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L'Immagine Forte

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"Plus est, quam quod videatur, imago" - Ovidio

Zappalorto - ParticolareNei suoi ultimi interventi Baudrillard parla di un "complotto dell'arte", che si sarebbe ridotta ad essere semplicemente quel che esiste e nulla di più, una messa in scena banale della banalità, una decostruzione di ciò che è già decostruito, una duplicità insomma.
"La maggior parte delle immagini contemporanee, video, pittura, arti plastiche, audiovisivi, immagini di sintesi, sono letteralmente delle immagini, dove non c'è nulla da vedere, immagini senza tracce, senza ombra, senza conseguenze.
Ciò che avvertiamo è che dietro ciascuna di esse qualcosa è scomparso. [...] Queste immagini non nascondono nulla, e nulla rivelano, hanno un'intensità in qualche modo negativa. Il solo beneficio procurato da una scatola Campbell di Andy Warhol ( ma è un beneficio enorme) è quello di non doversi più porre la questione del bello e del brutto, del reale e dell'irreale, della trascendenza o dell'immanenza, esattamente come le icone bizantine consentivano di non porsi più la questione dell'esistenza di Dio - senza dover tuttavia smettere di crederci. Ecco il miracolo. Le nostre immagini sono come le icone: ci permettono di continuare a credere all'arte eludendo la questione della sua esistenza (1)." E' difficile liquidare con un'alzata di spalle questa analisi, col pretesto magari che sia una forzatura teorica.
Tuttavia se si guarda a tanta arte attuale non si può fare a meno di notare come l'opera spesso non sia altro che la riproposizione pura e semplice di immagini appartenenti ai media in cui l'artista si cala nell'anonimato della produzione di massa.
Più che ad una critica della cultura si assiste ad una semplice rappresentazione di quel che c'è, ad un appiattimento sull'esistente che da parte sua poi si rivela un mero simulacro. Questa perdita, insieme del reale e dell'immagine, è ciò che ci invita a pensare Baudrillard, che per altri versi non fa altro che radicalizzare una certa linea di pensiero che da Schopenhauer porta a Nietzsche e a Heidegger. Se il mondo è diventato rappresentazione, se ens e fictum convertuntur, allora l'arte non sarebbe altro che una funzione di secondo grado, un'immagine estenuata, secondo la parola di quella mimetologia di discendenza platonica che caratterizza l'opera d'arte come copia, come rappresentazione. Oppure si potrebbe azzardare la più rischiosa fra le tesi relative alla finzione, vale a dire la tesi in cui la finzione non è affatto attributo dell'arte, bensì attributo della realtà moderna; quando la realtà si trasforma in un insieme di finzioni, l'arte a sua volta diviene antifinzione (2). Siamo di fronte ad un groviglio, nella più grande incertezza riguardo alla sua destinazione l'arte rischia di perdere ogni riferimento sia alla sua funzione antropologica sia ad un possibile giudizio estetico. Sembra che in questo frangente a proposito dell'arte non si possa fare a meno di aggiungere paradosso a paradosso. Tuttavia, a ben vedere, non siamo sprovvisti di mezzi per comprendere questa situazione in cui abitiamo, questo insieme di elementi moderni e postmoderni. Innanzitutto, per quanto riguarda lo scenario postmoderno della derealizzazione, della riduzione della realtà a spettacolo, come direbbe Debord, non è di "reale" che si tratta, ma piuttosto dell'ideologia del tardocapitalismo, dello spiegamento della razionalità tecnica, che sono l'eredità del progetto fisiologico occidentale, dell'assolutizzazione del soggetto che si vuole annettere la totalità del reale, della logica dello Stesso. Tuttavia l'integrità del mondo dello spettacolo è solo apparente, in quanto effettivamente si intacca già da se stessa, almeno per chi ne vuole recepire i segnali: la paventata omologazione planetaria non ha impedito l'esplosione anche violenta delle differenze etniche e culturali, mentre la tecnica mostra sempre di più l'assenza di qualsiasi finalità. Ed e proprio sul piano della tecnica che si giocano i destini del mondo contemporaneo, della realtà dell'arte. Non c'è infatti solo una natura della tecnica, quella che mira alla manipolazione e al dominio della natura, la techne come adeguazione ad un modello, come finzione. Tra techne e phisis c'è un rapporto di cooriginarietà, detto altrimenti non c'è un rapporto rappresentativo, bensì rivelativo.
La techne rappresenta la phisis nel senso che la rende presente, in un rapporto differenziale, un rapporto fra il medesimo e il suo altro che non si rinserri nell'identità.
In quest'ultimo scenario della rappresentazione l'alterità non viene forclusa e la realtà non diventa un mero momento della dialettica della soggettività. Così si profila un'accezione dell'immagine differente da quella classica e insieme postmoderna di finzione, nel duplice significato di copia e di costruzione, come informa la polisemia del termine anglosassone fiction.
L'immagine, in senso forte, può essere intesa come ciò che provoca la realtà a presentarsi, rivelando la realtà nel suo essere altro. E' la lezione del doppio, l'immagine più adeguata per antonomasia, il trompe-l'oeil, che inquieta sempre il medesimo, il soggetto, facendolo vacillare. L'antica diffidenza nei confronti dell'immagine la dice lunga a proposito della sua forza, che consiste proprio in questa sfida alla realtà nel suo essere altro. L'immagine non è niente se non ossessiona lo stesso duplicandolo e rivelandolo nella sua non identità.II. L'arte contemporanea è un' "arte al limite" , il gesto nel quale l'arte si offre ed insieme tocca il suo limite e proprio per questo è sublime (3). Solo un'immagine che si sospende nell'inimmaginabile, nel fuori di sé impresentabile, che in qualche modo quindi partecipa del sublime, può essere all'altezza dell'arte, dell'arte contemporanea in particolare, se la destinazione di quest'ultima è quella di "toccare" il proprio limite, l'altro. Questa "immagine forte" mi sembra sia l'elemento che, al di là della differenze che pure caratterizzano le diverse modalità operative, accomuna Fasoli m.&m., Kico Mion, Silvano Tessarollo e Ampelio Zappalorto. Nelle loro opere è in gioco la passione dell'alterità, l'interrogazione sull'identità, nella sua natura aperta e processuale. Un altro carattere comune è quello che concerne l'approccio alla tecnologia,in questo caso la fotografia e il computer, che non è un approccio formalistico, estetico, ma conforme al carattere più proprio, rivelativo, della tecnologia stessa.Per Fasoli m.&m. l'opera più che un oggetto è il risultato di un processo assai complesso, di una vera e propria attività di ricerca che li vede impegnati totalmente, fisicamente e culturalmente, proprio come degli antropologi, così come gli antropologi devono coinvolgere profondamente se stessi, spogliandosi della propria identità culturale per studiare ed integrarsi in un altro ambito culturale. All'inizio c'è un viaggio e un "lavoro sul campo", gli Stati Uniti, l'India per fare qualche esempio, un bricolage, una raccolte di materiali di ogni tipo, proveniente da contesti diversi, non escluso quello dell'arte. Successivamente da questa documentazione viene selezionata ed elaborata una serie di immagini ritenute particolarmente significative che vengono trattate e montate al computer in complessi figurativi inediti, inesistenti eppure attendibili, la cui esistenza è virtuale.
Il prodotto finale, la fotografia diventa un vero e proprio testo etnologico sui generis, certo un testo "artistico", ma per questo non meno valido di una ricerca antropologica canonica, se è vero che il paradigma dell'antropologia contemporanea non è più quello scientista, ma sia avvicina ai modelli della scrittura letteraria. D'altra parte questo sconfinamento reciproco fra arte e antropologia ha una storia nobile, anche se poco conosciuta.
Come afferma James Clifford è il Surrealismo il "compagno segreto" dell'etnografia (4), mentre l'etnografia mette in questione l'identità occidentale e il suo umanismo. Arte e antropologia sono infatti due elementi fondamentali nel gioco costitutivo della nostra cultura, rispettivamente nel rendere estraneo il familiare e familiare l'estraneo. Mentre in Fasoli m.&m. ne va di un incontro con culture altre, il gesto di Kico Mion consiste nel prendere le distanze con le categorie del proprio contesto culturale, la linearità e la presenza, che sono le divise del pensiero occidentale. Nelle sue opere, che spesso si strutturano serialmente, viene sempre a mancare un elemento, viene sempre evidenziato un vuoto. Questa sospensione non deve essere intesa come un trauma della percezione, la mera interruzione di un ritmo o l'infrazione di un ordine, quanto piuttosto come il luogo di un'accumulazione energetica, in cui l'assenza si fa sensibile senza tuttavia presentarsi.
In fondo il senso del lavoro di questo artista non consiste che nel tacito invito a raccogliersi in questo luogo. Le ultime opere di Mion, sono l'assemblaggio di foto di divani, dormeuses, e pannelli monocromi di tessuto per tappezzeria. La dormeuses, letto perverso, frammento sollevato della superficie terrestre, è il luogo del sonno e del riposo, della generazione e della morte, del transito fra assenza e presenza e dell'esperienza estatica del puro scorrere del tempo; il luogo simbolico in cui si dismette la posizione eretta, la dimensione dell'agire, l'invito ad assumere la posizione orizzontale del rilassamento, di quell'abbandono delle cose e alle cose che Heidegger nominava con il termine Gelassenheit (5). Un iter complesso, in cui si succedono operazioni diverse, se non eterogenee, è all'origine anche delle cibachrome di Silvano Tessarollo.
L'artista sceglie dei gadgets oppure dei giocattoli, animali dall'aspetto antropomorfo, personaggi dei cartoons disneyani, e, attraverso successive immersioni nella cera, li trasforma in sculture, che vengono poi fotografate. Le foto infine vengono sottoposte ad un trattamento digitale che ne gonfia i tratti, accentuandone il carattere umanoide ed esaltandone l'aspetto teriomorfo. A volte queste "creature" diventano personaggi di scene che scimmiottano il quotidiano o i luoghi più conosciuti dell'iconografia religiosa. Questi "animali della quarta generazione", al limite fra l'umano e l'inumano, guidano la macchina e guardano la televisione, si suicidano o vengono crocifissi sempre nel medesimo indefinibile atteggiamento, che oscilla fra il giocoso e l'efferato, fra il sensuale e il funereo. Veri ossimori in carne ed ossa, sembrano degli individui in fase di mutazione, incerti per quanto riguarda lo statuto del loro corpo, che ha smarrito i suoi confini naturali. La loro carica spaesante sta nella loro sostanza subumana o postumana, che in senso nicciano è anche "troppo umana", nel fare il verso a quell'essenza dell'uomo che mai come oggi è apparsa tanto evanescente proprio nel suo essere estremamente plastica e manipolabile sia dal punto di vista ideologico che biologico.
Il nucleo tematico dell'opera di Ampelio Zappalorto è costituito dalla problematica connessa ai rapporti di dualità e di opposizione così come si intrecciano non solo sul piano interpersonale, ma soprattutto a livello dell'interiorità stessa del soggetto. Il suo interesse si appunta sull'io, sul "sé" che non si può cogliere come unicità, ma come pluralità di soggetti, complessi anche nella loro identità sessuale.E' anche al mito dell'androgino che esplicitamente si rifà l'ultima serie di lavori, realizzati con la creazione di incastri, puzzles di due ritratti fotografici che vengono opportunamente tagliati e ricuciti. Ad essere innestate l'una sull'altra in questa operazione, a suo modo chirurgica, sono l'immagine del volto dell'artista e quella di un volto femminile dalle proporzioni analoghe, immagini che vanno a formare i tratti della faccia di un altro individuo, in cui gli aspetti distintivi dei generi opposti si elidono a vicenda in un terzo sesso insieme prodigioso e conturbante. Nelle immagini contaminate di Zappalorto gli opposti non si placano in se stessi, come fanno le opposizioni binarie della logica, ma si richiamano e si alterano nell'ambivalenza dello scambio simbolico.

(Tiziano Santi)


Note e riferimenti

(1) ritorna
J. Baudrillard, La Tranparence du Mal, Galilée, 1990; traduzione in italiano di F. Mariani, La trasparenza del male. Saggio sui fenomeni estremi, Milano, SugarCo, 1991, pp. 24-25.
(2) ritorna
O. Marquard, Aesthetica und anaesthetica, Philosophiche ueberlegungen, Paderborn, Schoeningh, 1989; traduzione in italiano di Gianni Carchia, Estetico e anaestetico, Bologna, Il Mulino, 1994, pp. 190-191.
(3) ritorna
J. L. Nancy, Une pensée finie, Paris, Galilée, 1990; traduzione in italiano di L. Bonesio e C. Resta, Un pensiero finito, Milano, Marcos y Marcos, 1992, P. 121.
(4) ritorna
J. Clifford, The Predicatient of Culture twentieth-century Ethnography, Literature and Art, Harward University press, Cambrige (Mass.) and London (GB); traduzione in italiano di M. Marchetti, I frutti puri impazziscono: etnografia, letteratura e arte nel secolo XX, Torino, Bollati Boringhieri, 1993.
(5) ritorna
M. Heidegger, Gelassenheit, Neske, Pfullingen, 1959; traduzione in italiano , L'abbandono, Il Melangolo, Genova, 1983.
 

FASOLI M&M - Opera
FASOLI M&M
"Spazio interattivo n. 71"
FASOLI M&M - Particolare
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"Spazio interattivo n. 71" - Particolare
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"02"
AMPELIO ZAPPALORTO - Particolare
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"02" - Particolare
AMPELIO ZAPPALORTO - Particolare
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Informazioni

L'Immagine Forte - Copertina
Tratto dal Catalogo:
"L'Immagine Forte"
Fasoli M&M, Mion, Tessarollo, Zappalorto
Galleria Dieda - 1999
Bassano del Grappa
 
 
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