteme del XVI secolo pensava il mondo come un'ampia sintassi in cui gli esseri diversi si acconciano gli uni agli altri, la pianta comunica con la bestia, la terra col mare, l'uomo con tutto ciò che lo circonda.
Convenientia, aemulatio, analogia e simpatia dicevano allora come il mondo dovesse ripiegarsi su se stesso, riflettersi, concatenarsi.
La teoria della comunicazione oggi considera ogni essere come momento del processo di produzione e di interpretazione dei segni, come apparato ricetrasmittente di qualche messaggio, ogni essere come emittente e ricevente che può essere alternativamente consapevole e inconsapevole, umano e non umano.
Su questo fondo si può forse pensare il lavoro di Ampelio Zappalorto, che si propone oltre il dogma dell'aggettività, mettendo in atto una strategia tesa a dare scacco alla visibilità e al senso, alla soggettività e al suo dominio.
L'oggetto dunque come medium, apparato ricetrasmittente, cassa armonica, entità in qualche modo dotata di un'essenza pneumatica, di un ogos instabile e non strutturato.
Gli involucri celano il loro interno, lo sottraggono a vedere o, in altro modo, esibendo il loro interno vuoto, denotano un'assenza.
I suoni, le voci, per contro testimoniano di una presenza che tuttavia non si svela in nessuna cifra, in nessun codice.
Se gli occhi si scontrano con un divieto, è l'udito che viene chiamato alla supplenza.
«We are back in acoustic space», diceva McLuhan, e Zappalorto ci offre una sua modalità per questo ritorno, dall'oscenità del più visibile del visibile al raccoglimento umbratile del suono.
Le sue installazioni, ermetiche, si aprono su un altro enigma.
Così, abbandonando l'elemento della forma esterna e dell'intuibilità, fanno spazio all'orecchio, a quell'organo che, come diceva Hegel, appartiene ai sensi teorici ed è anzi ancora più ideale della vista.
Più che contemplare è necessario allora disporsi nella passività dell'attesa ed impegnarsi nell'ascolto.
Smobilitare 'imperialismo dell'occhio senza sostituirlo con quello del senso.

(Tiziano Santi)
 

Ampelio Zappalorto - Opera
Sabotaggi
1992
Grafite su schemi di montaggio elettrici
Ampelio Zappalorto - Opera
Antenna
1992
Grafite su carta
Ampelio Zappalorto - Opera
Abside
1992
Grafite su carta
Ampelio Zappalorto - Opera
Testapianeta
1992
Grafite su carta
Ampelio Zappalorto - Opera
Radioracolo
1992
Grafite su carta
Ampelio Zappalorto - Opera
Senza Titolo
1989-1990
Particolare installazione
Ampelio Zappalorto - Opera
Senza Titolo
1992
Particolare installazione
Ampelio Zappalorto - Opera
Solstizio
1992
Particolare installazione
Ampelio Zappalorto - Opera
Solstizio
1992
Particolare installazione


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