Canto Primo
Parafrasi di P. Giulio Monetti
Lasciando
dietro di sè il mare si crudele dei tormenti infernali, da
me attraversato nel mio primo viaggio d'oltre tomba, ormai la mia
mente si volge al secondo viaggio, che fu attraverso acque migliori;
al viaggio cioè attraverso il Purgatorio.
Narrerò dunque di quel secondo regno dei morti, ove le anime
dei fedeli morti in grazia di Dio si vanno purificando, facendosi
così degne di infine salire al Cielo.
Pertanto, o Sante Muse, alla cui mercè io sono, fate che la
mia poesia lugubre fin qui a cagione delle scene di morte che descriveva,
si rischiari, come risorta a nuova vita; e Calliope si rianimi alquanto,
secondando il mio canto con il suono di quella sua voce si bella,
al cui confronto le Piche trovarono la lor voce tanto meschina e sgradevole
che, tutte confuse da un tale smacco, disperarono di mai ottenere
perdono del loro ardire di voler gareggiare colle muse nel canto.
Tosto che io uscii fuori di quell'aria chiusa e morta degli abissi
infernali, la quale mi aveva tanto rattristata la vista colle sue
tenebre, ed affannato il cuore coi suoi orrori, mi si diede a vedere
un delicato vaghissimo azzurro cupo, come di zaffiro orientale; era
il cielo sereno che si mostrava limpido senza nebbie e vapori per
tutta l'ampiezza dell'atmosfera terrestre; e così gli occhi
miei ricominciarono ad avere qulache lieta sensazione.
E dalla parte di oriente quel cielo così puro era tutto un
sorriso per lo scintillare che vi faceva il bel pianeta di Venere,
sopraffacendo coi suoi vividi raggi la luce della costellazione dei
Pesci, colla quale esso era sorto sull'orizzonte.
Ammirato lo splendore di Venere, girando a destra, portai lo sguardo
dall'oriente a mezzogiorno, ed ebbi a me spiegato innanzi nella sua
immensità il cielo antartico.
Vi spiccavano quattro stelle, viste soltanto dai primi uomini, Adamo
ed Eva, nel Paradiso terrestre; com'erano belle! Parea proprio che
il cielo godesse tutto dei loro raggi: povero cielo boreale, vedovato
di si bella luce, dacchè quegli astri mai non ti si fanno vedere!
In seguito, distolsi il mio sguardo da quei magnifici splendori, e
mi rivolsi un po' indietro, verso settentrione, cioè verso
il polo boreale, e verso il monte che mi stava dietro le spalle, alla
cui falde era sbucato di sottoterra. Inutilmente cercai in quell'altra
parte del cielo l'Orsa Maggiore, che non tramonta mai sul nostro orizzonte
boreale; ma ecco che m'avvedo che mi stava dappresso un vecchio il
quale, senza corteggio e sèguito di alcuno, pure era tanto
venerando nel suo aspetto, che niun padre apparirebbe ad alcun figliuolo
degno di maggiore riverenza che lui. Avea una lunga barba, brizzolata
come la sua capigliatura, lunga anche questa, sicchè doppia
ciocca di capelli gli ricadeva dal capo sul petto: di più,
i raggi di quelle quattro stelle di luce così divina lo illuminavano
siffattamente in viso che parevami come fosse tutto irraggiato dal
sole...
E, volgendosi a noi, quel misterioso personaggio, disse, scotendo
la magnifica barba col muoversi concitato del mento e del capo:
"Chi siete voi, che risalendo a ritroso il corso sotterraneo
del fiume Letè, pensate di essere sfuggiti all'eterna prigione?
Chi vi ha condotto quassù? Chi ha illuminati i vostri passi
in uscir che faceste dalla profonda oscurità che sempre infosca
gli abissi infernali? Possibile che siate riusciti a violare le leggi
insuperabili dell'Inferno? oppure un insolito decreto celeste permette
a voi, tutto chè dannati, di venire a queste piagge, affidate
alla mia custodia?"
A siffatta intimata, Virgilio subito mi afferrò, oltrechè
colle parole e coi gesti, anche colle sue mani, ad inginocchiarmi
ed a curvare riverente il capo innanzi a quel vegliardo.
Indi rispose così:
"Se son venuto qua con costui, non fu di mia sola volontà;
è discesa insino a me una donna che veniva dal Cielo, a pregarmi
che io facessi a lui guida e compagno. Ed io acconsebtii. Vedo però
che tu vuoi maggiori spiegazioni sulla verità di quanto ti
ho detto circa la nostra condizione: è ragionevole: non posso
ricusarmivi, nè negare di conformare il mio volere col tuo.
Sta dunque a sentire.
Costui non è ancora morto: ma, per la sua stoltezza, fu già
così vicino a perire che tal pericolo già gli era imminente.
Allora, come ti ho già detto, gli fui inviato per commissione
celeste a liberarnelo; e per riuscirvi non ci fu proprio altra via
che quella che io ho seguito.
Sono sceso con lui giù giù nell'Inferno, per quanto
esso è profondo, mostrandogli tutte le varie schiere dei dannati;
ed ora vorrei mostrargli anche i tormenti di quelle anime, che qui,
sotto la tua custodia, espiano nel Purgatorio i loro falli.
Sarebbe cosa troppo lunga il farti un racconto minuto del nostro viaggio
infenale; spero che ti basterà il sapere che c'è una
forza discesa dal Cielo la quale mi ha aiutato a condurre costui alla
tua presenza, a ricevere i tuoi ordini.
Ti prego pertanto di nom vedere di mal occhio la sua venutà
quassù: sappi che è persona che va cercando quella libertà
che è tanto preziosa; tu lo sai, quanto vale la libertà,
tu che hai per amore di lei rinunziato alla vita! Tu lo sai bene,
perchè per amore della libertà non hai riputata troppo
amara la morte in Utica, dove hai lasciato esanime quel corpo che
nel giorno solenne della grande risurrezione sarà tanto glorioso!
Credilo pure: noi non abbiamo contravvenuto ai decreti dell'Eterno;
chè costui vive ancora, ed io non sono di quelli che Minosse
abbia giudicato a qualche supplizio infernale... Sono invece del Limbo,
di quel cerchio cioè dove sono gli occhi casti della tua cara
Marzia, che sembra ti preghi ancora di ritenerla come tua sposa, o
anima intemerata! Dunque per amore di lei consenti alla nostra domanda,
e lasciane andare attraverso i tuoi sette regni del Purgatorio; così
io potrò ritornato al Limbo, parlarne bene e graziosamente
di te, se pure non l'hai a male che laggiù si parli ancora
di te."
Rispose allora Catone:
"Marzia piacque tanto al mio cospetto, mentre io fui in vita,
che ottenne da me tutto quello che seppe desiderare; ma ora!... Ora
essa sta al di là dell'Acheronte, fiume maledetto d'Inferno;
Quindi non mi può più commuovere per la legge di totale,
assoluta, eterna separazione che per me cominciò quand'io fui
tratto dal Limbo, alla morte del redentore. Però non hai bisogno
di ricorrere con me a simili lusinghe, quando mi dici che è
una donna celeste che t'invia e ti indirizza in questo tuo cammino;
mi basta che tu mi faccia le tue domande in nome di lei!
Va dunque; chè siamo intesi - continuò Catone - però
avverti di prendere un giunco flessibile senza folgie e senza nodi
e di cingerne i fianchi al tuo compagno. Lavagli anche il viso, affinchè
se ne levi ogni sudiciume; perchè sarebbe disdicevole ch'egli
si presentasse con aspetto non limpido al primo Ministro di Dio che
più sopra incontrerà, il quale è un Angelo del
Paradiso. Il giunco lo troverai all'estremo margine di quest'isoletta,
che n'è tutta circondata attorno attorno, là sul molliccio
dov'è flagellata continuamente dalle onde del mare. Solo il
giunco può allignare laggiù: ogni altra pianta che mettesse
fronde ovvero indurasse il suo stelo, non vi potrebbe durare, perchè
non sarebbe sufficientemente cedevole alle percosse del flutto. Al
risalire poi dal lido, non ritornate più qua; ma prendete altra
strada; ve la mostrerà il sole, che ormai sorge, quale sia
la salita più facile..."
Ciò detto, Catone sparì dai nostri occhi; ed io mi rizzai
in piedi sennza batter parola, stringendomi ben dappresso a Virgilio,
e drizzai lo sguardo verso di lui in attesa che egli mi accennasse
il da farsi.
Ed egli incominciò a dirmi:
"Figlio mio vieni dietro di me. Volgiamoci indietro, che è
da questa parte che questa spianata va lentamente ribassando insino
al mare..."
Ci rivolgemmo pertanto di nuovo ad oriente, e così, allo schiarire
dell'alba che sempre prevaleva sulla precedente ora mattutina, l'ultima
della notte, che ormai dileguava, ravvisai da lontano il tremolio
increspato delle onde marine. La pianura per cui scendevamo era solitaria;
e noi la passavamo con una certa fretta, come di viandanti che abbiano
perduto la strada, e tornino indietro al punto dove avevano deviato,
coll'impressione di perdere il loro tempo finchè non siansi
rimessi sul retto cammino.
E quando giungemmo in luogo dove la rugiada poteva ressitere ai raggi
del sole, e poco si dileguava per essere collocata in luogo poco esposto
alla luce, vidi che Virgilio, chinatosi, distendeva ambe le mani,
ben aperte, sovra l'erbette rugiadose, con una tal quale soave sollecitudine;
e capii subito che cosa intendeva di fare. Mi sporsi adunque verso
di lui colle guance ancor lagrimose per la commozione fino allora
provata; e così, lavandomi, egli potè ridonare al mio
volto il suo colore naturale, che l'infermo mi aveva offuscato colle
sue caligini.
Dopo ciò scendemmo ancor oltre, sino a raggiungere la spiaggia
marina solitaria, che mai non vide le sue acque solcate da navigli
di uomini, i quali abbiano saputo ritrovare la via del ritorno. Colà
svelse un giunco e mi cinse i fianchi, secondo l'ordine di Catone;
ma, oh meraviglia! non appena aveva colta l'umile pianta che subito
essa rinacque nel preciso.
P. Giulio Monetti |
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Informazioni
Tratto da:
"Dante Alighieri - La Divina Commedia - Purgatorio"
Parafrasi e note del P. Giulio Monetti S.J. - Illustrazioni
di Don Pilla.
Edizioni Alba, 1932, Roma
Pia Società San Paolo
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