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In principio era
l'immagine
Sono piene le figure, le pitture astratte di Gaspari.
Sì, ricche di frammenti figurali che scaturiscono direttamente
dalla sapienza del dipingere e che nulla hanno beninteso di figurativo.
Gaspari nomina da sempre queste cellule col nome di "germinazioni".
Germinale è il disegno che sta sulle superfici e che vedo materializzarsi
nelle carni del colore; germinale è altresì il disegno
che sta altrove e precede la pittura e prosegue dopo la superficie:
dove germinazione sta per atto creativo.
Che dire dunque di queste figure, innominate dal pittore e di cui
la critica ha parlato solo in termini di segni e di colori? Posso
dire che nel loro aggregarsi esse rimangono alla complessità
visionaria di un mondo primigenio che soltanto gli occhi, lo sguardo,
possono nominare, e non le parole.
Questi lacerti figurali assommano a una figura principale, alla figura
di un continuo discorso: al racconto della creazione.
Nobile resta il linguaggio dell'astrazione, e ammirevole la fedeltà
piena di sospetti che Luciano Gaspari le riserva da oltre quarant'anni
di lavoro.
Anche questo va detto con molta chiarezza in un'epoca di patteggiamenti.
Le forme d'arte che storicamente riuniamo intorno al fuoco dell'astrazione
costituiscono tuttora l'alveo centrale di quella lingua visiva che
è la pittura. L'astrazione indica ancora il mondo oltre le
colline, ovvero il regno del possibile contrapposto ai mondani recinti
della realtà. È la lingua che pronuncia le immagini
di ogni possibile universo — interno, esterno, simbolico - in
opposizione al potere della parola e della scrittura, e dunque degli
storici e dei critici che troppo spesso indulgono a comandare sull'arte
per legiferarne i limiti.
Così lontana dal dettare leggi sul dipingere, o imporre stili
ultimativi per chiudere il passo ai giovani, è l'opera pittorica
di Gaspari; tanto da rischiare spesso, nelle espressioni di questi
decenni, l'emarginazione e l'ombra, non fosse stato per l'amore testardo
che il pittore ha sempre alimentato presso le sue superfici e la società:
ovvero la passione di ripercuotere gli echi dell'originaria creazione
delle cose fatte scaturite con somma cura, di rinfocolare il presente
come atto creativo che di lì a poco si esaurisce e va rinfocolato.
Scrivo queste brevi note direttamente dallo studio del pittore.
Mi circondano le sue ultime gouaches e i suoi strumenti di lavoro.
La critica, che di solito annega nel nero degli inchiostri, tra i
soldatini delle sue lettere messe in fila, è certamente inadeguata
a dar conto della vita delle immagini che respirano qui intorno.
Molti, tra gli innumerevoli estimatori dell'arte di Gaspari, hanno
trovato aggettivazioni abbondanti o analogie poetiche per comunicare
al lettore il leggero senso di vertigine cui queste pitture inducono
chi guarda. Non dirò di meglio, m'interessa altro.
Che libertà hanno le figure di Gaspari, quale grado di possibilità
ulteriore, quale .orientamento?
Gaspari dipinge per nervature di segni e per gangli di colore che
ogni volta modificano l'evento che propone allo sguardo, pur ostentando
immutato il corpo delle sue immagini nell'idea fondata che il dipingere
produce corpi.
C'è un andamento invariabilmente biomorfo nelle sue immagini,
sia che suggeriscano la terra o l'acqua, il cielo o gli amplessi dei
colori tra loro: è segno di vita.
Klee, al quale certo si può fare risalire l'immaginario tecnico
di Gaspari, ma proprio agli inizi e limitatamente alla tecnica delle
configurazióni, fu colui che instaurò questo tipo di
disegno. Gaspari è colui che nel tempo invece ha rotto questo
disegno, ha rotto col disegno stesso d'instaurare nel corpo della
pittura una germinazione privilegiata.
Certo, lavorando come ha fatto dagli anni Quaranta, anche Gaspari-ha
contribuito, coi suoi meriti e coi suoi limiti, a fare della pittura
una lingua autonoma dotata di identità propria e di alta singolarità.
Ma perseverando nel tempo, a differenza di Klee, per esempio, egli
ha concorso altresì a ramificare quell'identità.
Gaspari ha fatto, dell'autonomia della pittura che è una lingua,
un giardino dai mille sentieri.
Che resta il modo insieme antico e moderno di dire che in principio
era l'immagine — e non il verbo — ma solo a patto che
l'immagine torni sempre a principiare.
La pittura delle germinazioni, sinonimo per chi scrive di un'arte
che ripropone l'esperienza iniziatica dello sguardo su un mondo in
formazione, nell'idea che la creazione delle forme può nascere
solo dopo avere rotto con ogni disegno ideologico o scritturale, a
me sembra inoltre un buon modello di socialità dell'arte.
Gaspari ha fatto parte raramente di gruppi, e tiene a ricordare con
piacere soprattutto la sua adesione alle mostre dell'Alleanza della
Cultura promosse da Bologna nel '48, e tuttavia condivide, specie
a Venezia, con più generazioni e attraverso le molte mode,
alle quali si è piegato, un tortissimo senso del valore di
libertà connesso con l'esercizio dell'arte.
A ben guardare, l'arte visiva resta oggi uno degli ultimi aspetti
del culto: culto del bello, delle cose fatte e conservate con cura:
culto del denaro e dell'ego, anche: e insomma culto della verità.
Tanto che il buon diavolo del Faust di Thomas Mann poteva irridere
alle avanguardie così, leggi un passo del Doctor Faustus del
'43: "L'arte moderna è un pellegrinaggio sui piselli",
riferendosi ai flagellanti che un tempo salivano ai templi.
Oggi incontro Gaspari che al contrario mi fa: "Guarda come Adorno
ha definito l'arte, è una delle cose più alte che abbia
mai letto". Non lo ricordavo, quel passo dei Minima moralia,
forse non l'ho mai letto.
Dice così: "L'arte è magia, liberata dalla menzogna
di essere verità".
Luglio 1987
Tommaso Trini |
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Informazioni

Tratto dal Catalogo "Luciano Gaspari - Lavori 1986
- 1987"
Edizione Galleria De Ambrogi - Venezia
1987 |
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