Goa. Viaggio all’interno
della Comunità di Lavoratori Stagionali Tibetani, Rifugiati
Politici in India
di Anna Bernasconi
Yang
Zu passeggia sulla spiaggia, indossa l’abito tradizionale che
le donne usano nelle temperature rigide del Tibet, la brezza dell’oceano
la rinfresca dal caldo tropicale di Goa.
Yang Zu è una rifugiata tibetana in India. Come altri 390 tibetani
provenienti dalle colonie indiane di Daramsala o MongKut, ogni anno,
valigia in mano e bambina legata dietro la schiena, arriva a Goa,
il piccolo stato indiano dalle spiagge caraibiche e meta turistica
per antonomasia, per vendere gioielli d’argento durante i sei
mesi di alta stagione da ottobre a maggio.
Il commercio dell’argento rappresenta spesso l’unica possibilità
per i rifugiati. Sono loro che riproducono i gioielli originali del
Tibet, ormai introvabili, e ne mantengono la memoria.
Per via di questo commercio, a Goa si è formata un’atipica
comunità tibetana stagionale, la cui vita gravita intorno ad
un mercato tutto speciale, che sorge nel polverone di clacson e motori,
sulla rotonda della gettonatissima località di Calangute.
Scivolare sotto i tendoni del mercato tibetano è come entrare
in una roccaforte di pace dal caos di una Goa chiassosa, cosmopolita,
moderna e piena di contrasti.
C’è un improvviso silenzio. Inaspettate calma e pulizia;
un grande albero al centro. L’ “om mani padme om”
risuona in sottofondo. Una coppia di cuochi tutto il giorno sforna
“momo” e “noodles” per tutti.
Spesso sono le donne a lasciare le sicure colonie indiane e partire
sole alla volta di Goa, e tra fratelli, uno solo decide di sacrificarsi
per mantenere col proprio lavoro gli studi degli altri.
Ancora una volta le famiglie tibetane si dividono: diaspora moderna
dettata dalle necessità economiche.
Gli appartamenti si trovano intorno al mercato e vengono spesso condivisi
creando famiglie allargate. Il senso di comunità è fortissimo.
Per il capodanno tibetano, i delegati responsabili affittano un bel
ristorante sul mare, che possa ospitare tutti i membri della comunità.
Giocano a carte, cantano e ballano sulle musiche tradizionali. I bambini
non vedono l’ora di togliersi i vestiti e sguazzare in acqua,
a Goa hanno imparato meglio dei genitori a nuotare e ad apprezzare
il caldo e il sole.
Quando10 Marzo 2008 la polizia cinese ha iniziato ad uccidere i tibetani
che manifestavano per il giorno della commemorazione della repressione
cinese del 59, la piccola enclave tibetana di Goa si è stretta
forte nel dolore e ha rifiutato di lavorare fino alla fine della stagione.
E’ stato organizzato lo sciopero della fame, una marcia nella
capitale Panjim, un sit in nel caldo del mercato più famoso
di Goa.
Yan kee ha 50 anni ed è nata in India, in una valigia conserva
una rivista sul Tibet, che tiene come l’oggetto più prezioso
di casa, non ha mai visto il Tibet ma le hanno raccontato che assomiglia
un po’ alla Svizzera.
La comunità riunisce tibetani provenieti dalle più diverse
esperienze, alcuni arrivati in India da poco, altri mai nemmeno stati
in Tibet.
Demawamo è arrivata a Goa, dal Tibet, solo da due mesi. Ha
vent’anni, viene da un villaggio di campagna, i genitori sono
allevatori di yak. Ha il viso di porcellana e indossa robusti scarponi
sotto l’orlo in seta dell’abito tradizionale. Dopo pochi
giorni di viaggio attraverso il Tibet, il suo autobus è stato
fermato dalla polizia cinese, non sa perché l’hanno rilasciata,
ma da lì in poi il suo viaggio è continuato da sola,
a piedi attraverso le montagne dell’Himalaya fino alle spiagge
assolate di Goa.
Anche Saghilamo è scappata dal Tibet a vent’anni, per
due anni ha lavorato in un hotel di cinesi guadagnando una miseria
e inghiottendo le avances dei gestori che inducevano le giovani tibetane
alla prostituzione. Per pagare qualcuno che le aveva promesso aiuto
nel viaggio, ha messo da parte 17 mila rupie, che ha visto andare
in fumo al primo posto di blocco.
Yang Zu ha trent’anni e una meravigliosa bambina di due.
Da quando è scappata dal Tibet a diciotto anni non ha più
sentito la sua famiglia. Si scappa senza nulla, senza un ricordo,
perchè se la polizia ti trova, ogni foto della tua famiglia
e ogni riferimento di dove vieni diventa un pericolo.
Durante gli scontri in Tibet, era appoggiata al muro, con gli occhi
sbarrati gonfi e rossi senza lacrime. Accanto a lei un cartellone
con le immagini scaricate da internet della repressione cinese.
Corpi nudi e tumefatti, visi insanguinati coperti dal cellophan,
toraci segnati da buchi perfettamente tondi e neri dei proiettili.
Non poteva sapere nulla della sua famiglia.
E’ soprattutto per poter studiare che moltissimi giovani
ogni anno scappano da soli dal Tibet, piu’ rare sono le famiglie
o le coppie appena sposate, perchè rischiare la vita senza
i propri cari fa meno paura. In Tibet si possono solo frequentare
scuole cinesi, in cui si studia il cinese, in cui bisogna sottomettersi
al regime, e che hanno costi proibitivi per i tibetani. Il Dalai
Lama ha istituito in India delle scuole gratuite per i rifugiati
tibetani.
Ai tibetani in Tibet non è permesso pregare, studiare, e
quindi costruirsi un futuro. Sonam racconta che suo fratello sta
scontando nove anni di carceri cinesi per aver scritto “Tibet
libero” su un quaderno di scuola. Aveva 15 anni. Yank Zu ricorda
suo padre nascondere l’immagine del Dalai Lama nelle pagine
dei libri, per poter pregare. Il suocero di Yancin, anziano saggio
del villaggio, all’età di 80 anni si è tolto
la vita gettandosi in un pozzo per non sopportare le umiliazioni
dei militari cinesi.
Gli adolescenti che stanno crescendo in india sono ben istruiti,
parlano inglese perfettamente, vestono alla moda, e sono grati ai
genitori, che hanno rischiato la vita per offrire loro un futuro
migliore, e all’India, che li ha fatti nascere liberi, ma
guardano con ammirazione chi è nato in Tibet. Gli appartamenti
che condividono tra studenti sono come le case in cui sono cresciuti,
piccole e pulite, in cui insieme alle valige messe in pila, non
manca mai l’odore del tè speziato sempre pronto e un
posto d’onore all’altarino delle preghiere.
Vikilamo, 19 anni, nata in India, è convinta che la protesta
pacifica le aprirà le porte del Tibet, che finalmente non
sarà più solo un’ immagine tratta dai racconti
del padre. In camera sua, tra i trucchi e i poster degli attori
di Bollywood, una collezione delle frasi del Dalai Lama, un mala
verde chiaro e un immagine dei prati del Tibet; stizza gli occhi
chiusi mentre recita le preghiere, come i bambini quando scongiurano
che un desiderio si avveri.
Anna Bernasconi
tel. +39. 3396746218
anna.bernasconi2@virgilio.it |
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