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Deterritoriale - Costantino Ciervo

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  La costruzione logica del mondo

Costantino CiervoLa tecnologia ha sempre posto dei problemi agli artisti in cerca di facili soluzioni.
Vi è alla base un'incapacità ad adattarsi ad una logica inappropriata o il tentativo di cercare scorciatoie alle cose da dire affidandole ad un medium nuovo, vera e propria panacea alla scarsità d'intenzioni.
Lo sfacelo della computer art ne è un esempio.
Qualche buona intenzione e molto pressapochismo.
Lo stesso rifiuto della ragione strumentale deve comunque presupporre un'ampia e approfondita conoscenza delle regole del gioco. Altrimenti vincono sempre gli altri.
La copy art va avanti a singhiozzi fuori dal giro dei grandi artisti (quelli che pensano da soli senza i critico-supporter), si sono fatte (e sfatte) anche mostre via fax e d'altra parte sempre di fotocopie si tratta.
Molti video artisti sono rimasti intrappolati nell'incanto delle belle immagini e giocano alle belle statuine: chi si muove paga pegno.
Il televisore che con lo zapping aspira giustamente ad un interattività emancipatoria, viene ancora proposto come scatola magica, produce «cose» artistiche e non valori.
L'elettronica non è un qualsiasi mezzo di espressione, con il nome di tè ematica ha innervato i pianeta: il pensiero scorre sulle autostrade neuroniche dei computer.
Oggi come ieri il confronto dell'artista deve avvenire sul terreno della logica interna della macchina, non semplicemente su quello del suo uso diverso e liberato (ma da cosa?, se non se ne comprende l'origine).
Se Tinguely con le sue macchine celibi e impossibili aveva svelato la finta innocenza del mondo meccanico arrivando a costruire delle macchine «programmate» per autodistruggersi, i mondo elettronico sta producendo innamoramenti non ricambiati.
L'amour fou non si sposa con la conoscenza, i mutamenti che verranno, se verranno, da questa benedetta realtà virtuale, saranno visibili quando ci accorgeremo che la mancanza di errori è un difetto che dovremmo sempre avere.
Non si tratta di cavalcare i più bieco umanesimo (la tecnologia è buona se ci consente di lavorare meno e meglio), ma di applicare il più che divulgato metodo di Popper (confutabilità ovvero verità di un'asserzione) ai fondamenti del pensiero che soggiace e rende possibile la realtà fattuale e virtuale dell'elettronica.
Il «grande lavoro» di Costantino Ciervo (intendo proprio great work anche in senso alchemico) consiste nel ripensare l'origine partendo da quella logica binaria cui dobbiamo molte comodità della vita moderna, ma anche tutte le delusioni.
L'artista parte da un sapere tecnico estremamente specifico: costruisce meticolosamente e proprie installazioni riflettendo su ogni particolare costruttivo finalizzato ad un discorso sulla tecnologia che è fra i più radicali in campo artistico.
Pochi se ne saranno accorti, ma sul dualismo vero/falso, A oppure B, presenza/assenza, O 1 (la numerazione binaria con cui si codificano i bytes) è stata edificata in Occidente una fortezza tecnologica che risale alla logica aristotelica.
Il principio d'identità, quello di non contraddizione e, soprattutto, quello del tertium non datur, dopo un'adeguata simbolizzazione hanno costituito i linguaggio della logica a due valori che presiede allo sviluppo di tutte le macchine dagli automi di Vaucanson al celebre MAL (traslitterazione di IBM) che fu disattivato dal protagonista di «2001 Odissea nello spazio».
Un'installazione di Ciervo parte dai 64 valori che si ottengono dall'applicazione degli operatori logici (congiunzione, disgiunzione, implicazione, negazione, tautologia) ai valori di verità vero (V) e falso (F).
Questi vengono visualizzati sul display in forma numerica, sostituiti rispettivamente dal numero 6 e dal numero 4, scindendo specularmente il numero di possibilità logiche.
In sostanza e capacità operative della logica binaria sono interamente esplicitate. Ma lo scarto avviene quando uno spettatore si avvicina alla parete dei display attraversando un sensore che inverte i valori.
Quello che accade è i sovvertimento di un ordine logico appena un elemento umano si avvicina, cerca di comprendere.
Inoltre se la lettura avviene attraverso degli obiettivi fotografici posti dinanzi ai valori numerici, questi si capovolgono, generando altro scompenso. In questo modo il sapere legato all'esperienza diviene ancora una volta capace di mutare dei rapporti ritenuti incontrovertibili.
Il fatto che Ciervo non si sia attardato sullo spettacolo dell'elettronica, ma abbia saputo penetrarne le ragioni ha condotto l'artista ad una critica radicale dello strumento con cui ha scelto di operare.
Questa novità non è rifiuto della tecnologia in nome di valori eterni di libertà facilmente condivisibili da tutti, ma è negazione consapevole.
Ha lo stile degli hackers, i sabotatori informatici sottili inventori di software, titillatori instancabili della tastiera.
Medesima intenzione e intenzione presiede ad un lavoro recente in cui sedici televisori in gruppi di quattro trasmettono un'immagine sonorizzata che lo spettatore insegue cercando di comprendere la logica della distribuzione.
Che non si tratti di una rassicurante trasmissione serale o si capisce dal completo spiazzamento che coglie chi cerca di avvicinarsi ad una struttura visiva che viene paradossalmente violentata, involontariamente, dallo spettatore stesso.
Il ribaltamento della logica, la sua prepotente inutilità a farci arrivare alla conoscenza della «cosa», si trasforma nell'impossibilità per lo spettatore di partecipare all'installazione senza ridefinire i proprio ruolo.
L'interattività diventa ricerca di solidarietà, i punto di vista (e di udito) si moltiplica in una collaborazione tra gli spettatori che possono cercare insieme di affrontare e risolvere il problema.
La logica a due valori tende a liberarsi nella modalità.
Costantino Ciervo nella sua ricerca si muove su di una duplice operatività: provoca l'interazione (e chi se non Duchamp l'aveva richiesto) e nello stesso tempo presuppone una traduzione.
Il linguaggio deve slittare, completarsi in una perdita parziale di significato, per comunicarsi.
Vi è sempre un medium che filtra, traduce, tradisce.
Obiettivi, sensori, monitor come anche in «Udito» (1992) aprono alle inevitabili insidie del sociale.
La ricerca dei fondamenti della logica porta ai paradossi della comunicazione, il fare negato cerca complicità tra i media e gli osservatori.
Proprio in «Udito» l'artista ha affrontato il disordine del rumore, questa fastidiosa somma di suoni, che non reca riconoscibilità di forme. Difficile dire a cosa corrisponde, impossibile valutarne la pericolosità. Il metallico e fastidioso tintinnio di una spirale che vibra non può essere colto dall'osservatore che cerca la fonte del rumore. Soltanto un altro osservatore può leggere l'esperienza e tradurla a colui che innesca i meccanismo della visione. O si ascolta o si guarda, 'individuo soggiace impotente alle astuzie dell'arte coadiuvata dalla tecnologia.
Lo sappiamo dai tempi di McLuhan che l'orecchio non favorisce nessun punto di vista. «Il suono forma intorno a noi una tela senza cucitura...
Mentre lo spazio visivo è una continuità di tipo uniforme e connesso, il mondo uditivo è un mondo di rapporti simultanei». E il tradimento della traduzione da un medium all'altro che fornisce il valore dell'opera, non i suo messaggio.
La specificità del codice sensoriale definito dall'occorrenza, viene amplificato dal controllo intersoggettivo che è il solo modo possibile per riunificare l'esperienza.
La grossolanità tisicamente fastidiosa di un rumore attiva la trasmissione di una verità parziale (cosa e dove?) letta e riportata dalla telecamera.
Un segnale attira un codice che organizza un messaggio: questo resta in attesa di un osservatore, anche lui portatore di un codice.
Ha scritto Roman Jacobson: «Le lingue differiscono essenzialmente per ciò che devono esprimere, non per ciò che possono esprimere».
Ma l'arte costruisce la propria libertà sui doveri altrui. Il poter conoscere le regole senza doverle osservare pone le scelte artistiche in rapporto ad ogni sapere organizzato, quale critica, esplicita o implicita, di tale sistema.
Aveva ragione Nietzsche che nella «Nascita della tragedia» scrisse: «II problema della scienza non può essere compreso sul terreno della scienza... La scienza va vista nell'ottica dell'artista».
«Nelle stesse aspettative di Wiener e Ashby sulla cibernetica in quanto «scienza del controllo o della comunicazione negli animali e nelle macchine» qualcosa non è accaduto.
Certamente l'uomo non è una macchina, ma questa che cos'è? Ridotta alla sua logica ci siamo accorti che funziona come le è stato chiesto di funzionare e cioè su quella logica che ha consentito all'uomo di edificare sillogismi e cattedrali.
Se ciò è molto o poco, ciascuno potrà giudicare, ma è certo che il gioco dell'arte riserva ancora e sempre sorprese a chi se le aspetta. Non c'è vuoto, pausa, discrezione fra soggetto e oggetto.
Il ventre del computer ci assomiglia.
Ma chi paragonava il cervello umano ad una macchina di Turing può continuare a divertirsi con la televisione. Pensare con l'arte resta molto più interessante e, forse anche più istruttivo.

(Valerio Dehò)

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Costantino Ciervo - Opera

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Informazioni

Tratto da: "Costantino Ciervo - Deterritoriale, XLV Biennale di Venezia" - Maggio 1993
Edizioni Adriano Parise - Colognola ai Colli (VR).
Testi Valerio Dehò e Tiziano Santi.
 
 
 
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